Il 2 novembre ricorre il 19° anniversario della salita al cielo di don Oreste Benzi, il sacerdote riminese fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII. Nato a San Clemente (Rimini) il 7 settembre 1925, don Oreste è morto nella notte del 2 novembre 2007, pochi giorni dopo il suo ultimo intervento pubblico, a Pisa, alla Settimana sociale dei cattolici italiani.
Per ricordarlo lasciamo parlare lui. Riproponiamo l'intervista che apre il libro Ribellatevi! Don Oreste Benzi. Intervista con un rivoluzionario di Dio: un incontro pubblico in cui don Benzi si presenta ai giovani, racconta chi è, come è nata la sua vocazione e perché ha scelto di stare sempre dalla parte degli ultimi.
E lancia ai ragazzi un invito che riassume tutto il suo pensiero: «Ribellatevi, non potete fare la pace con il male!». Una ribellione nonviolenta, precisa subito: «Il cristiano fa la vera rivoluzione perché la paga con la propria persona».
Dicembre 2003. Santuario Beata Vergine della Comuna a Ostiglia, in provincia di Mantova. L'incontro è organizzato dai frati. Ci sono giovani ovunque, seduti sui banchi, per terra, sugli scalini ai piedi dell'altare. Io (Nicoletta) e don Oreste riusciamo a ritagliarci in mezzo a loro un piccolo spazio. L'entusiasmo è a mille, palpabile.
Don Oreste viene da una famiglia povera. Nove tra fratelli e sorelle, di cui lui è il sesto. Qualche volta in casa non c'è da mangiare. La sua salute cagionevole lo costringe a perdere molti giorni di scuola, tanto da venire bocciato in prima elementare.
Il piccolo Oreste si sente ferito, umiliato, ma scoprirà col tempo che nulla avviene per caso. Quel fatto lo porterà ad incontrare una nuova maestra, che sarà fondamentale per il suo futuro di sacerdote. Invece di abbattersi, tira fuori quella grinta che caratterizzerà tutta la sua vita.
Cerchiamo allora di scoprire qual è il suo segreto, qual è la forza che anima questo personaggio protagonista di tante battaglie a favore degli ultimi.
«Non potete fare la pace con il male! Non la ribellione violenta, però, attenti! Il cristiano fa la vera rivoluzione perché la paga con la propria persona»don Oreste Benzi
«Un giorno la mia maestra di scuola elementare Olga Baldani ha parlato dei pionieri, degli scienziati e dei sacerdoti e io sono rimasto molto colpito, colpito nel cuore. Ha parlato così bene che tutti e tre i personaggi mi affascinavano. Ero contento, gioioso.
Sono andato a casa dalla mia mamma e le ho detto: "Mamma, io mi faccio prete!". Avevo otto anni e da quella volta non ho più cambiato idea».
«Noi eravamo nove fratelli e sorelle, in scala, con due o tre anni di differenza uno dall'altro. Abitavamo in una casa povera, però eravamo felicissimi, perché – l'ho capito dopo – meno cose hai e più sei felice: quando le cose ti occupano il cuore, è evidente che l'infinito che c'è in esso, e che si trova nel Signore, viene soffocato. Dove invece si arriva ad una maggiore essenzialità, tutto il nostro essere si incontra con una vita di gioia intensa.
Nonostante le normali difficoltà che si vivono da bambini, dicevo, noi eravamo felici.
Aspettavamo sempre il papà ansiosamente quando tornava dal lavoro, che in quegli anni – siamo nel 1932/33 – spesso non c'era. A volte lui partiva al mattino con due uova sode che la mamma gli preparava e tornava a casa ancora con un uovo. Ne mangiava solo uno e l'altro lo conservava per potercelo donare. Arrivava a casa con la bicicletta un po' sgangherata e noi eravamo tutti contenti, non tanto perché ci portava quell'uovo, ma per il fatto che ci sentivamo nel suo cuore.
Una sera d'inverno, il ruscello vicino a casa era gonfio d'acqua. L'auto del proprietario terriero – e vedere una macchina a quel tempo era come vedere un ufo – si era incagliata dentro il vialetto del ruscello. Papà lo vide. Scese dalla bicicletta e, nonostante gli mancassero le forze per la dura giornata di lavoro, chiese al proprietario terriero: "Avete bisogno di una mano?". Disincagliarono la macchina e papà venne ringraziato. Raccontava che il proprietario terriero gli aveva dato una mancia di due lire, ma quello che mi ha colpito è stato quando ha sottolineato: "E poi mi ha dato la mano!".
