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21 Maggio 2026

Dentro il vertice sul nucleare: promesse lontane, arsenali intatti

La XI Conferenza sul Trattato di Non Proliferazione si conclude lasciando in sospeso le stesse promesse
Dentro il vertice sul nucleare: promesse lontane, arsenali intatti
Alla XI Conferenza di revisione del TNP, New York, i leader di 191 Paesi si confrontano sul futuro del disarmo mentre continuano a crescere tensioni, guerre e arsenali. La società civile chiede a gran voce un impegno concreto per garantire pace e sicurezza all'umanità.
Il 22 maggio si concludono a New York i lavori dell’XI Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), iniziati il 27 aprile. In un contesto internazionale segnato da guerre e crescente tensione geopolitica, la Conferenza rappresenta il principale vertice mondiale dedicato al monitoraggio del TNP delle armi nucleari, nato nel 1970, con lo scopo di valutare l’efficacia e l’attuazione degli impegni presi. Gli obiettivi restano invariati: impedire la diffusione delle armi nucleari, promuovere il disarmo atomico e garantire l’uso pacifico e sicuro dell’energia nucleare, sotto controllo internazionale. In particolare, l’articolo VI del Trattato richiama gli Stati all’impegno concreto verso un «disarmo completo sotto stretto ed efficace controllo internazionale».
Alla Conferenza partecipano formalmente i rappresentanti di 191 Stati membri del TNP, tra cui l’Italia, rappresentata dall’ambasciatore Leonardo Bencini, insieme a numerose organizzazioni della società civile.

La distanza crescente dagli obiettivi del Trattato

Nella costruzione di una pace stabile e duratura, gli arsenali nucleari continuano a rappresentare un ostacolo. Lo ha ricordato anche la Missione permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York, che il 1° maggio ha definito la deterrenza nucleare «un modello di sicurezza fondato sulla paura, sulla minaccia della forza e sulla perpetuazione della vulnerabilità reciproca», richiamando la necessità di un intervento immediato di fronte alle «tendenze preoccupanti» del contesto globale attuale.
Osservando l’attuale scenario internazionale, appare evidente come le armi nucleari continuino a rappresentare un pericolo concreto per l’intera umanità. Alcuni governi sembrano infatti aver intrapreso una direzione opposta rispetto agli impegni previsti dal Trattato.
Le cinque potenze nucleari riconosciute dal TNP — Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito — non hanno ancora proceduto all’eliminazione dei propri arsenali. Nel frattempo, altri Paesi esterni al Trattato sono entrati nella lista delle potenze nucleari: India, Pakistan, Corea del Nord e Israele, sebbene quest’ultimo non abbia confermato ufficialmente il possesso di armi nucleari.
L’Italia, pur non essendo una potenza nucleare, ospita sul proprio territorio un numero non dichiarato di armi nucleari statunitensi che, secondo alcune stime, supererebbe le trenta unità.

Gli interventi della Conferenza: non più riduzione del rischio, ma eliminazione degli arsenali

Il 27 aprile il presidente della Conferenza, l’ambasciatore vietnamita Do Hung Viet, ha aperto i lavori con parole dure e significative, sottolineando l’urgenza di risultati concreti: «Il successo o il fallimento di questa Conferenza avrà conseguenze ben oltre queste sale e i prossimi cinque anni. La prospettiva di una nuova corsa agli armamenti nucleari incombe su di noi, in una dimensione che non siamo ancora in grado di comprendere».
Nel documento finale preliminare presentato il 17 maggio, i membri della Conferenza esprimono «profondo rammarico» per la mancanza di progressi nell’attuazione dell’articolo VI, relativo alla cessazione della corsa agli armamenti nucleari e al disarmo atomico, riaffermando che tutti gli Stati aderenti hanno l’obbligo giuridico di rispettare gli impegni assunti.
Il percorso verso il disarmo, tuttavia, appare ancora lontano. Il 5 maggio una coalizione di 50 Stati membri ha riaffermato il proprio sostegno al Trattato. Tuttavia, tra questi Paesi non figuravano Cina, Stati Uniti e Russia. Inoltre, viene ribadito l’impegno verso la riduzione del rischio più che verso l’eliminazione concreta degli arsenali atomici: «In attesa dell’eliminazione delle armi nucleari, la riduzione del rischio va di pari passo con il nostro incrollabile impegno verso l’articolo VI».
Molte organizzazioni della società civile intervenute il 1° maggio a New York hanno espresso forte preoccupazione per l’assenza di azioni concrete da parte delle grandi potenze. Secondo un articolo di Rete Italiana Pace e Disarmo, il dibattito continua a essere dominato da «giustificazioni per cui il disarmo è sempre necessario ma mai possibile».
Nello stesso senso, il 1° maggio è intervenuta anche ICAN – International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, coalizione che riunisce oltre 700 organizzazioni della società civile in più di 110 Paesi. Durante la Conferenza, ICAN ha ricordato che l’obbligo previsto dall’articolo VI «non è stato sospeso. Semplicemente non è stato rispettato». L’organizzazione ha inoltre denunciato come «la riduzione del rischio venga presentata come un’alternativa responsabile al disarmo, quando invece il Trattato richiede esplicitamente l’eliminazione delle armi nucleari».
bomba atomica Hiroshima
Il bombardiere statunitense B-29 Superfortress Enola Gay sganciò una bomba atomica, nome in codice "Little Boy", su Hiroshima il 6 agosto 1945, uccidendo decine di migliaia di persone in pochi secondi. Entro la fine dell'anno, 140.000 persone erano morte per gli effetti della bomba. Il 9 agosto 1945 una seconda bomba atomica esplose su Nagasaki, uccidendo più di 73.000 persone.
Foto di HIROSHIMA PEACE MEMORIAL MUSEUM

La testimonianza di un sopravvissuto: Finché esisteranno armi nucleari, la guerra non sarà finita

Le organizzazioni presenti alla Conferenza hanno cercato di richiamare le potenze mondiali alle loro responsabilità. Tra gli interventi più significativi vi è stato quello di Hamasumi Jiro, sopravvissuto al bombardamento atomico di Hiroshima e segretario generale della Confederazione giapponese delle vittime delle bombe atomiche e all’idrogeno.
Jiro è un Hibakusha — termine giapponese che indica i sopravvissuti alle esplosioni nucleari di Hiroshima e Nagasaki — e ha raccontato di trovarsi nel grembo di sua madre, incinta di tre mesi, quando nel 1945 gli Stati Uniti sganciarono la bomba su Hiroshima. Di suo padre, che quella mattina lavorava in città, rimasero soltanto la fibbia della cintura, il portafoglio e un mazzo di chiavi. Nei giorni successivi, ha ricordato, molti suoi familiari iniziarono a morire a causa delle radiazioni.
«Gli Hibakusha non potevano né morire né vivere come esseri umani», ha dichiarato, spiegando come le armi nucleari siano incompatibili con l’esistenza stessa dell’umanità. A nome della Confederazione giapponese delle vittime delle bombe atomiche, Jiro ha infine rivolto un appello agli Stati affinché rispettino gli impegni presi: «La guerra non è finita, perché nel mondo esistono ancora circa 12mila armi nucleari. Gli Hibakusha non potranno sentirsi al sicuro finché quel numero non arriverà a zero».

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