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11 Maggio 2026
Ultima modifica: 11 Maggio 2026 ore 15:38

Santa Marta: 57 Paesi concordano su tabelle di marcia per abbandonare i combustibili fossili

Santa Marta: 57 Paesi concordano su tabelle di marcia per abbandonare i combustibili fossili
Foto di Thomas H. da Pixabay
Si è conclusa il 29 aprile a Santa Marta, in Colombia, la TAFF, prima conferenza internazionale dedicata esplicitamente alla transizione dai combustibili fossili. Molti i temi sul tavolo. Il prossimo appuntamento nel 2027 a Tuvalu.
Si è conclusa il 29 aprile a Santa Marta, in Colombia, la prima conferenza internazionale dedicata esplicitamente alla transizione dai combustibili fossili, in inglese Transitioning Away From Fossil Fuels, da cui l'acronimo TAFF. L'incontro ha riunito circa 57 Paesi, tra cui il Canada e i principali blocchi importatori come l'Unione Europea, per discutere concretamente di come uscire dalla dipendenza da petrolio, gas e carbone. Un segnale politico inedito: per la prima volta nella storia della diplomazia climatica, un processo internazionale strutturato affronta non le emissioni come sintomo, ma l'estrazione di combustibili fossili come causa.
La conferenza era co-organizzata da Colombia e Paesi Bassi. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha avvertito che il mondo potrebbe «raggiungere un punto di non ritorno» senza il ruolo dell'Amazzonia nella regolazione del clima, mantenendo fede all'impegno preso all'inizio del suo mandato di bloccare nuove esplorazioni petrolifere nel Paese.

L'Italia a Santa Marta: presenza discreta, contraddizioni aperte

L'Italia ha partecipato con una delegazione molto contenuta — un inviato speciale, Francesco Corvaro — ma con una posizione valutata come costruttiva dagli osservatori. Sul piano interno, tuttavia, il divario tra parole e politiche resta evidente. Il governo italiano ha recentemente rinviato il phase-out dal carbone dal 2025 al 2038, posticipando di tredici anni rispetto agli obiettivi precedentemente fissati, e in sede di COP30 aveva contribuito, insieme alla Polonia, a bloccare l'inserimento nel documento finale di qualsiasi pianificazione nazionale vincolante sull'uscita dai fossili. Nel primo trimestre del 2026 il prezzo marginale dell'elettricità in Italia è stato fissato dal gas naturale per l'89% delle ore, mentre in Spagna la percentuale è scesa al 15% grazie a un mix rinnovabile più maturo.

Tre pilastri e un nuovo forum permanente

I risultati della conferenza si articolano attorno a tre assi tematici. Il primo riguarda la costruzione di tabelle di marcia nazionali e regionali per l'abbandono dei combustibili fossili, integrate con i Piani nazionali per il clima, noti come NDC (Nationally Determined Contributions): si tratta degli impegni che ogni Stato firmatario dell'Accordo di Parigi è tenuto a presentare all'ONU, indicando obiettivi e misure concrete per ridurre le proprie emissioni. Il secondo asse punta all'allineamento delle politiche commerciali transfrontaliere per favorire settori a basse emissioni. Il terzo mira a sbloccare le cosiddette «trappole finanziarie sistemiche»: meccanismi di debito, sussidi pubblici ai fossili e vincoli fiscali che rendono difficile per molti Paesi, soprattutto del Sud globale, finanziare la transizione senza ulteriore indebitamento.
A coordinare il processo sarà un comitato direttivo volontario e informale, composto dai Paesi più avanti nel percorso di abbandono dei combustibili fossili. Questo comitato non è un nuovo organismo internazionale con poteri formali, ma piuttosto un gruppo di coordinamento politico che fungerà da motore del processo tra una conferenza e l'altra, con un collegamento esplicito al gruppo di lavoro TAFF già attivo nell'ambito della COP Action Agenda, l'insieme di iniziative volontarie che affiancano i negoziati ufficiali sul clima.
Leo Roberts, direttore associato per la transizione energetica di E3G — think tank britannico indipendente specializzato in politiche climatiche e sicurezza energetica — ha sintetizzato la portata dell'accordo: «Questo forum permanente fornisce lo spazio necessario per le discussioni che altri tavoli non riescono ad ospitare. Riconosce che i percorsi di transizione interna varieranno, ma che affrontare il rischio sistemico richiede un impegno transfrontaliero sostenuto al di fuori dei tradizionali silos diplomatici».

