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26 Giugno 2021
Ultima modifica: 27 Giugno 2021 ore 08:52

La droga mi è entrata nel sangue da minorenne

«Amatemi e aiutatemi a capire chi sono», giovani vittime delle dipendenze si raccontano.
Foto di Francesca Ciarallo
162 persone festeggiano a Rimini la fine del programma terapeutico. Molti i giovani. 26 giugno: Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droga voluta dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Sono più di 160 le persone che nell’anno 2020 e nel primo semestre del 2021 hanno concluso il percorso terapeutico nelle strutture della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Alcuni di loro si ritrovano oggi a Rimini, per festeggiare la fine del programma terapeutico, il Riconoscimento.

Mancanza di identità e mancanza di amore

C’è un filo che lega le storie, spesso diverse, di tutti questi ragazzi, un filo che ha in particolare du costanti, la mancanza di identità e la mancanza d’amore. Il programma terapeutico è un cammino doloroso, ma alla fine arriva il riconoscimento, di se stessi, della propria identità, della fignità di essere amati. Abbiamo raccolto le storie di due ragazzi che oggi saranno riconosciuti.

Aurora

Aurora (nome di fantasia) ha 27 anni, ha iniziato con le prime canne che aveva 16. E’ nata a Palermo, poi con la famiglia a 6 anni si trasferisce in Toscana. Dopo un anno in scoprono che la mamma ha un tumore al seno. È ricaduta nella malattia tante volte poi 3 anni fa è morta: «Ho vissuto  tutti questi anni nella costante paura di perderla, in un rapporto quasi morboso. Invece mio padre per me era inesistente».

A 13 anni inizia a voler trasgredire, le prime sigarette, voglia di appartenenza a un gruppo e trovare la propria identità. Voleva alleggerirsi da tutte le pesantezze. A 16 anni, canne, bere… il sabato sera festa, si andava a ballare con le amiche e esagerava sempre. per non pensare ne affrontare le difficoltà. A 18 anni prova alcune sostanze, tra cui la cocaina.

«Ho sempre voluto essere autonoma, vedermela da sola. Non mi sentivo amata, avevo la costante convinzione di non essere accettata e benvoluta».

Contro i genitori

Un’insicurezza che si ripercuote in tutti i rapporti, in particolare quello con il padre. La rabbia era diretta prioritariamente verso di lui, soprattutto quando a 15 anni scopre che tradisce la madre. A 18 anni conosce la cocaina, da un uso non così frequente poi è diventata un abitudine. A 20 anni era cocainomane. Intanto i genitori si erano separati.

«Mia madre soffriva molto, io e mia sorella (più piccola di 5 anni, ndr) facevamo quello che volevamo. Mia sorella ha cominciato usare cocaina, all’inizio mi sono arrabbiata tanto, con molta incoerenza. Poi ho trovato un "compromesso": poteva farlo ma solo con me. Da li abbiamo iniziato a farci anche di eroina.  Per mia sorella provavo rabbia e frustrazione. Io mi credevo invincibile, mi sembrava di avere sempre subito nella vita e la mia rabbia era legittima. Lavoravo come parrucchiera ed ero autosufficiente,  in casa i soldi non bastavano da quando mio padre se ne era andato… sentivo un peso enorme, l’eroina era la mia salvezza.

Nel frattempo mia mamma peggiora. All’inizio per più di un mese solo io sapevo che sarebbe morta, i medici avevano chiesto di non dirlo a lei e io non l’ho detto a nessuno. Soffocavo il dolore nelle sostanze. Alla fine mi decido a dire la verità, e poco prima di morire mia madre ha capito che noi ci drogavamo. Questo almeno ha riappacificato i miei genitori.

Nel frattempo mi sono messa con il mio spacciatore, per scelta di comodo o per bisogno di amore. Ho cominciato a spacciare. Mia madre muore e poco dopo io vengo arrestata. Era il 28 novembre 2017».