Questa frase è rimasta impressa per anni nella mia mente e più tardi ho capito perché mi aveva tanto impressionato: il mio babbo apparteneva a quella massa di gente che riteneva talmente di non valere niente, che quasi chiedeva scusa di esistere. Allora, negli anni dell'adolescenza, ho deciso che mi sarei sempre messo con quelli che credono talmente di non valere niente da chiedere scusa di esistere».
«Io vedevo che nell'adolescenza avveniva il distacco, la separazione dalla famiglia. Non un abbandono, ma il bisogno di acquisire una propria identità, di arrivare a capire il perché di tutte le cose, arrivare a scegliere qualcosa. Però tanti adolescenti, abbandonata la base sicura della famiglia, rimanevano praticamente soli e non reggevano. Avevano bisogno di trovare un gruppo di pari con i quali vivere e per sentirsi liberi avevano bisogno di essere quello che il gruppo impone.
Vedevo che si incontravano con tanti disvalori. Io allora ero un giovane sacerdote della parrocchia riminese di San Nicolò al Porto. Eravamo negli anni '50 e in parrocchia venivano tantissimi adolescenti, ma vedevo che non si incontravano con l'unico valore che è Cristo. Perciò erano in preda a ciò che li occupava per primo e questo era una rovina grande. Non potevo stare lì a far nulla, perché sarei diventato responsabile della loro perdita. Discutendo con loro, ogni volta che riuscivo a parlare di Cristo, si creava un forte interesse nei suoi confronti. Mi sarei sentito, perciò, ancora più responsabile se non avessi fatto quello che potevo fare per loro.
Ho visto che desideravano un incontro simpatico con Gesù e ho pensato: questa è la grande strada, perché in questo periodo di vita si forma il metro di misura dei valori che rimangono pressoché definitivi nell'esistenza, e non dovevano essere dei disvalori. Colui che definisce tutta la nostra esistenza deve essere Cristo Gesù.
E allora via... iniziammo questo incontro simpatico con lui!».
«Sono stato negli Usa per cinque mesi. Andavo nelle fabbriche e chiedevo un'offerta per costruire una casa per i nostri teenager sulle Dolomiti, un luogo dove potessero, accanto allo splendore del creato, sentire lo splendore del loro spirito, prendere fiducia in se stessi e in Cristo e liberarsi da quel sentirsi nullità che molte volte gli adolescenti provano e che li induce a fuggire nelle varie forme di dipendenza. Non sapevo ancora, a quel tempo, che poi avremmo lavorato anche con i ragazzi tossicodipendenti, aprendo tante comunità terapeutiche.
La domenica predicavo nelle chiese, mi davano la possibilità di parlare; solo che sapevo quattro parole di inglese. Chiesi al parroco: "Ma mi capiscono?". E lui mi rispose: "Di quello che dice comprendono poco, ma capiscono perfettamente quando chiede soldi!".
Le nostre attività si finanziavano con le collette. Gli americani davano sempre qualcosa di importante anche a noi. Eravamo molto contenti, facevamo duecento dollari al giorno, abbiamo avuto una serie di incontri molto belli. Anche nelle fabbriche: a volte il direttore della fabbrica faceva spegnere le macchine e alzare tutti in piedi: "Adesso il padre ci benedice". Era bellissimo anche per gli operai, un grande momento di festa».
«Io non stavo bene, allora un caro amico mi ha invitato a passare una ventina di giorni, nel 1955, a Penia di Canazei per riprendere un po' di salute. Vedendo il Catinaccio, vedendo la Marmolada, quelle montagne stupende, ho sentito che l'anima si immerge in Dio spontaneamente, perché più stai lontano da ciò che occupa la tua vita, più incontri lui; più sei occupato da te stesso, più la vita si restringe, si incapsula in se stessa e muori ancora prima di nascere.
Così ho pensato: "La luce che c'è in queste vette certamente aiuterà i ragazzi a scoprire colui che riempirà la loro vita". E ho deciso: "Qui facciamo la casa". L'abbiamo chiamata "Madonna delle vette", una struttura che rimane operativa anche adesso. Sono passati migliaia e migliaia di adolescenti e anche migliaia di persone con disabilità. Lì avviene la contemplazione, i giovani finalmente riscoprono il senso, la direzione della loro vita».
«A Rimini è stato aperto un centro medico-psico-pedagogico per handicappati (NdR In quegli anni le persone con disabilità venivano definite con questo termine) gravi e gravissimi e io ho chiesto alla direttrice Gabriella se potevo rendermi utile.
"Venga a fare catechismo al centro" mi ha detto. "Va bene. Io vado come sono, il Signore parlerà" ho pensato.
