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21 Aprile 2021

Don Benzi e l'ecumenismo della condivisione

Testimonianza inedita su un don Oreste quarantenne ansioso di tradurre in azione la spinta al rinnovamento ecclesiale voluta dal Concilio.
Foto di Oscar Baffoni
«Il don aveva voglia di parlare di condivisione con gli ultimi come via per l'unità della Chiesa ... aveva sete di opere concrete, di rivoluzione, come la chiamava lui che non era certo bolscevico. E questo in un ambiente fortemente intellettuale forse era troppo»
Ho conosciuto don Oreste Benzi a Napoli nel 1973, durante la Sessione estiva che ogni anno era organizzata dal Segretariato attività ecumeniche (S.A.E).
Per comprendere il contesto di questa conoscenza è necessaria una breve storia. Il Segretariato attività ecumeniche è stato fondato dalla Prof.ssa Maria Vingiani, l’antesignana dell’ecumenismo italiano. La vocazione e la sensibilità ecumenica di questa donna straordinaria nascono nell’immediato dopoguerra e trovano modo di esprimersi nel contesto della Diocesi di Venezia durante gli anni del Patriarcato di Angelo Roncalli, futuro Papa Giovanni XXIII.

La spinta ecumenica post conciliare

Lo sguardo di Maria Vingiani non è solo rivolto verso il rapporto col mondo protestante prima ed ortodosso poi, ma trova fondamento nella relazione con l’ebraismo. La Vingiani coltiva la conoscenza di Jules Isaac, intellettuale ebreo francese, pioniere del dialogo ebraico-cristiano. Grazie all’amicizia con la professoressa Vingiani, Isaac incontra in una storica udienza privata Papa Giovanni nel giugno del 1960. Questo incontro tra il Pontefice e Isaac provocherà la nascita di un’intensa stima reciproca, che sarà fautrice determinante della redazione del documento conciliare Nostra Aetate, sul rapporto tra Ebraismo e Cristianesimo.
Non bisogna pensare a questi avvenimenti come ad eventi “pacifici”, e questo per il forte ostracismo prevalente in ambienti curiali romani verso l’idea stessa del Concilio. Ma accanto ai favori di Papa Giovanni la spinta ecumenica trovò anche il sostegno del Cardinal Bea, che nel 1960 era stato chiamato da Roncalli al vertice del neo-costituito Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.
Tutte queste densissime premesse condurranno Maria Vingiani, a Concilio concluso, alla fondazione dei Segretariato attività ecumeniche, associazione di laici volta a promuovere il dialogo e il servizio ecumenico, orientandolo all’attuazione dei documenti approvati dal Concilio.

Don Benzi alle sessioni del SAE

Ecco il contesto delle Sessioni del SAE frequentate da don Oreste che, a fine Concilio, era un prete quarantenne, appartenente a quella nutritissima schiera di sacerdoti che ha guardato con slancio ed attesa alle riforme introdotte da questo straordinario evento.
Ho incontrato don Oreste non solo nel ’73 (io avevo 17 anni), ma anche per molti anni successivi, quando le sessioni del SAE si sono trasferite da Napoli, dove i Gesuiti avevano una grande casa di esercizi spirituali ai Camaldoli, al Passo della Mendola, in Trentino, in alberghi di proprietà dell’Università cattolica del S. Cuore e che nell’800 erano stati residenza estiva di Francesco Giuseppe, Imperatore d’Austria.
Alle Sessioni don Oreste non partecipava come relatore, ma fra i tanti uditori; la conoscenza della sua persona all’interno della Chiesa italiana era ancora relativa. Ma la figura di don Oreste spiccava già. Era interessato a tutti i temi ecumenici salienti: ai matrimoni misti, al problema delle diversità con i protestanti rispetto al sacramento dell’eucaristia, all’intercomunione, che qualcuno osava, alla discussione tra Chiese sul primato petrino, alla ricchissima riflessione biblica e teologica, di matrice ebraica, evangelica, cattolica, quest’ultima fortemente generata dal Concilio.