Quel giorno in cui ho toccato il fondo

«Sono entrata in carcere a Firenze, e lì dentro ho capito fino a che punto mi ero spinta, ho capito che non ne valeva la pena. Avevo solo 23 anni. Subito all’interno del carcere si sono mobilitati per darmi supporto psicologico e psichiatrico».

Aurora rimane in carcere 3 mesi, lo ricorda come il fondo della sua dignità, la morte dell’anima. Al processo il giudice la manda in comunità. Entra  in una struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII. Il primo periodo è tremendo: «Finalmente pensavo a mia madre, cercavo di rielaborare, vivevo il lutto. Per fortuna avevo gli arresti domiciliari, altrimenti sono sicura che di fronte alla difficoltà sarei scappata, almeno 2 volte.
Un giorno poi pian piano ho capito che avevo scelto di rimanere. La mia dignità, la mia voglia di riscatto si sono risvegliate. La mia identità non era da tossica. Ero Aurora e avevo sbagliato. Potevo avere un’altra vita».

Giovani delle comunità terapeutiche insieme al Vescovo di Rimini Lambiasi
Rimini, festa del Riconoscimento per le persone che hanno concluso il programma terapeutico per uscire dalle dipendenze nel 2019
Foto di Andrea Luccitelli


«Ho finito la Comunità sei mesi fa, ho deciso di rimanere in una casa famiglia perché a questo punto tornare a casa ad una vita normale sarebbe stata una scelta povera. Sto facendo l’università, come educatrice; voglio dare qualcosa a qualcuno. Nella vita le relazioni sono fondamentali. Ho bisogno di avere intorno persone che mi aiutino a dare un senso. Se non fossi in Comunità credo che non mi sarei neppure iscritta all’università, non avrei mai preso un impegno così grande».

«Il mio futuro? Lo immagino come una salita che continuerà sempre. Ma è giusto così. Tutto questo periodo ho indagato dentro me, mi sono fatta tante domande, ma queste mi hanno aiutato ad accettarmi, ad amarmi come persona, ad amare il mio corpo che prima odiavo… magari perché ero bassa o robusta. Oggi so che sono caduta e mi posso rialzare, ho comunque paura, ma so che posso farcela. Io mi sono drogata ed ero io, ma sono anche molto altro. La dipendenza non è solo dalla sostanza, ma è soprattutto affettiva. Oggi so chi sono e sono orgogliosa di me».

Stanimir

Oggi ha 31 anni, viene dalla Bulgaria. Della sua infanzia ricorda che era sempre “profondamente arrabbiato”. Racconta che è cresciuto troppo in fretta: nella sua vita manca una figura autoritaria, una persona in grado di mettergli dei limiti. I genitori appena nato, come spesso accadeva 30 anni fa, emigrano e lo lasciano dai nonni. IL carattere ribelle si forma da quando è molto piccolo: «Ci sono tanti episodi che mi fanno pensare che io fossi un ‘predestinato’. Ho iniziato a fumare all’età di 7 anni, fumavo proprio, non per scherzo. Scappavo di casa e mio nonno mi rincorreva, ma io la vivevo come un’imposizione, come divieti da persona che non avevano nessun titolo per vietarmi qualcosa. Non erano i miei genitori. Il nonno materno era anche una persona autoritaria, mi è rimasta impressa la sua figura da comandante dell’esercito, per questo ancora oggi faccio una gran fatica con l’autorità. Tanti episodi mi hanno segnato profondamente, ma se non avessi fatto un programma terapeutico che mi ha permesso di scendere a fondo nelle mie azioni, nel mio modo di ragionare, non me ne sarei mai reso conto… non avrei capito il perché di tante cose».

Stanimir era un bimbo ribelle e curioso. Tutte le mancanze sofferte da ragazzino si sono amplificate nel crescere: «Non avevo identità, e il vivere in modo così disordinato, sballottato tra nonni materni e paterni, scuole diverse… poi a 10 anni sono stato catapultato in Italia con due persone che erano i miei genitori ma che non conoscevo affatto».

In Italia fa una gran fatica a reinserirsi, e subisce anche gesti negativi da parte degli altri bambini. Tutto ciò crea una grande insicurezza.

