«Siamo fatti di infinito»: intervista al Premio Morante Nicola Campiotti
Dall'esordio letterario con "Tra noi tutto è infinito" alla missione nelle scuole: il regista e scrittore si confessa in un dialogo profondo sull'esistenza.
Nicola Campiotti, vincitore del Premio Elsa Morante, racconta la genesi del suo romanzo e la scoperta di una "casa" comune nell'infinito. Un viaggio attraverso le tappe della vita dove il dolore si trasforma in gratitudine e le diversità diventano occasioni di unità.
Ci sono libri che catturano più di altri, storie in cui non si può fare a meno di immedesimarsi e che trasportano il lettore in un viaggio intenso e profondo. È questo il caso dell’opera prima dello scrittore, regista e attore Nicola Campiotti, che con la sua opera di esordio Tra noi tutto è infinito ha vinto il premio Elsa Morante.
Il romanzo ruota attorno alle vicende di Teo, prima bambino, poi adolescente e poi adulto. Il racconto è suddiviso in tre parti: le tre fasi della vita appena citate, ognuna con un sottotitolo: I bambini giocano, I ragazzi si innamorano, Gli uomini cercano un senso al loro cammino. Il libro, attraverso il racconto di vicende anche quotidiane, tratta di quelli che l’autore definisce universali umani: l’amore, la ricerca, la morte, eccetera, ossia aspetti che interessano e riguardano tutti gli esseri umani; per questo ciascuno può riconoscersi nel protagonista almeno in qualche aspetto o in qualche esperienza.
In un’intervista, o per meglio dire una chiacchierata al telefono con l’autore, abbiamo approfondito le tematiche principali del libro che Campiotti sta portando anche nelle scuole come stimolo e invito per i ragazzi a riflettere.
Nicola, che cos’è che l’ha spinta a cominciare a scrivere?
«Ad un certo punto ho sentito questa esigenza di scrivere, ho avuto la sensazione che non potessi farne a meno. Era un momento molto particolare della mia vita. Era poco dopo il lockdown, mio figlio era piccolo e mi sono reso conto che stava per iniziare una nuova fase della vita: quella in cui dovevo essere padre. Giunta questa consapevolezza, ho sentito il bisogno profondo di mettere in ordine quello che c’era stato fino a quel momento e così ho iniziato a scrivere, sistemando anche testi buttati giù anni prima, e pian piano è arrivato questo romanzo.»
Un tema che emerge con chiarezza nella prima parte della storia, quella dedicata all’infanzia, è la ricerca di unità nonostante le differenze e ciò che divide: qual è la chiave per l’unità nelle relazioni?
«La vicenda del protagonista Teo comincia con la separazione dei genitori, che non vive effettivamente come un trauma, anche se cercherà sempre di trovare dei punti in comune: è appunto l’unità. C’è questa energia che cerca di tenere insieme gli opposti e integrare le diversità. Anche se non è facile, credo che per avere unità sia fondamentale farne esperienza, ossia fare esperienza che stare con persone diverse fa stare meglio. Invece di evitare chi è diverso da noi, sarebbe meglio creare un’occasione per stare insieme: una passeggiata, una partita, una cena. All’inizio ci sarà sicuramente diffidenza, poi però si scopre che non è stato così male, anzi è stato bello. Questo non significa essere amici di tutti: c’è bisogno di capire che l’unità non è uniformità e che è un’illusione pensare di star bene solo con chi è uguale a noi; anche con chi è diverso si può star bene, forse anche meglio.»
La mia guarigione è stata far pace con la morte, non farle la guerra, perché illuminare le ombre le fa sparire piano piano
Nicola Campiotti
Nella seconda parte del libro viene affrontato il tema difficile della morte: una scelta coraggiosa.
«La morte fa parte della vita: nasce qualcosa e qualcosa muore, forse rinasce o cambia forma. È un mistero che l’uomo non può comprendere fino in fondo. La mia guarigione è stata far pace con la morte, non farle la guerra, perché illuminare le ombre le fa sparire piano piano.»
Nonostante l’evento tragico, nel libro si “respira” molta speranza. Come si può ripartire da un dolore così forte?
«Per rispondere, vorrei citare una frase del libro: far prevalere la bellezza di averla incontrata al dolore lancinante di averla persa. È questa la chiave: la gratitudine, perché i legami veri non si perdono, restano dentro di noi. A volte diventiamo come calamite: certe relazioni sono talmente forti che continueranno ad attrarsi reciprocamente. E poi, per ripartire, è fondamentale non stare in un’isola, ma farsi aiutare e vivere il dolore assieme agli altri, condividerlo.»
Nella seconda parte del testo c’è anche un bel omaggio alla scuola, tramite la figura della professoressa. Di cosa ha bisogno, secondo lei, oggi la scuola italiana per ripartire?
«Di non essere una scuola delle performance o del voto, perché i ragazzi sono molto di più del loro voto. Servono insegnanti capaci di ascoltare, di vedere i ragazzi nella loro interezza e di accompagnarli a crescere ogni giorno. Il programma dovrebbe essere uno strumento per l’insegnante, non il fine: il mondo esterno e il mondo interno dei ragazzi devono entrare nella scuola. Se non si parla di ciò che succede nel mondo, i ragazzi rischiano di diventare indifferenti; ci deve essere un doppio movimento: ascoltare e parlare del reale. C’è da dire però che molto spesso anche gli insegnanti non sono adeguatamente supportati nello svolgimento della loro missione: sono pagati troppo poco e, in più, sta venendo sempre meno il rapporto di collaborazione con le famiglie; sono troppo soli.»
La ricerca di senso nasce da una mancanza, da una ferita, e non tutti sono cercatori. La profondità d’animo è un dono, un po’ come la fede.
Nicola Campiotti
La terza parte del libro, sull’età adulta, parla della ricerca di senso. Siamo ancora capaci di cercare il senso delle cose?
«La ricerca di senso nasce da una mancanza, da una ferita, e non tutti sono cercatori. Anche oggi ci sono persone che vivono in qualche modo sulla superficie e altri che invece provano a comprendere qualcosa in più. La profondità d’animo è un dono, un po’ come la fede.»
Concludo con una sottolineatura sul titolo: che cos’è per lei l’infinito?
«L’infinito è la nostra casa, siamo fatti di infinito e torneremo ad esserlo. Siamo pezzi di infinito: l’infinito è un po’ come Itaca per Ulisse, il luogo verso cui si torna.»