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21 Novembre 2020
Ultima modifica: 23 Novembre 2020 ore 09:41

«Non è sicuro per i profughi siriani tornare in Patria»

In che condizioni vivono i profughi siriani in Libano? Crisi e lotte di liberazione dal quarto Report di Operazione Colomba "A che punto è la notte".
Foto di Operazione Colomba
A livello internazionale pagheremo tutti per la crisi libanese e la crisi siriana. Il Covid aggrava la situazione di vita dei siriani nei campi profughi in Libano.
Caterina, volontaria di Operazione Colomba, il corpo non voiolento di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, appena rientrata dal Libano, racconta che la  frase che più le hanno ripetuto i profughi Siriani è «non esce niente dalle nostre mani».  

È questo l’emblema dell’impotenza, di anni trascorsi nei campi, della convinzione che di loro non interessi nulla a nessuno. È – Caterina si commuove nel racconto – il dolore profondo, quella lacerazione nella consapevolezza che non possono e non potranno mai tornare a casa. 
Il dolore della signora che vive nel campo di Tel Abbas con la madre e 3 figli, il più grande paralizzato, e piange per Homs (di cui “non resta più nulla”). È quello dell’amico a cui è stato rapito il fratello in Libano e i rapitori glielo “ridarebbero” in cambio del certificato di proprietà di casa e terre nel suo villaggio siriano. E poi ancora di chi da anni aspetta di partire con un salvacondotto Onu perché ha gravi problemi di salute. 
La Siria non c’è più. I siriani non hanno più patria.



Operazione Colomba con chi sta?

È tra loro che sta Operazione Colomba, in tende di plastica e cartone, al fianco dei più deboli per condividere la concretezza di vita e il diritto di libertà, la sete di giustizia, che passa anche attraverso la denuncia, come il report sulla violazioni dei diritti umani in libano e Siria che è stato presentato il 18 novembre in un webinar dal titolo “A che punto è la notte”  in collaborazione con il Centro Diritti Umani dell’Università di Padova e l’associazione di promozione sociale l’Osteria Volante

Il dossier  - evidenzia la durissima condizione di vita dei profughi siriani in Libano e la mancanza di qualsiasi prospettiva di un ritorno sicuro in Siria. E insieme dà diversi elementi sulla grande difficoltà in cui vive la società libanese. 
Sono oltre sei milioni, secondo le stime dell’Onu, i civili siriani che vivono nei Paesi limitrofi alla Siria, divisi, in particolare, tra tendopoli, accampamenti e abitazioni di fortuna in Turchia, Giordania e Libano, in condizioni di grande precarietà. Il Libano ne ospita circa un milione e mezzo su una popolazione residente di circa 4 milioni di abitanti, e già prima della pandemia era al collasso economico. 

L’impegno di Operazione Colomba in Libano/Siria è su 3 livelli, sul campo con la condivisione di vita; attraverso i corridoi umanitari con la Comunità di Sant’Egidio, in cui si impegnano a far arrivare le famiglie in Italia e spesso a seguirle nei percorsi di accoglienza e integrazione; nel sostegno alla “Proposta di Pace” che un gruppo di rifugiati ha scritto. In questo momento purtroppo il Covid li ha costretti a rivedere la presenza sul campo, che ha tempi e modalità diverse dal solito.

Crisi siriana e libanese. Chi pagherà?

Diversi i relatori del webinar, giornalisti, attivisti, ma tutti soprattutto amici di Operazione Colomba. 
Lorenzo Trombetta, corrispondente da Beirut dell’Ansa e di diverse testate italiane (autore del libro Siria. Dagli ottomani agli Asad. E oltre) prova a dare delle linee di lettura e aprire delle domande critiche sulla complessità della crisi siriana e libanese. «La crisi siriana – racconta -  va avanti da 10 anni almeno. È una crisi di cui non solo i giovani siriani e libanesi pagheranno le conseguenze negli anni a venire, ma tutti noi paesi del mediterraneo. Gli scenari nazionali oggi sono interconnessi. Anche per le ONG non ha senso lavorare per una sola categoria di beneficiari ma bisogna guardare all’intero ecosistema. Quali relazioni tra il campo profughi e l’esterno? Tra le diverse comunità? Tra le comunità e lo stato? Con gli attori e donatori?».