Perché non ero né preparato, né capace. Però capii che questi ragazzi erano la parte più preziosa della Chiesa e che non erano oggetti destinati alla nostra assistenza, ma persone creative di storia. Per cui dovevo rovesciare la mia vita: non fare del bene, ma ricevere del bene.
Con questi ragazzi ho capito la parola di Paolo apostolo nella Prima lettera ai Corinzi al capitolo 12, versetto 22: "Le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie" e poi al versetto 26: "Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono in lui". San Paolo dice che dobbiamo onorare queste membra per togliere lo strazio, la divisione che c'è nella Chiesa.
Ho fatto tanta fatica a capire quelle parole, ma poi ho compreso, anche se non volevo: là dove siamo noi, lì anche loro. La Chiesa viene sostenuta dalla loro presenza.
Ho ricapito la visione di Geremia quando nel capitolo 51, versetti 8-10, descrive il futuro popolo di Dio che chiamerà da tutti i confini estremi della Terra e poi cammineranno per una via piana. Il segno che quello è il vero popolo di Dio è dato dal fatto che c'è il cieco, lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: le quattro forme della fragilità umana che sono in mezzo al popolo e camminano col popolo, non separate da esso.
È stato uno dei fatti più grandi della mia vita capire che il passo della Chiesa, il cammino della storia deve essere segnato da loro. Con la donna partoriente non intendo soltanto la donna che ha concepito un figlio e lo porta nel grembo, ma anche la non maritata e la non feconda, come dice Isaia nel capitolo 54 al versetto 1: "Giubila, o sterile, tu che non partorivi! Da' in grida di gioia ed esulta, tu che non provavi doglie di parto! Poiché i figliuoli della derelitta saranno più numerosi dei figliuoli di colei che ha marito, dice l'Eterno". Per me è stata una visione grandiosa: ogni creatura può avere un papà e una mamma. E non solo: in quelle parole ho compreso, per esempio, che un bambino handicappato grave deve avere da me la risposta di cui lui ha bisogno, non quella che fa comodo a me».
«Ti voglio raccontare uno dei primi fatti che riguardano l'affidamento familiare. C'era una coppia di giovani sposi. Per loro era un inferno stare insieme e allora li ho incontrati. Cercavo di unirli, ma non ce l'ho fatta. Una sera d'inverno, nel '72, è venuto lui con le due bambine e mi ha detto: "Tienile!". Ed è scappato via. La moglie era fuggita e le due bambine piangevano; ma tutto è nel progetto di Dio ed è un incanto vedere come Dio guida i suoi figli.
Allora ho preso la macchina e sono andato da una famiglia che conoscevo. Avevano due figli: uno di sei anni e uno di sette. Ho bussato alla porta, ma non c'era nessuno. Sono andato dai loro amici immaginando che fossero lì. È venuta proprio lei, Maria, ad aprirmi: "Ma cosa fa lei qui a quest'ora? – era già notte – Non avrà mica un bambino!".
"No, ne ho due!". Li hanno presi, è stato bello, e in un anno sono riusciti a rimettere d'accordo i genitori dei due piccoli.
Un giorno stavo tenendo Lucia in braccio, aveva quattro anni. Questa bimba con degli occhioni bellissimi, pieni di lacrime, mi dice: "Don Oreste, quando papà e mamma si vogliono bene, io torno a casa". Io ho fatto un giuramento davanti al Signore: sarei andato a cercare chi era senza papà e senza mamma e avrei fatto l'impossibile perché il suo cuore fosse tenuto caldo caldo vicino al cuore di una mamma.
E così è arrivata la prima casa famiglia, nel 1973, venuta fuori proprio da quel: "Don, quando papà e mamma si vogliono bene, io torno a casa".
Come si fa a lasciare una creatura senza papà e mamma? Sono loro che costruiscono la storia, non noi. Perché ti liberano completamente dal tempo perduto della tua esistenza. Finché una persona non ha dentro di sé un motivo più grande di se stessa, una relazione con colui che è il tutto per noi, si incapsula in se stessa e perde la vita. Per questo Gesù ha detto: "Chi perde la propria vita la ritrova, chi la tiene per sé la perde"».
«Parte da questo concetto: i poveri hanno bisogno e non possono aspettare. Chi ha una casa e ne vuole avere due può aspettare, ma chi è senza casa non può aspettare. E a chi ha bisogno di un papà e una mamma, io non posso rispondere con una struttura emarginante.
