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La gentilezza non si insegna con le parole ma si trasmette con i gesti, gli sguardi e la cura quotidiana: è un modo di essere che si impara vivendola nelle relazioni.
Carla, professionista dell’apprendimento, segue un gruppo di bambini con diverse difficoltà. Per il primo incontro allestisce gli spazi con cura, inserisce degli elementi naturali, mette la musica della natura in sottofondo. Dopo appena dieci minuti di conoscenza, una bambina la guarda e le dice: «Tu sei gentile» e altri dicono «Sì, sei gentile!». È una frase semplice, quasi disarmante, ma densa di significato. In quel momento, Carla avverte che qualcosa di profondo si è mosso: quei bambini, che spesso faticano ad esprimersi, hanno percepito qualcosa che va oltre le parole, hanno colto il tono della voce, lo sguardo, la presenza, la cura, l’accoglienza senza giudizio.
Come si può “educare” alla gentilezza senza ridurla a una regola? La gentilezza non si insegna, è un’esperienza che si trasmette nelle relazioni quotidiane, nei gesti più semplici, nel modo di comunicare. È un calore che si percepisce più che si definisce, un atteggiamento che non si può spiegare con lezioni frontali, ma che si impara osservando, sentendo, condividendo.
L'importanza di sentirsi riconosciuti
Come ricordava Dorothy Law Nolte, «i bambini imparano ciò che vivono»: imparano la gentilezza quando la incontrano, quando la sperimentano in prima persona. Non come un contenuto da memorizzare, ma come una presenza che li fa sentire accolti, sicuri, visti. Essere gentili non significa evitare il conflitto o rinunciare alla fermezza, ma saper coniugare chiarezza e delicatezza, autorevolezza e rispetto.
La gentilezza è un atto di reciprocità: nasce quando ci si sente riconosciuti e accolti, quando la relazione diventa spazio di fiducia. È una forma di risonanza emotiva che trasforma il clima del gruppo e la qualità delle relazioni. Da un punto di vista pedagogico, la gentilezza può essere letta come una forma di intelligenza relazionale, una competenza che intreccia empatia, ascolto e consapevolezza.
Carla comprende che la gentilezza non è un valore da aggiungere all’educazione, ma ne è il cuore pulsante. È la trama invisibile che tiene insieme l’apprendimento, la relazione, la crescita. Non serve “insegnarla”: basta viverla, con autenticità.
I bambini imparano ciò che vivono
Nel 1954, la consulente familiare americana Dorothy Law Nolte scrisse una breve poesia destinata a un bollettino scolastico locale. Non poteva immaginare che quelle poche righe, semplici e limpide, sarebbero diventate una delle riflessioni più amate sull’educazione.
Se un bambino vive nella critica, impara a condannare.
Se un bambino vive nell’ostilità, impara ad aggredire.
Se un bambino vive deriso, impara la timidezza.
Se un bambino vive nella vergogna, impara a sentirsi colpevole.
Se un bambino vive nella tolleranza, impara ad essere paziente.
Se un bambino vive nell’incoraggiamento, impara la fiducia.
Se un bambino vive nella lode, impara ad apprezzare.
Se un bambino vive nell’equità, impara la giustizia.
Se un bambino vive nella sicurezza, impara ad avere fede.
Se un bambino vive nell’approvazione, impara ad accettarsi.
Se un bambino vive nell’accoglienza e nell’amicizia, impara a trovare amore nel mondo.
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