C’è una tale complessità di attori, che  bisognerebbe tracciare una mappa, anche se risulta molto difficile. E poi c’è lo spazio, la geografia, che ci dimostra che (anche grazie alla storia e nonostante crisi e guerra) i rapporti socioeconomici sono forti. Allora più che chiedersi, in una eccessiva semplificazione, in termini storici e cronologici quando sia cominciata la crisi, avrebbe senso provare a porsi degli interrogativi, e dare delle risposte (non definitive) che possano essere usate come stimolo. Ad esempio, quali prospettive ci sono?
A guardare però questo ecosistema “dall’alto” è molto difficile trovare prospettive di cambiamento, allora è necessario cercarla dal basso. Ed è – ci ricorda Trombetta – «quello che Operazione Colomba fa da anni, cercando con la presenza tra la gente, attori affidabili a livello locale».
C’è poi da chiedersi quale sia il ruolo della diaspora. «Da anni osservo narrazioni e pratiche dei siriani nella diaspora». Quanto la diaspora è ferma a queste? Quale è il ruolo delle comunità in esilio?

E ancora, è possibile passare da una lettura in negativo su un territorio (quello che manca) rispetto a una lettura in positivo, che prediliga risorse umane, forme di resistenza/resilienza che spesso sono anche le meno mediatizzate? 

Manifestazione per le vittime siriane
Foto di Operazione Colomba

Operazione Colomba con i profughi siriani

Alberto Capannini di Operazione Colomba da anni fa la spola tra Italia e Libano.
«Quando abbiamo iniziato il cammino non c’era una strada predefinita. Non sapevamo dove saremmo andati e non lo sappiamo ora. È nata come il jazz, una improvvisazione musicale. All’inizio del nostro progetto ci siamo confrontati diverse volte con padre Paolo dall’Olio. Ho questo ricordo. Lui diceva che ci sono due tipi di futuro, uno basato sulle previsioni, che in Siria Libano è sempre brutto e il futuro fatto dalle decisioni, quello raro che porta nel cuore delle persone il sogno della pace, che le famiglie possano tornare in Siria, incontrare i propri vicini, dialogare con loro, imparare quella strada sconosciuta del perdono. Questa domanda ci è entrata dentro, perché ognuno di noi ha dei nemici, ha delle relazioni personali che è difficile ricostruire.
Partendo dall’incontro con alcune persone e dal loro desiderio di provare a risanare questa ferita, il secondo passo è stato confrontarci con chi in altre parti del mondo ha fatto esperienze simili. L’idea della proposta di pace è nato dalla relazione tra i siriani e i colombiani della Comunità di Pace di san Josè de Apartado. Un incontro che poi è avvenuto fisicamente in Italia è che è stato mediato da noi. È stata un’emozione grandissima: il linguaggio che queste persone parlavano pur non conoscendosi era comune. La prima cosa che hanno fatto i colombiani è stata ringraziare i siriani per non aver fatto la guerra, scelto le armi. Io non gliel’avevo mai chiesto. 
Credo che l’atteggiamento che ci ha fatto camminare questi anni sia proprio legato a questo modo di pensare nuovo, che non pone il nemico fuori di noi ma ci chiede di cercare di costruire un’alternativa differente».

Il Coronavirus in Libano e i diritti umani violati 

Wissam al Khodari, attivista libanese, racconta del modo catastrofico con cui il governo libanese ha affrontato la crisi del coronavirus. Fin dall’inizio ha cercato di rassicurare i cittadini dicendo che c’erano tutti gli strumenti per affrontare questa crisi. Ma la realtà era un’altra, quella di una sanità privata e costosa, di tamponi non fatti o sbagliati. Una classe politica corrotta che non ha deciso misure e lockdown per il bene della gente, ma guardando al proprio tornaconto e approfittando per intascare gli aiuti economici che destinati alla popolazione. 
Poi è arrivata l’esplosione di Beirut il 4 agosto 2020, e dopo 110 giorni, oggi non si sa ancora cosa sia successo davvero. Il governo ha promesso subito delle inchieste che non sono mai avvenute, non c’è stata nessuna seria volontà di investigare per provare a scoprire la verità. Ci sono ancora sette persone scomparse di cui non si sa nulla. Non si sa come siano stati usati gli aiuti arrivati da fuori e destinati alle vittime dell’esplsione. 

La libertà di parola in Libano è tutelata dalla Costituzione. «Dal 2016, da quando Michel Aoun è presidente della Repubblica, questa questione è molto problematica. Gli attivisti e i cittadini sono stati sottoposti a interrogatori a causa dei post sui social network. Il 17 ottobre 2019 è iniziata la rivoluzione, ma anche la repressione. Molte persone sono state fermate e arrestate per le loro opinioni politiche. 
Durante le manifestazioni avvenute da ottobre 2019 ad oggi, decine di attivisti sono stati arrestati, è stato aperto il fuoco contro i manifestanti, anche su donne e bambini. Gente è stata uccisa per strada o è rimasta disabile. I cittadini sono stati minacciati di licenziamento per non farli protestare. Da un anno i diritti umani vengono sistematicamente violati senza che ci sia un solo responsabile».