Quando vedo dei bambini di un istituto penso: "No. Bisogna dargli una mamma, un papà". Ci vuole una salvezza partecipata, non l'assistenza. Non voglio ciò che tu mi dai, voglio te che ti doni a me.
Ho incontrato Maria Francesca, una bimba gravissima. Oggi si sente fra le braccia della giovanissima mamma che, pur non avendola generata fisicamente, la rigenera continuamente nell'amore. Quella bambina non sente la sua sofferenza, perché ogni attimo di sofferenza per lei non è altro che un momento di inondazione d'amore di quella mamma che la rigenera di nuovo: questa è la famiglia cristiana, questo è il popolo cristiano.
Allora dai, diamo una famiglia a chi non ce l'ha! Questo è ovvio in se stesso. Allora pian piano l'evangelizzazione avviene per trapianto vitale e i tanti che sono chiamati si incontrano.
Il Signore opera, lo Spirito agisce, ed ecco che vengono fuori le case famiglia».

«Famiglia indica complementarietà. In una vera famiglia ci sono il papà e la mamma, almeno il babbo o almeno la mamma, e poi c'è la sorellina, il fratello, il nonno, sono persone complementari.
Quello che può dare un fratello alla sorella, e viceversa, chi lo può dare? Nessuno.
Quello che può dare il nonno ai nipotini, chi lo può dare? E allora perché lo metti al ricovero? Perché non segui la legge di Dio?
Quello che può dare un bambino handicappato nessuno lo potrà mai dare. Nelle nostre comunità terapeutiche, mettiamo spesso in mezzo ai ragazzi tossicodipendenti un disabile grave: è il miglior operatore, perché aiuta i giovani a staccarsi da se stessi; finalmente butti via te stesso e ti ritrovi trasformato dagli altri. Sono olimpiadi di vita che ha stabilito il Signore.
Dovremmo forse fare strutture con solo bambini magari fino ai dodici anni, gli handicappati da un'altra parte, gli anziani da un'altra ancora? Ma perché andare contro la natura? Perché spaccare la società?
Perciò sono nate le case famiglia. Il grido del povero sale verso Dio: nella misura in cui tu stai un po' vicino a Dio, non ce la fai più a stare con Dio senza il povero».
«Siamo riconosciuti dalla Chiesa come Associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio. La nostra vocazione è il dono ricevuto nel battesimo di conformare la nostra vita a Cristo, nel suo essere povero e servo. Povertà non nel senso di privazione, ma povertà nel senso di pienezza: più sei pieno di Dio, più ti distacchi da tutte le cose e quindi vai al necessario, al puro essenziale. Quando il cuore è pieno non ha buchi, non ha bisogno di cose che tentano, come le droghe. Senti Cristo nella sua pienezza, nel suo essere povero, nel suo essere servo. Entri nel progetto di Dio che è infinito e lì dentro trovi la tua originalità totale in comunione con gli altri.
C'è un punto importante: la conformità a Cristo, vittima di espiazione del peccato del mondo. Vuol dire questo, praticamente: Gesù ha fatto ricadere su di sé il peccato, l'ha portato e mentre lo portava lo toglieva; questo vuol dire espiazione, cioè faccio ricadere su di me il peccato del mondo e porto novità di vita. Questo è a livello interiore, invisibile in un certo senso.
Sul piano pratico, concreto, invece c'è la condivisione diretta: mettere la vita con la vita. Questa scelta contiene in se stessa la giustizia, perché quando tu condividi direttamente non c'è più l'io e il tu, ma c'è il noi; non c'è più il mio e il tuo, ma il nostro. Anche se ci saranno dei turbamenti, la natura stessa di questo vivere insieme è il paradiso.
La vocazione non è altro che la chiamata di uno che stabilisce una relazione con chi ha chiamato. Chiamati da Cristo avrete una relazione con lui.
Io vado anche nelle discoteche per parlare di Cristo e i giovani aspettano.
Chiedo perdono quando non vado, quando loro aspettano tanto. Chi aspetto io? Che vengano da me, che si mettano in ginocchio davanti a me? Ma chi sono io? Ecco il nocciolo della vocazione».
«Posso fare uno scherzetto per rispondere?».
«Bussa alla porta una persona e la mamma dice al figlio: "Dai, vai a vedere chi è".
"Mamma, c'è uno che è messo molto male!". "Cosa vuole?". "Vuole una fetta di pane". La mamma taglia una fetta di pane e la mette su un tovagliolino, poi gliela porta.
Il giorno dopo qualcuno bussa nuovamente alla porta. "Ce n'è un altro". "Ah! – dice la mamma – Qui hanno imparato il vizio!". Ma mentre lei taglia il pane il bambino le dice: "Mamma, invece di dargli il pane, gli posso dire di venire in casa a mangiare con noi?".
