Quando scoppiano i conflitti, le bollette salgono. È successo di nuovo: nei primi dieci giorni dall'escalation militare in Medio Oriente, iniziata il 28 febbraio, il costo dell'energia elettrica prodotta a gas nell'Unione europea è aumentato di oltre il 50%. A rilevarlo è Ember, think tank britannico specializzato in analisi energetica, in un rapporto pubblicato il 13 marzo 2026.
Il collegamento tra un conflitto armato e la bolletta della luce può sembrare astratto, ma il meccanismo è diretto. Gli attacchi di Israele e degli Stati Uniti all'Iran hanno destabilizzato le forniture globali di combustibili fossili, mandando un segnale immediato ai mercati energetici. Il Dutch TTF, l'indice di riferimento per il gas naturale in Europa, è passato in pochi giorni da 31 a 45 euro per megawattora — un balzo di quasi il 50%. E poiché il gas è spesso la fonte di energia più costosa in gioco, è anche quella che, nei sistemi elettrici europei, tende a determinare il prezzo finale dell'elettricità per tutti.
Il conto complessivo è già salato: nei soli primi dieci giorni del conflitto, i paesi dell'UE hanno speso 2,5 miliardi di euro in più rispetto al normale per le importazioni di combustibili fossili. Denaro che esce dall'Europa verso i produttori esteri, sottraendosi agli investimenti interni.
L'Italia, fanalino di coda
Non tutti i paesi europei, però, si trovano nella stessa posizione. La vulnerabilità di ciascuno dipende in larga misura da quanto il proprio sistema elettrico è ancora agganciato al gas. Ed è qui che l'Italia mostra la corda.
Nel 2026, secondo i dati Ember, in Italia il gas ha determinato il prezzo dell'elettricità nell'89% delle ore. Significa che quasi ogni ora del giorno, quando un consumatore italiano accende un elettrodomestico, il costo che paga è influenzato dal prezzo del gas sui mercati internazionali. Una dipendenza strutturale che ci espone a ogni turbolenza geopolitica con molto meno margine di manovra rispetto ad altri paesi europei.
Il confronto con la Spagna è impietoso. Madrid ha puntato con decisione sulle rinnovabili nel corso dell'ultimo decennio, e i risultati si vedono: nel 2026, il gas ha condizionato il prezzo dell'elettricità spagnola solo nel 15% delle ore. Durante la prima settimana del conflitto, i prezzi medi dell'energia in Spagna sono rimasti al di sotto del costo dell'energia prodotta da gas, e inferiori a quelli degli altri grandi paesi europei. Una protezione concreta, costruita nel tempo attraverso la transizione energetica.
Non sorprende, quindi, che nella prima settimana di marzo i prezzi dell'energia abbiano raggiunto i livelli più alti dell'anno proprio in Germania, Paesi Bassi, Italia e Belgio — i paesi più esposti al gas — mentre Spagna, Portogallo, Francia e i paesi nordici abbiano retto meglio all'urto.
Il divario tra Italia e Spagna, inoltre, si misura in scelte fatte — o non fatte — nel corso di un decennio. Tra il 2019 e il 2025 la Spagna ha più che raddoppiato la propria capacità eolica e solare, aggiungendo oltre 40 GW. Le rinnovabili rappresentano oggi il 67% della capacità elettrica installata spagnola, per un totale di oltre 100 GW. L'Italia, invece, chiude il 2025 con 83,5 GW di rinnovabili installate, che coprono il 41% della domanda elettrica nazionale. Non solo la capacità assoluta è inferiore: è il ritmo che preoccupa. Il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima fissa al 2030 un traguardo di 131 GW, ma le nuove installazioni nel 2025 si sono fermate a 6,2 GW, in calo dell'8% rispetto all'anno precedente. Per colmare il divario, servirebbero circa 10 GW all'anno fino alla fine del decennio. Ad oggi siamo ancora lontani da quel ritmo.
Il nodo dell'ETS e il dibattito italiano
Il rapporto Ember entra anche in un dibattito politico che si è appena concluso a Bruxelles con un compromesso. Al Consiglio europeo del 19-20 marzo, l'Italia — capofila di un gruppo di undici governi cosiddetti "Amici dell'Industria" — aveva spinto per sospendere o riformare in profondità l'EU ETS, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione di CO2. L'argomento di Roma era che il carbon pricing pesasse eccessivamente sulle bollette di famiglie e imprese.
L'offensiva italiana è stata però respinta dai vertici dell'UE e dai governi di Francia, Germania e Spagna. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha difeso il sistema, sottolineando che l'ETS ha ridotto drasticamente il consumo di gas e la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, e che le tariffe sul carbonio incidono in media solo per l'11% sui prezzi finali dell'energia. Il risultato del vertice è un compromesso: la Commissione europea dovrà presentare entro luglio 2026 una revisione del sistema per ridurre la volatilità del prezzo della CO2, preservando però il segnale di prezzo sul carbonio come strumento di orientamento degli investimenti.
Per Ember il messaggio è chiaro: intervenire sull'ETS non risolverebbe il problema strutturale. «Eliminare i costi del carbonio significherebbe rimuovere un incentivo a investire nella vera soluzione agli shock dei prezzi: rinnovabili, batterie, flessibilità della domanda ed elettrificazione», ha dichiarato Chris Rosslowe, analista di Ember.
Una lezione che si ripete
Questa non è la prima volta che un conflitto internazionale si traduce in un'emergenza energetica per l'Europa. L'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 aveva già dimostrato quanto la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili esponga il continente a conseguenze economiche immediate e difficilmente governabili. Allora come oggi, il problema non è l'imprevedibilità della geopolitica, ma la struttura di un sistema energetico costruito attorno a fonti che vengono estratte altrove, trasportate attraverso rotte instabili e prezzate su mercati globali sensibilissimi alle crisi.
«Ancora una volta un conflitto globale ha fatto impennare i prezzi del gas», conclude Rosslowe. «Le regioni dipendenti dalle importazioni potrebbero subire conseguenze economiche drammatiche. L'energia pulita abbinata all'elettrificazione è l'unico modo per proteggersi dai bruschi aumenti dei prezzi in questa e nelle future crisi».
Per l'Italia, quella protezione è ancora di là da venire.