Una proposta che sfida il panorama politico: l'autrice Laila Simoncelli, Matteo Fadda (APG23) e Gianfranco Cattai (Retinopera) lanciano un appello radicale per superare il pacifismo dei sentimenti e costruire un Ministero della Pace strutturato su bilanci, competenze e nuove relazioni sociali.
Non un’utopia astratta, ma una «scienza della nonviolenza» da tradurre in architettura istituzionale. È stato il centro dell’incontro svoltosi al Salone del Libro di Torino 2026 per la presentazione del volume "Il Ministero della Pace. Dalla Visione alla governance: le 5 rotte" (Sempre Editore) che ha provocato il pubblico, trasformando una riflessione culturale in una proposta istituzionale urgente.
A guidare il dialogo è stato Marco Girardo, direttore di Avvenire, che ha aperto l'incontro con una sferzata alla retorica corrente: la pace non può essere una parola evocata solo quando la diplomazia è in affanno e le vittime sono già diventate numeri. La pace va preparata prima.
La nonviolenza è una scienza, non un sentimento
Il cuore della provocazione lanciata dall'autrice, Laila Simoncelli, avvocata per i diritti umani, sta proprio nel ribaltamento dell'Articolo 11 della nostra Costituzione. «Ripudiare la guerra» non è un concetto passivo, ma un dovere proattivo che richiede ministeri, bilanci e competenze, esattamente come la macchina bellica.
Tra le sue riflessioni, spicca una denuncia chiarissima sulla necessità di cambiare radicalmente l'istruzione pubblica:
«Concretamente significa che l'educazione alla pace — una delle cinque rotte del ministero — deve entrare in modo curriculare nelle scuole pubbliche. Ai nostri ragazzi stiamo dando tante cose, tante competenze, tante emozioni, ma non gli diamo quelle che sono le competenze più necessarie di fronte a una società mondiale fondata sulla violenza sistemica». E ancora: «Se non offriamo loro degli strumenti, sono destinati o a subirla la violenza o a riprodurla».
La rivoluzione che parte dagli "scartati"
A dare corpo e carne a questa visione istituzionale è stato Matteo Fadda, responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII. Fadda ha ricordato come l'idea del Ministero della Pace non nasca da un'elaborazione teorica sganciata dalla realtà, ma dall'esperienza di condivisione di Don Oreste Benzi con gli ultimi della terra, con le vittime della strada, delle dipendenze e dei conflitti.
«Don Oreste diceva: non per bontà, ma per giustizia». Fadda ha poi usato parole forti per scardinare la logica del compromesso: «La pace non è una pausa tra due guerre, ma un'alternativa al modo di vivere del mondo basato sui rapporti di forza. Lo vediamo con l’Operazione Colomba: i nostri giovani non vanno all'estero per fare teoria, ma per fare da scudi umani nonviolenti in Ucraina, in Colombia o in Palestina. È una scelta di campo: considerare la persona fragile come la pietra angolare su cui impostare la giustizia».
Fare sistema
Il dibattito si è arricchito anche dallo sguardo territoriale di Gianfranco Cattai (coordinatore nazionale di Retinopera) portando l'esempio della cooperazione internazionale e dell'integrazione urbana.
«La pace si costruisce nei luoghi concreti: associazioni, parrocchie, comuni - ha spiegato Cattai -. A Torino, l'esperienza di San Salvario dimostra che quando le culture dialogano su base economica, politica e sociale, si cresce più rapidamente. Il Ministero della Pace servirebbe proprio a questo: a mettere a sistema le tantissime esperienze di “costruttori di mondo” che già operano nel Paese ma che spesso restano frammentate”.
Il Ministero della pace è necessario
In chiusura ha toccato il tema del disarmo e della difesa civile non armata. Laila Simoncelli ha ribadito: «La nonviolenza è una scienza, non un lusso per tempi tranquilli. Dobbiamo smettere di pensare che la pace sia un’utopia e iniziare a vederla come un'architettura».
E ancora: «Bisogna passare dal movimentismo pacifista ad un pacifismo strutturale perché mentre quelli che vogliono la pace sventolano la bandiera, la guerra ha budget, bilanci, competenze, programmazione. Non dobbiamo più chiederci se il Ministero della pace è necessario, ma dobbiamo chiederci perché ancora non esiste».