Ecco, qual è, secondo voi, il modo migliore di rispondere? Il primo o il secondo?».
«Il secondo» dicono i ragazzi.
«Allora – riprende don Oreste – io adesso ovunque andrò dirò: "Andate a casa da questi ragazzi, se avete fame, perché vi faranno sedere a tavola con loro!". Ci state?».
«La carità dobbiamo farla, ma un giorno i poveri ce la tireranno in faccia: "Mi hai dato i tuoi avanzi!" ci diranno.
Io vado spesso alla stazione, anche se adesso un po' di meno perché sono sempre in viaggio. Quanti dialoghi ho avuto con quelli che chiamiamo barboni...
Sapete come si riconoscono subito alla stazione i barboni nelle sale d'attesa? Dal profumo dei piedi. Non sbaglio mai, vado dritto, sono loro.
Ricordo Lucia, stava appoggiata al termosifone. Vado da lei, aspetto che si svegli.
"Come ti chiami?". "Lucia". "Da dove vieni?". "Da... da lontano". "Ah! Ho capito. Va bene. Ma hai mangiato questa sera?". "Sì sì, ho mangiato". "E chi te l'ha dato? Chi te lo ha pagato?". "Nessuno". "Hai fatto la colletta?". "No no". "Ma dov'è che l'hai preso?". "Nel bidone. C'è tanta roba buona".
Io mi sono vergognato. A me ha fatto tanto bene la parola di San Vincenzo de' Paoli quando saluta la suora, la più giovane, poco prima di morire. La chiama e le dice: "Giovanna, ricordati che la carità è pesante da portare. Più pesante del brodo e del pane che tu dai. Ricordati che il brodo e il pane lo possono dare anche i ricchi. Tu devi dare l'amore".
Poi dice la parola che mi ha sempre schiantato: "Giovanna, i poveri sono i tuoi padroni. Anche quando sono esigenti, ti trattano male, ricordati che sono i tuoi padroni. Ricordati che per il tuo amore, per il tuo amore soltanto i poveri ti perdoneranno il pane che tu dai a loro. E ogni volta che fai l'elemosina, inginocchiati di fronte al povero e chiedigli perdono perché gli hai fatto l'elemosina".
«Il grido del povero sale verso Dio: nella misura in cui tu stai un po' vicino a Dio, non ce la fai più a stare con Dio senza il povero»don Oreste Benzi
D'altra parte, come fai tu a mangiare tranquillo quando sai che fuori dalla porta c'è uno che tu fai finta di non vedere e sentire? C'è qualcosa che non va. Noi non possiamo soltanto assistere le vittime di questa società, ma dobbiamo agire in modo da rimuovere le cause che creano queste vittime. E la via eccellente è la condivisione: mettere la vita con la vita».
«Ho sempre paura di entrare in una categoria di persone che si sono sistemate. Ho capito che quando sarò sistemato avrò tradito quelli che non lo sono. E allora devo vivere con loro, è bello!
Guardate Gesù. Leggete il capitolo 13 della Lettera agli Ebrei, versetti 11, 12, 13. Dice che Gesù è morto fuori dalle mura. Allora mi sono incuriosito e ho detto: voglio andare a vedere chi moriva fuori dalle mura. Erano i condannati a morte, maledetti dalla gente. Gesù ha voluto vivere fuori dalle mura; è nato fuori dalle mura nella grotta di Betlemme; è vissuto fuori dalle mura perché aveva un'accozzaglia di amici; è andato a portare la notizia della venuta ai poveri, ai pastori che erano trattati peggio degli zingari di oggi. Da allora ad oggi non è cambiato niente. Un giorno ho ricevuto una bella cartolina: "Maledetto te e i tuoi zingari!", c'era scritto. Un buon augurio di Natale, si vedeva che l'autore l'aveva scritto con gusto. Questo è il punto: cos'è cambiato? Io devo cambiare. E sento questo: io non ho le mani pulite di fronte ai poveri; se voi le avete pulite, beati voi, ma io no».
«Sta scritto nel nostro cammino che i poveri ci vengono a cercare, ma ci sono tanti poveri che non ci vengono a cercare. Quelli dobbiamo andare a cercarli noi, un po' da tutte le parti. Ho iniziato così: una sera mi trovavo alla stazione ed ero vicino a due "angeli custodi": avevano un profumo che io chiamo "il profumo degli angeli", non costa niente e dà tanto. Aspettavo che si svegliassero.