«Non mi sentivo mai all’altezza, mai al posto giusto. E’ arrivata la sostanza a riempire i vuoti. Bastava lei e tutto svaniva. Se da lucido ero una persona timida, la droga mi dava forza e le cose funzionavano…»

Inizia a drogarsi molto presto, a 13 anni. Inizia con le canne, poi l’eroina e tutti i vari ambienti. La droga è il suo mondo. Dai 13 ai 29 anni (quando entra in comunità terapeutica) vive una doppia vita, su binari paralleli. Da una parte c’è il bravo ragazzo con casa, lavoro macchina, mentre dall'altra: «C’ero io che ne combinavo di ogni. Poi chi mi stava vicino doveva correre ai ripari, non ero neppure in grado di rimediare da solo».

Finisce anche in carcere, per fortuna per pochi giorni: «Mi è andata bene, a volte sono proprio convinto di avere in angelo custode che mi protegge».

A 18 anni se ne va di casa, appena può. Va a convivere con una brava ragazza, che non si droga, lavora, non fuma non beve, e lui ne approfitta, perché lei lo ama e lo subisce. Arriva a un punto in cui è saturo. Non ha più nessuno stimolo, non ha voglia di vivere. Neppure la sostanza gli da più spinta, conduce una vita robotica in cui va avanti per inerzia, come un treno su un binario morto e un paesaggio esterno sempre piatto. Questo nonsenso, questa apatia, lo portano alla svolta. E capisce che da solo non arriverà da nessuna parte. Deve farsi aiutare.

Il momento più duro: l'inizio del recupero

«Un amico ha fatto il programma in una comunità terapeutica della Papa Giovanni; oggi è una persona completamente realizzata, da ammirare, anche se era la classica persona sulla quale non avresti mai scommesso un centesimo».

Stani era incuriosito e anche invidioso. Cosi decide di entrare anche lui in una struttura della Comunità. All’inizio anche questo è un modo per evadere dalla vita che faceva: mollare famiglia, compagna, lavoro… «in realtà non mi davo delle chance, è stato un buttarsi».

«È stata la prima scelta sensata che ho fatto, anche se in questi tre anni di programma credo di aver passato il periodo peggiore della mia vita. Quando arrivai a Balignano (comunità terapeutica della Comunità Papa Giovanni XXIII, ndr), nonostante fuori avessi passato tanti periodi brutti, non ho mai sofferto e dubitato di me come quei primi 4 mesi. Non mi ero sentito mai tanto insicuro e smarrito. Ero come un bambino nudo in mezzo a una strada. Volevo scappare, perché pensavo che lì mi avrebbero fatto a pezzi. Ero arrabbiato con me stesso, non vedevo la luce, non riuscivo a gratificarmi mai e a vedere i momenti belli che ci sono in comunità».

«Eppure se non ci fosse stato quel periodo io oggi non sarei cosi. Quelle settimane intere a testa bassa mi hanno portato a capire che dovevo trovare la forza, reagire, trovare vantaggio».

Premiazione del concorso artistico
Festa dell'indipenenza 2019: lo sport, l'arte ed i reading di poesie sono occasione per l'affermazione dei ragazzi impegnati nel percorso terapeutico per vincere le dipendenze
Foto di Marco Zangheri


«Sono riuscito a dare un nome a tutte le domande senza nome che avevo. Ho trovato una identità mia. L’insicurezza che colmavo con le sostanze perché io non ero capace di vivere… ho scoperto che dentro di me quella forza c’è. Oggi mi ritengo anche in gamba, a rischio di sembrare presuntuoso».

Cosa ho imparato

«Il cammino mi ha fatto trovare una bella persona. Non mi manca nulla, a nessuno manca nulla per star bene con se stessi Poi ovviamente ho tante cose da aggiustare... però queste consapevolezze oggi mi fanno svegliare la mattina con una marcia in più. Mi hanno salvato le relazioni: le persone intorno sono tutto, per un tossicodipendente».
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