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1 Febbraio 2021

Georgette Polizzi. «La casa famiglia è stata la mia la salvezza»

È stata, nel 2016, una delle protagoniste di Temptation Island. Ora è un'influencer da 600 mila follower su Instagram. Ma dietro a questa immagine di ragazza spensierata e piena di energia si nasconde un passato duro che racconta in un libro: I lividi non hanno colore.
Georgette è caduta e si è rialzata, perché ha trovato chi l'ha salvata. Georgette ha scelto di vivere.
Cubo, ragazza immagine, una vita vissuta a mille, un’apparenza, un sogno tutto suo da realizzare. Poi la partecipazione nel 2016 a Temptation Island la fa conoscere al grande pubblico. 
La ragazza in questione è Georgette Polizzi, nata a Vicenza il 21 maggio 1982, stilista e nota influencer nel campo della moda e affini, da 600mila follower su Instagram. 
Alla fine del 2016 nasce il suo marchio Georgettepol. È in un momento di grave difficoltà economica che arriva l’ispirazione. Lei è una ragazza un po’ maldestra, che si sporca sempre. Guardandosi allo specchio, si accorge di avere la T-short macchiata di cioccolato. E allora pensa, perché non realizzare magliette sporche di cioccolato, vino, caffè?
Oggi le sue creazioni si contraddistinguono proprio per quegli schizzi di colore che sbordano da tutte le parti e i colori sono parte della sua vita.  
Eppure questa ragazza, che ogni giorno presenta allegramente e piena di energia i suoi prodotti alla sua community di Instagram, ha un passato che pesa come un macigno. Un passato in bianco e nero che nessuno conosceva, fino a prima dell’uscita del suo libro dal titolo emblematico I lividi non hanno colore.

La copertina del libro I lividi non hanno colore


Un viaggio duro e crudo nella sua vita, fatto di botte e lividi che hanno lasciato cicatrici che neppure il tempo può cancellare. L’infanzia con una madre che la faceva sentire sbagliata, che la picchiava con calci in faccia e nella pancia fino a spedirla, all’età di 15 anni, in ospedale.
I servizi sociali  hanno capito la sua situazione. L’anno allontanata dalla madre ed ha trascorso la sua adolescenza in casa famiglia dove ha trovato la salvezza. È anche un libro carico di tenerezza, che guarda alla vita con speranza e fiducia. «Perché – dice – è il bene più prezioso che abbiamo».
Georgette è caduta e si è rialzata, perché ha trovato chi l’ha salvata. Georgette ha scelto di «vivere per scelta e non per caso», «di essere motivata e non manipolata» e di non autocommiserarsi. Quando tutto sembrava alle spalle e la felicità raggiunta ecco un’altra prova, la malattia. Ora si affaccia una Georgette nuova. 
 
Generalmente i lividi si cerca di nasconderli, camuffarli, tu invece li hai messi in piazza raccontandoli nel tuo libro I lividi non hanno colore. Perché questa scelta?
«Perché li ho nascosti per troppo tempo, portandone il loro peso. Ho deciso di  condividerli per lanciare un messaggio positivo alle tante persone che soffrono, che hanno dei lividi. Raccontandomi li ho esorcizzati, facendo capire che non c’è niente di male ad averli… ma che bisogna assolutamente prendere in mano la propria vita e cambiare il proprio destino.» 
 
Cosa hai provato scrivendolo?
«Scrivere il libro non è stato semplice perché ho dovuto aprire dei vasi che avevo completamente chiuso.  È stata una sofferenza assurda.» 
 
Mi dispiace tornare a quella sofferenza. Ma so che sei una tipa tosta…
«No, non ti preoccupare. Con tutto quello che è stato scritto ormai…»  

Georgette Polizzi: Un'infanzia sofferta 

La causa di tutto è stata tua madre. Ti ha picchiato tanto. Ti ha fatto soffrire molto. Un’infanzia davvero dura per una bambina. Eri sola? Nessuno ti poteva aiutare? 
«Una bambina nera negli anni ’80 difficilmente aveva credibilità o veniva creduta. Non ho trovato aiuto da parte di nessuno al tempo e mi sono resa conto che dovevo aiutarmi da sola, poi successivamente sono stata aiutata dalla casa famiglia dove sono andata a vivere e lì è ricominciata la mia vita.» 
 
Ora che tua madre non c’è più l’hai perdonata?
«Sì, io l’ho perdonata. Se dovesse magicamente comparire qui, in questo momento, le correrei incontro e l’abbraccerei, perché ho capito che non stava bene..»
 
Cos’è che non andava in lei?
«Era una mamma malata, con dei problemi, con un passato difficile. Oggi ho capito il perché di tutto.»

La mia adolescenza in Casa famiglia

La casa famiglia della Papa Giovanni XXIII è stata la mia salvezza, racconti. «Appena superata quella porta ho subito avvertito una sensazione di protezione e sicurezza». Com’era quella famiglia? Chi hai trovato?
«Inizialmente è stato molto difficile, c’erano delle regole a cui non ero abituata. Poi però ho avuto proprio il senso di casa. Il mangiare assieme, vivere degli appuntamenti con delle persone, il sapere che qualcuno ti aspetta, è stata una sensazione impagabile, ho sentito casa. Ho trovato Wanda, Cristian, Lia che erano dei volontari che mi hanno completamente stravolto la vita in meglio e mi hanno insegnato cosa vuol dire condivisione.»
 