Arriva una donna che sembrava una vecchietta, messa male. Siamo nel 1991. Mi dice: "Padre, oggi niente, neanche per 10 mila lire". Io non capivo cosa voleva dire. Poi ancora: "Padre, io voglio molto bene alla Madonna". E tira fuori dal portafoglio un'immagine della Madonna tenuta benissimo, ma dentro neanche una lira. E mi ripete: "Oggi, padre, nessuno, neanche per 10 mila lire".
Finalmente capisco. "Guarda, ti do 20 mila lire io, senza uso e consumo. Qui di fianco c'è un albergo, vai a dormire lì stanotte. Poi vediamo cosa si può fare".
Quanto mi ha fatto impressione… un mucchio di ossa usato da tanti, tanti uomini. Lì ho capito cos'è la prostituzione. Ma poi mi ha colpito la scoperta di tutto il mondo della prostituzione. Prima c'erano le austriache, poi le nigeriane, le albanesi, le ungheresi, le rumene, poi soprattutto le moldave, altre dalla Bielorussia, dall'Ucraina, da Mosca... e via via il campo si allargava. Nessuna donna nasce prostituta, c'è sempre qualcuno che la fa diventare tale. Io non mi posso mettere dalla parte di chi la fa diventare prostituta. Mi devo mettere dalla parte della donna, che è vittima. Nessuna donna sceglie di fare la prostituta, tranne quelle che fanno le prostitute dei vip: industriali, commerciali, calciatori, parlamentari. Tutta gente potente che è capace di spendere. Queste creature invece sono sfruttate, oppresse.
Ma allora, come puoi permettere questo? Arrivate a casa stasera e una vostra sorella, una figlia di 14/15 anni non la trovate più: voi stasera dormite? No! Non mi dite che dormite! Se poi venite a sapere che l'hanno portata in Germania e che là la sfruttano, voi state zitti?
Le ragazze mi chiamano padre. E io che le vedo, queste figlie, vado a dormire? No!
Dai, ci state? Liberiamo tutte le schiave! A voi giovani dico: ribellatevi! Non potete fare la pace con il male! Non la ribellione violenta, però, attenti! Il cristiano fa la vera rivoluzione perché la paga con la propria persona, anche con il proprio sangue».

«Io mi definisco un liberatore. Sono ventitré anni che lavoriamo con giovani che fanno uso di droghe. In questi anni ne sono passati a migliaia. Sai cosa dicono questi giovani? Qual è l'accusa che fanno ai genitori? "Mi hanno fatto fare tutto quello che volevo. Non c'è stato mai nessuno che mi ha detto di no, e mi sono rovinato".
La crisi che porta alla droga è precoce, a cinque anni già si può vedere se un bambino, diventato ragazzo, sarà a rischio di tossicodipendenza.
Prima di tutto c'è un errore molto grosso: si considera soltanto il male fisico che la droga fa. Quando noi abbiamo un ragazzo che si droga, dobbiamo chiedergli quando si è fatto il primo spinello e da lì dobbiamo partire. Perché dal primo spinello inizia la morte. Muori ancora prima di nascere. Con la droga scompare la coscienza morale, non c'è più bene o male e quindi il soggetto non matura come persona. Scompare la coscienza sociale, cioè la capacità di assunzione di responsabilità, esiste solo lui: il drogato. Scompare la coscienza della propria responsabilità verso gli altri, scompare l'attenzione verso Dio, verso l'infinito. Scompare la persona.
La droga distrugge prima di tutto la personalità del soggetto che deve crescere nella pienezza delle sue facoltà. Noi predichiamo che non c'è distinzione fra droghe leggere e droghe pesanti: una distinzione che ha fatto fare miliardi ai criminali.
Il tetraidrocannabinolo, che adesso ha una tossicità moltiplicata di diciassette volte rispetto a quella di vent'anni fa, distrugge i neurotrasmettitori e crea dipendenza, non soltanto fisica ma anche psicologica. Non si può paragonare il tetraidrocannabinolo alla sigaretta, perché questo distrugge i procedimenti di formazione della personalità. Perché vogliamo che i nostri giovani muoiano? Gli adolescenti hanno bisogno di sentirsi dire: "No! Quello non lo puoi fare!".
Quando hanno fatto la legge per il casco molti si sono ribellati, però quante migliaia di vite sono state salvate?».
