3 Agosto 2019

Giulia Lamarca. La dura verità sui miei viaggi

Psicologa, travel blogger. Dopo l'incidente e la disabilità si reinventa ed esplode la passione per il viaggio, alla scoperta di nuovi mondi.
Viaggiare in carrozzina a volte è complicato. Due sono gli ingredienti necessari per affrontare un viaggio in queste “condizioni”: perseveranza e audacia, doti che Giulia Lamarca sente di avere in abbondanza e che – forse per la sua formazione da psicologa – vuole infondere negli altri. Essere in carrozzina non è un limite alla libertà ma guardare il mondo da una prospettiva diversa.
Un anno fa apriva il suo blog: My travels: the hard truth. La dura verità sui suoi viaggi si diffondeva nei social, raggiungendo la bellezza di 16 mila follower, superando ogni aspettativa. Se non fosse successo, sarebbe stato chiaro che in fondo «non ero poi così innovativa e quello che raccontavo non interessava», confessa. 

Viaggiare in carrozzina

È la sfida intrapresa da Giulia Lamarca, 27 enne, psicologa torinese, che nel suo blog racconta tutto, ma proprio tutto, sui suoi viaggi in carrozzina. Città agibili, cosa mettere in valigia, come prendere un aereo, gli ostacoli… insomma, consigli utili. Si può andare in giro per il mondo se si è in carrozzina? Lei non ha dubbi, visto che lo sta facendo da anni il marito Andrea Decarlini, sposato il 13 marzo 2016, con il quale condivide questa passione. In quasi 8 anni hanno toccato 5 continenti, 23 Paesi e visitato più di 75 città. Lei prova, sperimenta, osa con la sua carrozzina e poi dà delle dritte a chi vuol fare una vacanza all’insegna del divertimento ma anche dell’accessibilità, mettendo in guardia da barriere architettoniche e mentali in cui si può incappare. Ad esempio: «Io amo Parigi, ma hai mai provato ad andare in bagno a Parigi? È praticamente un’impresa – racconta –. Ho fatto perciò un video, per aiutare chi come me deve affrontare questo problema. Ebbene, qualcuno mi ha dato della sbruffona, altri invece hanno capito».

Giulia non ama le mezze misure. Questa è la dura realtà di chi viaggia in carrozzina, perciò vuole farla conoscere, per aiutare a non rimanerne impantanati.
Era una sportiva, oggi una viaggiatrice. Il suo carattere vulcanico non si è spento neppure dopo che, il 6 ottobre 2011, un assurdo incidente l’ha resa paraplegica.  
Quello che si è aperto dopo l’incidente è uno scenario del tutto inedito per lei. L’amore per il viaggio le dà una nuova prospettiva, perché è convinta che la disabilità non può bloccare la libertà. 

Cosa mettere in valigia

Due sono gli ingredienti necessari per affrontare un viaggio in queste “condizioni”: perseveranza e audacia, doti che sente di avere in abbondanza  e che – forse per la sua formazione da psicologa – vuole infondere negli altri.
 
Travel blogger su Instagram, perché?
«Sto cercando sempre di più di esserlo, non è neppure un anno che sono sui social. Voglio lanciare un messaggio forte: provarci, non arrendersi. Dare consigli reali, ovunque le persone vogliano andare. Parlo a tutti, ma raccontando il quotidiano tratto di resilienza, di inclusione. Perché vivo così, ne faccio parte.»
 
Solare, positiva, decisa…
«Sì, ma anche testarda. Se c’è una cosa in cui credo molto, lotto, mi arrabbio, ma sempre con il sorriso, con una battuta. Ci sono persone che vivono la mia stessa condizione e, per stanchezza, diventano passive. Il sorriso e l’abilità nel parlare sono la mia forza. Queste caratteristiche mi hanno permesso di fare cose per cui normalmente ti dicono: “Non si può”. Non mi volevano far andare a Machu Picchu, ma alla fine ci sono riuscita. Questo è il motivo per cui ho deciso di andare sui social e aprire un blog, per raccontare che sono poche le cose impossibili nella vita.» 
 
Com’è nata la passione per il viaggio?
«Sono cresciuta in una famiglia di camperisti che ha viaggiato per l’Italia.  Fin da piccola desideravo scoprire altre culture, conoscere la loro storia. Ho sempre dubitato di quello che la gente mi raccontava. Volevo vedere di persona. Ma non avevo ancora trovato qualcuno che volesse fare quel tipo di esperienza. Tutto è cambiato dopo l’incidente. Sono diventata un’altra  persona ed ho iniziato a viaggiare.»