Scienza, giustizia e il nodo degli arbitrati internazionali

Durante la conferenza è stato lanciato un nuovo organismo scientifico composto da oltre 5.000 scienziati e ricercatori, con il compito di fornire aggiornamenti annuali più rapidi e dettagliati rispetto ai rapporti IPCC, che escono ogni sei o sette anni spesso superati dai fatti. Le sue raccomandazioni iniziali puntano a tabelle di marcia integrate con la politica fiscale e il debito, a un ruolo più incisivo delle banche centrali nella gestione della volatilità energetica, e a riduzioni vincolanti delle emissioni di metano.
Uno degli elementi più discussi è stato il meccanismo ISDS (Investor-State Dispute Settlement), ovvero il sistema di arbitrato internazionale che consente alle compagnie private — incluse quelle fossili — di citare in giudizio gli Stati che adottano politiche climatiche ritenute lesive dei loro investimenti. In sostanza, un governo che decide di vietare nuove trivellazioni o cancellare una concessione petrolifera può trovarsi a pagare risarcimenti miliardari a un'impresa straniera, senza che un tribunale nazionale abbia voce in capitolo. La conferenza ha riconosciuto che si tratta di una questione non marginale ma centrale per chiunque voglia procedere con la transizione, aprendo la strada a un approfondimento nelle conferenze successive.
Sul fronte della società civile, quasi mille organizzazioni si sono riunite nel People's Summit for a Fossil-Free Future nei giorni precedenti la conferenza, portando al tavolo governativo una dichiarazione comune che chiedeva la fine immediata di nuove licenze per l'estrazione di combustibili fossili e meccanismi di finanziamento non basati sul debito per i Paesi del Sud globale.
Mary Robinson, ex presidente d'Irlanda e membro fondatore di The Elders — l'organizzazione fondata da Nelson Mandela nel 2007 che riunisce leader mondiali in pensione impegnati su pace, diritti umani e crisi climatica — ha individuato tre transizioni simultanee e inscindibili: «L'uscita dai combustibili fossili, il passaggio alle rinnovabili per tutti e l'ingresso in un mondo che si prenda cura della natura. Tutte devono essere basate sulla giustizia. Le prove scientifiche e l'impatto della guerra in Medio Oriente portano entrambi alla stessa conclusione: il momento è adesso».

Verso Tuvalu

La seconda conferenza sulla transizione dai combustibili fossili si terrà nel 2027 a Tuvalu, co-ospitata dall'arcipelago del Pacifico e dall'Irlanda: un simbolo della cooperazione tra i Paesi più vulnerabili agli effetti del riscaldamento globale e quelli ad alto reddito. Tuvalu conta appena diecimila abitanti su nove atolli per una superficie di 26 chilometri quadrati. La NASA ha calcolato che negli ultimi trent'anni il livello del mare attorno all'arcipelago è aumentato di 15 centimetri, e metà del territorio rischia di finire sott'acqua entro il 2050.
Il rapporto finale della conferenza sarà consegnato alla presidenza di COP30 e presentato formalmente alla London Climate Action Week, prima di essere portato al Segretario Generale dell'ONU durante la New York Climate Week. I risultati sono attesi anche a COP31, in programma ad Antalya, in Turchia, dal 9 al 20 novembre 2026.
L'assenza di accordi vincolanti — il processo è esplicitamente volontario e informale — non ha smorzato le ambizioni. Come ha ricordato Catherine Abreu, direttrice dell'International Climate Politics Hub: «Questa conferenza ha creato uno spazio per un dialogo produttivo su alcune delle questioni più spinose riguardanti la transizione. Nessun Paese può accelerare queste soluzioni da solo».

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