«Il doppio, il triplo. Noi come Comunità quando c'è stato l'attentato delle Torri Gemelle abbiamo scritto immediatamente una lettera a Bush e una a Bin Laden. Erano amici tra di loro, poi hanno litigato. Nella lettera a Bush ho scritto: "Signor Presidente, lei si professa cristiano. Ora dia una svolta alla storia del mondo, proponga il perdono. Dica a Bin Laden che venga allo scoperto, poi anche lei venga allo scoperto. Esaminate tutti i terrorismi di cui siete causa e che portate avanti. Poi decidete come poter fare un nuovo cammino della storia. Se lei farà questo atto smetterà di far scorrere sangue su questa terra". Gli ho chiesto anche di essere ricevuto. La risposta da Bush è arrivata, dicendo che non aveva tempo. La risposta da Bin Laden non è mai arrivata.
C'è il sistema terroristico e l'atto di terrorismo. Sull'atto di terrorismo tutti si commuovono, tutti si uniscono, tutti si mettono a posto, ma sul sistema terroristico si stravaccano sopra tutti!».
«La Comunità Papa Giovanni XXIII è presente in vari Paesi del mondo. Chi ha l'Aids in Zambia, in Kenya, in Tanzania, cade come le mosche. Muore perché gli antiretrovirali non li può avere, costano troppo, sono protetti dal brevetto che dura vent'anni. Da noi non si muore più di Aids e là si cade così, perché? Con il Trattato di Doha si era stabilito che i farmaci più necessari, come gli antiretrovirali, gli Stati potevano produrli da soli. Sono stati bloccati subito, perché altrimenti le grandi multinazionali non possono fare più i soldi. Noi in Zambia, Kenya e Tanzania con il microcredito seguiamo circa 15 mila bambini orfani di genitori. Perché dobbiamo permettere che muoiano in queste bidonville? Perché loro devono morire così e noi no? Questo forse non è terrorismo? Perché non si producono più tanti antibiotici, come quelli per la Tbc? Perché è stata sconfitta. Dove? Nel mondo sviluppato, dove si consuma l'80% del prodotto mondiale. Ma in India e in altri Paesi la Tbc è fiorita di nuovo, e non ci sono i farmaci. Questo, forse, non è un sistema terroristico?
Pensiamo ai bambini massacrati nel grembo materno. Avete letto sul giornale di quel bambino handicappato nato per sbaglio dopo una sollecitazione all'aborto? L'hanno salvato, ma gli altri devono morire tutti? Le nostre mani grondano sangue.
Voi non venite a patti col male, tutto il mondo ve ne sarà grato. Abbiate coraggio. Diceva Martin Luther King: "Io non ho paura della cattiveria dei malvagi, ho paura del silenzio degli onesti"».
«Se noi non presentiamo il potenziale rivoluzionario che Cristo ha, ma limitiamo i giovani alla devozione, essi perdono la rivoluzione e si allontanano, ma non perché non cercano Dio. Nelle discoteche, quando riesco ad andare, vado soltanto per parlare di Gesù. Prima giro, giro, giro, poi vado alla consolle, e porto sempre delle testimonianze. I giovani mi chiedono solo della fede, di Dio. Per me le discoteche sono le nuove aule di catechismo. Il problema è che i giovani non vanno più dove sono convocati e allora dobbiamo andare noi dove sono loro.
Secondo me, una gioventù matura come quella di oggi non l'abbiamo mai avuta. Io ho vissuto il '68 nelle scuole del liceo scientifico (faceva l'insegnante di religione - ndr). Ma non è più quell'epoca. Adesso sono più saggi, i giovani, corrono là dove c'è la vita. Cristo è la sorgente della vita: "Chi viene dietro di me avrà la luce della vita".
Ci sono giovani che vanno a pulire il greto dei fiumi o la spiaggia. Perché lo fanno? Vuol dire che hanno il senso di un ordine, di una giustizia più profondi. Ragazzi, va bene ripulire la spiaggia dalle lattine, ma occorre anche lottare per ripulire la cattiveria del mondo e far venir fuori il disegno di Dio.
Io sono molto ottimista, Dio ha creato tutto per la vita, basta leggere il libro della Sapienza. Il mondo giovanile di oggi è di una ricchezza unica, solo che si perde il contatto».
«La Papa Giovanni è fondata dallo Spirito Santo e dai poveri, quelli sono i veri fondatori. Io ho solo paura di essere un affondatore, perciò chiedo a Dio che mi salvi da questo.
Guarda chi davvero smuove tutto il mondo. Guarda le nostre Capanne di Betlemme, i nostri ragazzi che vanno alla stazione, in mezzo ai barboni: sono loro, sono i poveri che ci fanno spalancare gli occhi, altrimenti ci richiudiamo in noi stessi.