Una Chiesa non più divisa

Spero di riuscire a rendere bene l’idea del contesto effervescente che produceva ciascuna sessione indicando alcuni relatori, che intervenivano stabilmente ogni anno, e che erano presenti per tutta la settimana dell’incontro. Maria Vingiani aveva due strettissimi collaboratori che cooperavano con lei nelle sessioni: Mons. Luigi Sartori, Presidente dell’Associazione teologica italiana (ATI) per parte cattolica, e il Pastore valdese Renzo Bertalot, che in quegli anni sarà principale promotore della traduzione interconfessionale della Scrittura in lingua corrente. Quando Maria Vingiani, Mons. Sartori e Renzo Bertalot lavoravano insieme la Chiesa di Cristo non era più divisa tra Confessioni. Loro erano capaci di attrarre le menti più vive delle Chiese cristiane. Parlo di Carlo Maria Martini (all’epoca Preside del Pontificio Istituto biblico), Gianfranco Ravasi, Enzo Bianchi, don Carlo Molari, don Germano Pattaro, don Giovanni Cereti: e questi per parte cattolica. Tra le figure di spicco del mondo evangelico, i Pastori Mario Sbaffi, primo Presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, Alberto Soggin, esegeta dell’Antico Testamento, Valdo Vinay, Paolo Ricca (il maggior esperto sulla teologia di Karl Bart). E del mondo ebraico i Rabbini Alfredo Ravenna (che ha insegnato ebraico e semitistica a generazioni di biblisti, anche cattolici), il Rabbino Elio Toaff, un giovanissimo Rabbino Riccardo Di Segni. Agli incontri del SAE ha partecipato anche Frère Roger Schutz, fondatore della Comunità di Taizè. Tutti coloro che aderivano a questi incontri erano abbracciati da tanta ricchezza di fede, approfondimento teologico, sapiente intelletto umano. E don Oreste era tra questi.

La “questione don Oreste”

Come si poneva don Oreste in questo contesto? Come un bimbo nella bambagia, come tutti coloro che vi partecipavano. Tra i miei ricordi emerge una partecipazione con don Oreste ad un gruppo di studio sulla Professione di fede, nel quale il don affermava, con lo slancio d’impeto che lo distingueva, che la fede per essere confessata deve passare soprattutto nelle opere, più che avendo come vettore la Professione fatta a parole.
Il grande privilegio di questi incontri era che, come dire, non avevano mai pause, nel senso che non si limitavano alla lezione biblica mattutina o alla riflessione teologica che la seguiva, ma durante i pasti, nei capannelli che si creavano tra un incontro e l’altro, si dialogava animatamente sui temi ecumenici proposti, sino a tarda sera. Molte volte ho visto don Oreste cercare di entrare in questi capannelli. A volte in quei momenti i gomiti si serravano tra persona e persona, quasi ad ostacolare il suo ingresso; e qualcuno puntualmente diceva: «Arriva il matto».
Ribadisco ancora: il contesto generale che ho descritto era estremamente edificante, ed ha influito in maniera determinante e formativa sulla mia fede e sulla mia visione del mondo. Ma la “questione don Oreste” emergeva già, la sua singolarità esondava impetuosa.
Il don aveva voglia di parlare di condivisione con gli ultimi come via per l’unità della Chiesa, di educazione degli adolescenti e dei giovani a questa frontiera impegnativa; aveva sete di opere concrete, di rivoluzione, come la chiamava lui che non era certo bolscevico. E questo in un ambiente fortemente intellettuale forse era troppo, non era colto nell’immediatezza. Assai prematuro era forse il tempo per coniugare intelletto e sommovimento delle membra dell’uomo.
Don Oreste non voleva una Chiesa che si proponesse solo oralmente, anche nel cammino verso l’unità, muovendosi tra emanazione di documenti e convegni: per lui questo era amputante.
Don Oreste invece preconizzava la Chiesa di Papa Francesco, la Chiesa che guarda al mondo dalla prospettiva degli ultimi, dei diseredati, dei migranti. Suo modello di riferimento era la Chiesa dei Vangeli e degli Atti che si preoccupava dei carcerati, degli orfani e delle vedove. Egli guardava all’ecumenismo non solo come traguardo della ricomposta unità per le Chiese, ma come ambito privilegiato che avrebbe aperto le porte al dialogo interreligioso e con tutti gli uomini di buona volontà. Per questo lui era come un passo più in là nel cammino del Regno, con tutto il Popolo di Dio unito e non più separato.
Io sono tra quelli che l’hanno capito dopo, spero in tempo.