L'incidente di Giulia Lamarca

Cosa ti è successo?
«Sette anni fa ero in scooter con il mio ragazzo di allora. Durante una curva ha perso il controllo e io sono caduta indietro. È stato un incidente strano. Pensavo di essermi rotta il piede. Non capivo bene cosa mi stava succedendo. Ero per terra e non potevo alzarmi.»
 
Poi?
«Ho avuto una lesione midollare e ho trascorso 9 mesi nell’unità Spinale dell’ospedale di Torino, che è diventata la mia famiglia. Lì dentro tutto è cambiato:  i valori, le amicizie. Hai a che fare con un altro tipo di problemi che creano un dislivello enorme con le persone che conoscevi prima. Ricoverati con me c’erano anche molti stranieri, provenivano da culture diverse, ma avevamo gli stessi sentimenti, bastava uno sguardo per capirci. Questa cosa mi ha insegnato molto.»
 
Rimettersi in piedi psicologicamente e trovare la forza di affrontare il mondo da seduti.
«Il mio problema casomai è stato inverso. Non tanto come ho fatto a rialzarmi, ma quanto ci ho messo a decidere che era una situazione critica. Non ho mai smesso di ridere anche se tutti si chiedevano quando avrei pianto. Mio marito, che ho conosciuto in ospedale nel 2012 mentre stava facendo tirocinio di fisioterapia, si è innamorato di me proprio perché sorridevo. Ho imparato che il dolore è una cosa che la gente non sa contenere.» 
 
In che senso? 
«Quando parli del dolore, d’istinto la gente cerca di trovare una soluzione, proponendoti di fare terapie varie: ippoterapia, tanto per dirne una. Non capisco perché per un disabile tutto si debba trasformare in terapia. Quando hai un dolore così, non c’è soluzione. Non è che la gente non voglia ascoltare, è che nessuno ci insegna ad ascoltare il dolore, condividendo quello che sta provando l’altro.»
 
E la tua famiglia?
«Non ho mai voluto caricarli troppo. Gli raccontavo tutto una volta passata la crisi. Chi ha visto veramente la parte più vera di me è stato Andrea e, a pillole, la mia migliore amica. Ma se sono diventata la persona che sono è grazie ai miei genitori, che mi hanno sempre sostenuta e lasciata libera.» 

Non viaggio da sola

Giulia Lamarca
Giulia Lamarca insieme al marito Stefano
 

 
Nel blog Andrea lo presenti come fisioterapista, migliore amico, compagno di viaggio e marito
«In realtà mi sono sciolta quando Andrea mi ha detto: “Se tu un giorno crollerai, io, anche alle 3 di notte, ci sarò”. Ed è così che è successo. Era un mercoledì sera, erano più o meno le 3 di notte quando l’ho chiamato al telefono. Abbiamo parlato fino a mattina e da quel giorno ho iniziato con lui a permettermi di dirgli tutto quello che stavo vivendo, soprattutto la pesantezza.»

Non riesco ad immaginarti così.
«Un altro momento forte di pianto è stato quando mi ha chiesto di sposarmi. Ero felice davvero, ma ho realizzato in quell’istante che non potevo coronare il sogno di bambina di essere in piedi con lo strascico e camminare lungo la navata. Questa cosa mi ha fatto molto male.»

Giulia Lamarca nel giorno del suo matrimonio
Giulia Lamarca nel giorno del suo matrimonio
 

 
Invece com’è andata?
«Provarsi l’abito da sposa è veramente un casino: le commesse che ti dicono che devi metterti i tacchi e io rispondo che i tacchi non me li metto, è inutile tanto non mi alzo. Sono queste piccole cose che fanno soffrire. Andrea era disposto ad annullare tutto, amen! Ma è uno che non si lascia intimorire dal parere degli altri. Mi ha aiutato con piccoli escamotage. Io mi sono presa l’abito da sposa che mi stava meglio. Avevo bisogno di sentirmi molto bella quel giorno.»
 