La sofferenza più grande per me, nella Chiesa di oggi, è il fatto che non c'è più coscienza di essere popolo, popolo di Dio. Invece tu sei membro vivo del corpo di Cristo se prima appartieni al corpo e in funzione del corpo. Tu sei persona nella misura in cui sei membro di quella comunità, di un popolo. Prendete la Lettera di Pietro, capitolo 2: "Voi che non eravate popolo, ora siete popolo di Dio". Specialmente tutti i movimenti, gli ordini religiosi, le parrocchie, le comunità, sono un grande abbraccio di gioia. Ognuno è il campo dei cento fiori, ognuno è un qualcosa di stupendo. Se vuoi capire la vitalità di una comunità guarda quanto gioisce per il bene che gli altri fanno.
Viviamo in una società impostata sulle quantità, ma le quantità si contendono gli spazi e per natura loro generano la guerra, sempre. Noi, invece, siamo un'altra società, quella fondata da Cristo, che è basata sulle qualità. E le qualità si cercano, si abbracciano, gioiscono.
Se tu ami e vedi che un altro ama, lo abbracci, se invece tu hai una macchina bella e vedi che l'altro ne ha una più bella, muori d'invidia.
Noi siamo passati dalla società del "ti do perché tu mi dia" alla società di un amore puro: ama per primo, ama gratuitamente, ama perché sei amore. Ma la prova più grande dell'amore è se tu sei capace, come Gesù, di amare di un amore inutile. Allora sei libero, allora ti unisci, abbracci.
Noi non sappiamo il nostro nome e cognome, per noi incontrarci è solo vederci. Noi ci conoscevamo stasera ancora prima di incontrarci, perché il nostro respiro è Cristo Gesù».
«La mia preghiera preferita è il Padre nostro, perché è la più impegnativa che esista. Quando dico "Padre nostro" voglio vedere se mi sento davvero figlio e quindi fratello. Se non mi sento fratello degli altri, devo smettere di dire "Padre nostro". Un pezzo, quindi, tagliato via.
"… che sei nei cieli…". Va bene, fin qui arriviamo a dirlo.
"… sia santificato il tuo nome…". Cioè sia messo in evidenza lo stupore della tua grandezza, del tuo amore, della tua pienezza di vita. Quindi se io dico "sia santificato" voglio portare il tuo nome a tutti gli uomini, sennò come fa ad essere santificato se non lo porto? E portare il nome vuol dire portare la persona.
"… venga il tuo regno…". Allora io devo essere impegnato a far venire fuori il regno di Dio. Se tu non ti dai da fare per far venire questo regno, cancella un altro pezzo.
"… sia fatta la tua volontà…". Se invece tu fai sempre i tuoi capricci, cancella anche quello.
"… dacci oggi il nostro pane quotidiano…". Nostro, ma dove nostro? Lo devo far diventare nostro. È una concezione nuova del mondo del lavoro, che è un mondo stupendo, vitale.
"… rimetti a noi i nostri debiti…". Ma sta' attento, Signore, ti do la misura: "… come noi li rimettiamo ai nostri debitori…". Ho una gran paura di arrivare davanti al Signore e di avere una montagna di debiti ancora da pagare. Se io non li pago agli altri, gli sto dicendo: "Signore, non pagarli neanche a me".
"… e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male". Vuol dire questo: che io prenda coscienza della mia povertà, del mio niente se non mi espongo. Cancella, se non lo fai.
Rimane solo l'Amen. È la preghiera più impegnativa che ci sia su questa terra.
Però, per poter dire bene il "Padre nostro" bisogna che tu faccia come Gesù. Si alzava presto al mattino, si ritirava in luoghi deserti e pregava.
La preghiera non è altro che la "direttissima" per entrare nel mondo di Dio. E se vuoi entrare nel mondo degli uomini devi passare attraverso il mondo di Dio. Perciò non esiste uno così presente alla terra quanto colui che è presente nella contemplazione a Dio.
È un tutt'uno: per stare in piedi bisogna stare in ginocchio!».

L'intervista è tratta dal libro Ribellatevi! Don Oreste Benzi. Intervista con un rivoluzionario di Dio di Nicoletta Pasqualini e Alessio Zamboni, con prefazione di Giovanni Paolo Ramonda (Sempre Editore, 2019).
Leggi anche: 19° anniversario di don Oreste Benzi, gli appuntamenti per ricordarlo e Zavoli e don Benzi insieme a L'Altro Mondo
© Riproduzione Riservata
Semprenews è su Whatsapp.
Clicca qui
per iscriverti al nostro canale e ricevere aggiornamenti quotidiani direttamente sul tuo telefono.