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18 Dicembre 2020

Dalla Siria a Roma non rinuncia alla speranza

Nella Giornata Mondiale dei Migranti la storia di Abdallah, fuggito dalla guerra.
Foto di Operazione Colomba
Poche ore di differenza gli hanno salvato la vita e consentito di scappare dalle torture e dalla morte. Adesso vive a Roma e sogna di ricostruire la pace nel proprio Paese.
Abdallah vive a Roma da un anno; nel cuore ha il sogno di un futuro di pace nel suo paese: la Siria. É un sogno grande il suo, che condivide con i volontari di Operazione Colomba e con altri siriani che portano avanti il progetto della Proposta di Pace per la Siria. Ciò che colpisce di lui è il sorriso. Prima di arrivare in Italia con i corridoi umanitari Abdallah viveva a Tripoli, in Libano, con la sua famiglia. Operazione Colomba lo ha conosciuto perchè faceva il volontario in una scuola di un campo profughi, come ragazzo che ha speso e che spende la sua vita per gli altri mettendo i suoi doni a disposizione.

Ciò che mi ha sempre stupito di lui è la sua capacità di non farsi vittima e di non parlare di se stesso come tale. Prima che la sua condizione di attivista per i diritti umani e profugo siriano in Libano non lo mettessero in pericolo veniva a trovarci in tenda e ci raccontava spesso la sua storia.

Originario di Deir Baalba (Homs), e studente di lingua e letteratura araba, fino a Marzo 2011 ha vissuto la sua vita con la giusta spensieratezza tra amici e famiglia. Figlio di tutto il quartiere, perchè è così che si cresceva in Siria prima della guerra. Quando nel 2011 sono iniziate le prime dimostrazioni pacifiche contro il governo di Bashar Al Assad ogni siriano ha sperato nel cambiamento, nella forza del popolo unito che chiedeva libertà. Purtroppo però sono bastati pochi mesi affinchè la rivoluzione venisse sopressa nel sangue.

Abdallah con i volontari di Operazione Colomba
Abdallah con i volontari di Operazione Colomba
Foto di Archivio Operazione Colomba
Nell’Aprile 2012 a Deir Baalba ogni ragazzo maschio venne arrestato e ucciso, oppure obbligato a combattere per il regime contro i propri fratelli. Abdallah insieme al fratello maggiore lasciò casa, lasciò la mamma e le sorelle sole nella notte prima che l’esercito iniziasse i raid nel quartiere. Nel cielo iniziavano già le prime esplosioni, lasciarono la loro casa senza sapere che non l’avrebbero vista mai più. La madre e le sorelle, sempre in contatto telefonico con il padre, passarono giorni infernali accompagnati dall’odore della morte e dal suono dei mitra.

Fino al giorno in cui la linea telefonica venne tagliata e iniziarono le rapressaglie. Ci furono donne che divennero forti, di fronte alle violenze indiscriminate subite ogni giorno, di fronte alle loro case messe sotto sopra e ai corpi dei “nemici di stato" ammassati. Tra quei corpi c’erano parenti, donne, bambini, ragazzi.

Dopo mesi di violenza la famiglia di Abdallah è riuscita ad uscire dal quartiere. Insieme al padre hanno vissuto in diverse zone di periferia di Homs spostandosi ogni volta a causa dei bombardamenti, delle violenze e dei combattimenti. Ce l’hanno messa tutta per resistere e rimanere in Siria, il loro amato paese, ma il rischio era troppo alto e la morte era sempre nell’aria. La scelta di lasciare il proprio paese fu dura, ma forzata. Entrarono in Libano tutti insieme come rifugiati. Il fratello maggiore però era scomparso. Abdallah e la sua famiglia vissero in un campo profughi nella Valle della Bekaa; poi si spostarono a nord nella periferia di Tripoli.

Scoprirono nel tempo che il fratello, che era stato arrestato e nascosto nelle celle di massima sicurezza di una prigione siriana, successivamente era morto a causa delle torture. Abdallah e la sua famiglia non hanno mai visto il suo corpo; ne portano il ricordo doloroso nel cuore.

Nel novembre 2019 Abdallah ha lasciato il Libano: a causa del suo impegno per i diritti umani era stato arrestato più volte. Con fatica ha lasciato la sua famiglia a Tripoli per iniziare una nuova vita a Roma.

Bimbo al campo profughi
Confine con la Siria, bambino in un campo profughi
Foto di Operazione Colomba
Bambino  siriano nel campo profughi
Confine con la Siria, bambino siriano nella sua tenda del campo profughi
Foto di Operazione Colomba
Campo profughi siriani bimbi
Confine con la Siria, campo profughi
Foto di Luca Cilloni
Palazzo devastato dalle bombe in Siria
Viaggio esplorativo fra le case distrutte in Siria.
Foto di Archivio Operazione Colomba


Di questa famiglia mi commuove l’accoglienza che riservano a noi volontari, l’altruismo dei fratelli e delle sorelle di Abdallah nei confronti degli altri. Mi fa sorridere il modo buffo in cui strizzano gli occhi quando sono felici, ma ciò che più mi ha toccato nell’ultimo periodo è una lettera che ho avuto il privilegio di tradurre in cui scrivono: «Ogni giorno sogniamo una vita dignitosa, una vita senza arresti, senza morti e senza paura. Vorremo una vita fatta di libertà e di pace. Sogniamo di completare i nostri studi e magari di raggiungere i nostri obbiettivi. Infine desideriamo una terra che sia casa sicura, lontana da quei conflitti politici che ci hanno portato in quest’abisso». Un giorno di qualche tempo fa era lo stesso Abdallah a parlare di odio e di rabbia.

Eravamo a Rimini e mentre aspettavamo di mangiare una piadina lui discuteva animantamente con altri. Raccontava l’odio che si prova nei confronti di chi ti ha ucciso la famiglia, di chi ti lascia nel silenzio totale delle ingiustize che vivi. Erano tanti gli esempi di violenza di cui parlava, nati proprio da queste ingiustizie subite. Uno di noi ha osato chiedere: «E tu? perchè dopo tutte le torture, le morti e le ingiustizie, non ti sei fatto violento»?

La riposta è stata semplice, ma spiazzante. Strizzando gli occhi Abdallah ha detto: «Ho incontrato anche persone piene di amore». Abdallah è un ragazzo che ogni giorno si impegna per un futuro diverso, Abdallah è il motivo per cui in molti non vogliono accogliere i profughi, perchè portano una verità troppo grande e troppo impegnativa.

Abdallah per me è un amico e un fratello. Abdallah per noi è la Proposta di Pace.

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