Georgette Polizzi in casa famiglia


Veniamo a Wanda, che per te era come una madre. Eppure aveva solo 10 anni più di te. 
«Wanda è ancora oggi come una madre. La sento sempre. Lei è stata quel punto di riferimento di cui avevo bisogno. Per me lei è tutto, è il mio tutto. È intoccabile! Wanda è mamma, Wanda è casa.»
 
Sei cresciuta in una sorta di famiglia allargata con una varietà di persone:  chi aveva dei problemi di disabilità, chi era stato abbandonato, chi aspettava un nuovo futuro. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
«Mi ha fatto capire che nel male ero fortunata. Purtroppo la gente non lo sa, sono argomenti ancora tabù. Ma ci sono molti ragazzi che soffrono, un sacco di persone che hanno problemi e lì mi sentivo quasi fortunata, perché vedevo gli altri come stavano e ascoltavo le loro storie e nel mio piccolo andava bene così.»
 
Studiavi, lavoravi e vivevi in Casa famiglia ma avevi bisogno di indipendenza. Poi ad un certo punto hai sentito il bisogno, ancora giovanissima, di prendere la tua strada. 
«È stata una scelta molto sofferta ma in quel momento era una sorta di ribellione. Era come un dimostrare a me stessa che dovevo vivere la vita. È stato difficile sceglierlo ma l’ho fatto. Era più un desiderio di riscatto, volevo dimostrare a me stessa e alla vita che ce la facevo da sola. Oggi se tornassi indietro forse questa scelta la farei più avanti e resterei ancora un po’.»

I colori di Georgette

«La mia vita è fatta di partenze e ritorni». «Si potrà stare male ma ci si deve rialzare». Ed è dalla cenere che hai capito di voler lasciare un segno, anzi il tuo segno, realizzando i tuoi primi capi di abbigliamento. Come è andata? 
«Tutto quello che io faccio è un bisogno di riscatto. È come se io volessi cercare di cambiare il mio destino, continuamente. Dall’aspetto professionale  lavorativo a quello personale, è tutto un amore potente nei confronti della vita che mi porta a dire: “Sai cosa c’è? Io cambio il mio destino”.»
 

 

Nel 2016 nasce il tuo marchio Georgettepol. Le tue creazioni sono intrise di colori, spruzzi, dentro e senza confini.  Cosa rappresentano quelle macchie? 
«Sono il mio riscatto… Se guardi una parete grigia ne rimani distaccata, diversa è la sensazione quando guardi una parte piena di colori, è talmente forte l’emozione che non te ne distaccheresti più. I colori sono la cosa più bella che ci sia al mondo. E io dico sempre: “Mi sono fatta salvare da 1 pennello e 4 colori perché mi fanno sentire viva. Il mio amore per la vita lo trasmetto attraverso i colori.»
 
Tante storie hanno attraversato il tuo orizzonte sentimentale ma alla fine hai trovato Davide (il tuo Momo) che è diventato tuo marito. Cosa hai trovato in lui?
«Non saprei neppure descrivertelo. Davide è l’amore vero. È quell’amore che se mi dicessero: “Davide sta male, ha bisogno di un cuore, se muori tu fai vivere lui”. Lo farei. Questo è Davide per me.»
 
Come ha preso il tuo libro-confessione?
«Non è stato semplice per lui accettare che la gente sapesse tutto di me, perché è una persona che cerca sempre di evitare le cose brutte. Ha cercato di tutelarmi, e proteggermi. È al mio fianco.» 

L'inaspettata malattia 

Georgette Polizzi seduta accanto alla sua carrozzina


Nel 2018 è arrivata un’altra prova, forse ancora più dura. La scoperta della Sla. Una come te attiva, vulcanica, sportiva come vive la malattia?
«Non poteva arrivarmi una malattia peggiore: una malattia neurodegenerativa, soprannominata la malattia della stanchezza. Per me è stata dura accettarla. Oggi è la mia compagna. Ho imparato a tenerle testa e vado avanti.»
 
Hai un altro sogno, diventare madre. Come intendi affrontare anche questa ultima prova?
«Il percorso che sto facendo è duro e difficile. E io che sono stata in Casa famiglia, a volte soffro e mi arrabbio pensando che ci sono tanti bambini abbandonati, maltrattati, che sono stati rifiutati dalle loro famiglie, mentre ci sono persone come me che devono combattere per avere un figlio.»
 
Sembra che anche nel male tu cerchi di vedere il bene. Non si è mai visto che in un libro si ringrazino anche le persone, come hai fatto tu, che sono state la causa di tanto male scrivendo: «è grazie a loro che sono diventata la donna che oggi sono. Una donna forte ed innamorata della vita». Cos’è la vita?
«La vita per me è fatta di ricadute e tante risalite. Ho imparato ad apprezzare tutto. Anche quando succede qualcosa di male io cerco sempre di tramutarlo in bene. Aspetto sempre il “day after”, il giorno nel quale starò meglio. È proprio una continua sfida alla mia vita, ogni giorno, per trovare la mia felicità.»