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17 Aprile 2026

Global Peace Index: il valore dimenticato della pace positiva

L'informazione e la pace positiva diminuiscono a favore della militarizzazione
Global Peace Index: il valore dimenticato della pace positiva
La pace positiva si è dimostrata un pilastro per costruire società pacifiche in tempi di conflitto e incertezza, eppure diminuisce drasticamente in tutto il mondo. Allo stesso tempo, l'informazione è sempre meno libera e iniqua: molti conflitti sono stati dimenticati e la discesa della libertà di stampa influisce sulla costruzione della pace positiva.
Il report Global Peace Index, che misura il livello di pace e conflittualità nel mondo, offre un quadro chiaro e al tempo stesso preoccupante dell’andamento globale. Negli ultimi 18 anni il mondo è diventato progressivamente meno stabile: oltre all’instabilità politica, sono aumentati il numero di conflitti, le vittime dei conflitti e la frammentazione geopolitica. In particolare, i conflitti interni con interferenze di Stati esteri sono cresciuti del 175% dal 2010.
 
Il report classifica i Paesi dal più pacifico al più bellicoso, in base a tre principali domini: militarizzazione, conflitti attivi e sicurezza.  Ai primi posti si collocano Irlanda, Austria, Nuova Zelanda e Svizzera, caratterizzati da elevati livelli di pace positiva, ovvero la presenza di strutture politiche, economiche e sociali capaci di prevenire i conflitti e sostenere il benessere collettivo. Nonostante un calo generale delle condizioni di pace negli ultimi quattro anni, l’Europa centrale e occidentale resta la regione più pacifica del mondo. Nella classifica, l’Italia si colloca al 33° posto, mentre la Francia è al 74° posto, risultando il Paese meno pacifico dell’Europa centrale e occidentale, principalmente a causa degli elevati livelli di militarizzazione. Gli Stati Uniti si posizionano al 128° posto. Tra i Paesi considerati più bellicosi figurano, in ordine, Russia, Ucraina, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Yemen al quinto posto.  Ma per quanto riguarda il livello di militarizzazione, nel podio dei paesi più militarizzati si trova Israele, seguito dagli Stati Uniti e dalla Corea del Nord. 
I trend dei tre domini calcolati dal Global Peace Index dal 2008: i conflitti attivi in verde, la sicurezza in rosso e il livello di militarizzazione in grigio.
Foto di Institute for Economics and Peace

La pace positiva si deteriora, mentre il livello di militarizzazione cresce

Con i dati alla mano, la pace positiva si è dimostrata un pilastro per costruire società pacifiche in tempi di conflitto e incertezza. Come descrive il report: «Essa è fortemente correlata a una maggiore crescita del PIL, tassi di interesse più bassi, maggiore benessere sociale e maggiore resilienza agli shock». Tuttavia, dopo oltre un decennio di miglioramento fino al 2019, la pace positiva è entrata in una fase di declino, inclusi Nord America ed Europa.
A livello globale, le strutture di pace positiva sono sempre più marginalizzate, sacrificate a favore della spesa militare. Nel 2024, gli investimenti mondiali in peacebuilding e peacekeeping si sono attestati a 47,2 miliardi di dollari, pari ad appena lo 0,52% della spesa militare globale (in termini di parità di potere d’acquisto), in calo rispetto allo 0,83% di dieci anni fa. Nel 2008 infatti, le spese ammontavano a 64 miliardi, il 26% in più. Anche il numero di truppe impiegate nelle missioni di pace è diminuito del 42% nell’ultimo decennio, mentre i conflitti continuano ad aumentare. Un bene che diminuisce proprio quando è più necessario.
Il risultato è che, nel tentativo di contenere la violenza, gli investimenti nella costruzione della pace e nella prevenzione restano marginali, non raggiungendo complessivamente nemmeno l’1%. Al contrario, l’impatto economico della violenza sull’economia globale ha raggiunto nel 2024 i 19,97 trilioni di dollari (PPP), pari all’11,6% dell’attività economica mondiale, ovvero circa 2.446 dollari per persona.
Questo andamento riflette un calo della volontà politica di investire nella mediazione e collaborazione internazionale e nella costruzione della pace.
L’Europa e l’Italia purtroppo seguono il trend negativo: otto dei dieci maggiori esportatori di armi pro capite sono democrazie occidentali, tra cui Francia, Svezia, Italia, Paesi Bassi, Germania e Norvegia, con gli Stati Uniti al primo posto.

L’informazione come strumento di pace: bisogna migliorare la qualità, la libertà e l’equità dell’informazione.

L’informazione ha un impatto concreto sulla stabilità e sul benessere di una nazione, comprese le risposte umanitarie in situazione di crisi. Tuttavia, l’aumento dell’accesso a internet e ai dispositivi mobili non si traduce automaticamente in un rafforzamento della pace positiva. Infatti, sebbene l’accesso all’informazione sia migliorato più di qualsiasi altro indicatore grazie a smartphone, internet e social media, la libertà di stampa e la qualità dell’informazione hanno registrato i cali più marcati.
La copertura mediatica dei conflitti appare fortemente sbilanciata: i conflitti nei Paesi ad alto reddito ricevono un’attenzione fino a cento volte superiore rispetto a quelli nei Paesi a basso reddito. Inoltre, i conflitti civili — che registrano il maggior numero di vittime — ricevono meno attenzione rispetto a quelli tra Stati. Pur non essendo l’unico fattore determinante, la visibilità mediatica di un conflitto influisce spesso sul livello di attenzione e sulla rapidità della risposta internazionale.
Un esempio emblematico è la guerra del Tigray in Etiopia (2020–2022), caratterizzata da blackout informativi e restrizioni all’accesso dei media. Tra i conflitti più trascurati dai media figurano quelli in Burkina Faso, Etiopia, Mali, Camerun e Haiti, stati afflitti da ribellioni, conflitti civili, terrorismo e violenze interne, dove però sono state stimate centinaia di migliaia di morti civili. Negli ultimi sette anni, invece, i Paesi più citati nelle notizie relative a conflitti sono stati Russia, Ucraina, Israele e Palestina, seguiti da Cina, Iran e Siria. Infatti, i conflitti in Ucraina e in Palestina hanno raggiunto il livello mediatico più alto, molto superiore rispetto ad altri conflitti che hanno causato un numero maggiore di vittime civili. Tale lettura mostra la necessità di fornire copertura mediatica anche ai conflitti che hanno meno interesse politico ed economico per i maggiori attori mediatici.

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