Perché i siriani non possono tornare a casa? 

Sheik Abdo è il portavoce della proposta di Pace dei Profughi siriani
«Il popolo libanese, e non il governo!, sopporta il  peso di un numero enorme di profughi, un milione mezzo, quasi un quarto della popolazione totale. Il governo libanese è il primo alleato del regime siriano e ha avuto un ruolo attivo nell’uccisione e nello sfollamento dei profughi, in tutti i crimini avvenuti contro la popolazione civile siriana. Hezbollah è intervenuto con tutti i mezzi a propria disposizione per distruggere nella repressione la protesta siriana. Il governo di Beirut continua a chiedere soldi all’estero per i profughi ma questi fondi vengono usati per finanziare i partiti politici, in particolare Hezbollah. 

Intanto i profughi patiscono fame, freddo, pioggia, incendi. Non possono lavorare per pagare un affitto, i bimbi non hanno il diritto all’istruzione, i giovani non hanno l’università, non possono proseguire gli studi, le donne continuano a subire violenze e sfruttamento. Non c’è un attivista che non subisca pressioni e minacce a causa delle sue attività anche solo umanitarie. Nessuno è in grado di ottenere un permesso di soggiorno e l’80% dei siriani è a rischio di arresto per mancanza di documenti. Molti siriani sono in carcere in libano da anni, senza nessun processo, solo perché in Siria erano oppositori del regime».
Sheik Abdo lancia un grido di allarme, per questa situazione terribile di violazioni dei diritti umani che il coronavirus ha reso ancora più tragica. 
Spesso l’opinione pubblica internazionale si chiede perché i siriani, ora che la guerra è finita, non tornano alle proprie case. Questa idea non tiene conto della repressione che il regime siriano sta perpetrando verso gran parte della popolazione, colpevole di non sostenerlo. Hezbollah ha occupato molte terre siriane, considerandole una ricompensa per avere appoggiato il regime. Molte persone che hanno provato a tornare in Siria sono sparite o sono riscappate in Libano. Non c’è un ritorno sicuro in Siria. Tanti sfollati interni non sono tornati alle proprie case, non si sa nulla di molti prigionieri politici. Non è possibile pensare a un ritorno in queste condizioni.

Il grido di Sheik Abdo è chiaro: «Chiedo alla Comunità internazionale, alle organizzazioni umanitarie, agli attivisti liberi che si affrettino a salvare quel che rimane del popolo siriano! Da quando è arrivata la pandemia la situazione è ancora più disperata. Mi appello ad ognuno di noi perché siano rispettate le convenzioni di Ginevra, perché tutti i responsabili delle violazioni dei diritti umani paghino, perché escano dalla Siria tutte le milizie esistenti. Solo così i profughi siriani potranno tornare con dignità e sicurezza. Non ci potrà essere pace in Siria finché ci sarà questo regime». 

Siriano esiliato in Italia 

Abdullah Huseen è attivista per i diritti umani che vive in esilio in Italia. I Siriani che oggi sono in patria vivono in condizioni di estrema povertà, un impiegato pubblico guadagna 30 euro al mese. Si fanno file per il pane, per i beni di prima necessità. La narrazione russa e del regime siriano continua a raccontare alla Comunità Internazionale che il motivo della fuga di tanti siriani è solo economico, e una volta risolto questo, tutto sarà risolto.

 «La verità è che 13 milioni di persone sono scappate dalla Siria non per la povertà, ma per la paura dei servizi si sicurezza, che hanno privato i cittadini di diritti e libertà. Quello che ci ha fatto scappare è stato il regime del terrore, Hezbollah e tutte le milizie armate che sono state fatte uscire dalle carceri all’inizio della rivoluzione, tutti i gruppi terroristici che stanno assassinando la nostra gente. Il siriano che ha speso tutto quello che aveva per raggiungere l’Europa, che ha rischiato la morte in mare, come lo si può convincere a tornare in uno stato che non ha nessun rispetto per i suoi cittadini? Come potrei tornare nella mia terra, io che ho una sentenza di morte da parte del governo di Bashar al Assad perché sono scappato dal suo esercito?»