Racconti anche cose scomode.
«Altre persone in carrozzina forse non te lo dicono, ma in realtà ti senti sempre inferiore ad un’altra donna, soprattutto in eventi in cui le persone si mettono in  tiro.  Hai questa sensazione che ti ritorna. Se guardi la pubblicità sono tutte alte, snelle, hanno i tacchi e non hanno il problema di andare in bagno. Per Andrea non era un problema, per lui sono già bella, era solo un problema mio.»
 
Pensavi sarebbe stato possibile che qualcuno ti avrebbe amato ancora, anche se in carrozzina?
«Ancora oggi ci sono dei periodi in cui mi sembra impossibile. Io sono stata lasciata dal ragazzo dell’incidente, per telefono, il giorno in cui gli ho detto che non avrei più camminato. Questa vita è faticosa per me e anche per Andrea. Uno lo vede come un eroe che mi porta sulle spalle a Machu Picchu, ed è vero. Magari si stuferà di qualcuno che per mettersi alla prova deve sempre andare in giro. Di ogni cosa ci sono due facce. Se dovessi stare ferma a Torino sarei molto infelice. Questo mi spaventa ancora oggi. La carrozzina non c’entra proprio niente. Quello che c’entra è il carattere.»
 
Cosa significa viaggiare per te?
«I primi viaggi sono stati una fuga. Poi è diventato un modo per ricostruirmi una personalità nuova e smettere di costringermi ad adattarmi a quello che facevo prima. “Fai ancora sport?” mi chiedeva chi mi conosceva. “No”, punto e basta! Credo che tutto questo viaggiare porti con sé le grandi domande della vita. Alcune ricevono risposte, altre le sto ancora cercando nei posti in cui mi sento veramente bene.» 
 
Cosa scopri?
«Che le discriminazioni sono stupide.»
 
Viaggi sempre in coppia con tuo marito: un bisogno o una scelta?
«Non è che ho bisogno di lui, io voglio Andrea. Non potrei scoprire delle cose senza lui. Andrea è un ingrediente essenziale. Il viaggio ci ha aiutato, siamo cambiati insieme.» 
 
Come li organizzate i vostri viaggi?
«All’inizio avevo tanta paura. Sai, in ospedale ti dicono che sei delicata, che non devi farti male, perciò pianificavo e controllavo tutto. Ora viaggiamo più all’avventura. Le persone, vedendo che ho bisogno, si avvicinano a me spontaneamente e sono più idonee di quelle che si pagano. Prendiamo un biglietto andata/ritorno. Poi ci organizziamo nel territorio. Giriamo anche senza spendere tanti soldi, adattandoci, dormendo negli ostelli. Quando viaggi devi essere una persona disponibile a metterti in gioco. E raccontare può produrre qualcosa d’importante».

Perché dalla carrozzina mi racconto, anche su Instagram

Scrivere sui social suscita anche reazioni. «Intanto non mi aspettavo un riscontro così forte. Poi alcuni, vedendomi allegra, pensano che io non abbia problemi. Ho fatto una video intervista qualche mese fa dove mi raccontavo: ho beccato tanti commenti positivi ma anche insulti che mi hanno fatto male. “Allora puoi viaggiare”, “la disabilità non ti dà problemi”... È che cerco di non farli vedere. I miei viaggi in realtà sono una sfida. A volte ho pensato di aver rischiato troppo. È che i viaggi mi fanno bene. Mi fanno dire che questa vita per me ha un senso, ne vale la pena.» Psicologa e blogger. Come ti combini?
«Ad oggi uso la psicologia per questo tipo speciale di persone. Alcune Startup mi stanno contattando per questo pubblico specifico. Perciò sto collegando la psicologia ad innovazione. Voglio far conoscere la diversità e tutelare i diritti di chi è in difficoltà.»
 
Cosa si aspetta chi viene in terapia da te?
«Hanno capito che ho la capacità di ascoltare davvero il dolore e di sviluppare la resilienza. Lo psicologo deve smettere di non far conoscere quello che fa nella vita. Anche da paziente io vado da chi conosco. Il mondo è cambiato, non siamo più all’epoca di Freud.»
 
Quali sono i tuoi sogni?
«Il più forte è essere Ambasciatrice Onu o lavorare nelle mediazioni tra Paesi. Non escludo neppure di entrare in politica.»
 
E il sogno più vicino?
«Sto scrivendo un libro. Racconterò la mia vita ma in maniera applicativa. Farò conoscere ciò che mi ha aiutata ad uscire da quello che ho vissuto. Insomma, delle istruzioni per l’uso per vivere in questo mondo che cambia.»