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12 Ottobre 2026

Il linguaggio animale. Una nuova frontiera per l'AI

Il linguaggio animale. Una nuova frontiera per l'AI
Foto di migueltorres from Pixabay
Dalle cornacchie agli scimpanzé. È possibile raccogliere, catalogare, interpretare il linguaggio animale? Ad orecchio no, ma con l'intelligenza artificiale... forse. Uno scenario che apre interrogativi etici e politici.
C'è un suono breve, soffice, che le cornacchie nere del nord della Spagna emettono quando una poiana attacca il nido. Subito dopo arrivano altri esemplari a difenderlo. Il biologo italiano Vittorio Baglione, che studia questi uccelli da trent'anni all'Università di León insieme alla moglie e collega Daniela Canestrari, lo traduce più o meno così: «Ehi, venite ad aiutarmi!».
Per arrivarci, nel 2018 i due ricercatori hanno fissato minuscoli microfoni alle penne della coda di 43 cornacchie. Ne sono uscite migliaia di ore di registrazioni: gli adulti, i piccoli che chiedono cibo, perfino il richiamo del cuculo dal ciuffo, che depone le uova nei loro nidi. Un archivio impossibile da analizzare a orecchio. Così si sono rivolti all'intelligenza artificiale, e oggi dispongono di circa 150 mila registrazioni, una delle più grandi banche dati sonore sugli uccelli.
La loro storia apre un'inchiesta di Bloomberg, firmata da Morgan Meaker e uscita il 4 settembre, che definisce la comunicazione con gli animali il prossimo campo minato etico dell'intelligenza artificiale. Non perché la tecnologia sia pericolosa in sé, ma perché la stessa scoperta che ci permette di capire una cornacchia permette anche di ingannarla. Lo ammette lo stesso Baglione: un cacciatore potrebbe usare i suoi risultati per dire agli uccelli «venite, è tutto tranquillo».

Microfoni sulle penne, modelli nei server

La frontiera si è aperta grazie all'incontro di due tecnologie. Da una parte i biologger, sensori sempre più piccoli applicati agli animali, che raccolgono suoni, movimenti e posizioni in quantità mai viste. Dall'altra la potenza di calcolo dell'intelligenza artificiale, capace di trovare schemi in archivi che nessun gruppo di ricerca potrebbe ascoltare per intero.
Il modello usato da Baglione e Canestrari viene dall'Earth Species Project, un'organizzazione non profit californiana che si presenta come «la nuova frontiera della comprensione interspecie». Distingue i suoni dell'animale che porta il microfono da quelli dei compagni e dai rumori di fondo. Per addestrarlo i due biologi hanno impiegato nove mesi ad annotare a mano 7 mila richiami. L'obiettivo dichiarato è una sorta di dizionario della cornacchia, da verificare poi con il playback: si riproduce un suono registrato e si osserva come reagisce l'animale.
L'Earth Species Project, cofondato da Aza Raskin, ha sviluppato NatureLM-audio, presentato come il primo grande modello linguistico audio pensato per gli animali. Nell'ottobre 2024 ha annunciato 17 milioni di dollari in finanziamenti, con Reid Hoffman, cofondatore di LinkedIn, tra i sostenitori di lungo corso.
Sul fronte marino lavora il Project CETI, che applica il machine learning ai click e alle sequenze ritmiche dei capodogli dei Caraibi. Proprio CETI, però, ha preso le distanze dalle promesse più spericolate: quando un articolo scientifico gli ha attribuito l'obiettivo di una «comunicazione bidirezionale con una balena entro il 2026», il fondatore David Gruber ha chiesto e ottenuto una rettifica. La posizione ufficiale è che CETI è un progetto di ascolto, non di conversazione.
Il clima, intanto, è quello dell'euforia. L'8 settembre OpenAI ha annunciato di aver risolto con un suo sistema interno il problema del millennio sulle equazioni di Navier-Stokes, un risultato che la comunità matematica sta ancora verificando e su cui pesa una disputa di priorità. Se le macchine arrivano lì, è il ragionamento, perché non dovrebbero arrivare dentro la lingua di corvi, capodogli e scimpanzé?

Capire per ingannare

La storia dei rapporti tra esseri umani e animali insegna che ogni nuova conoscenza è stata usata anche contro di loro. I balenieri hanno sfruttato il sonar per spingere le balene in superficie, i bracconieri usano da tempo richiami registrati e riprodotti in loop per attirare gli uccelli nelle trappole. Un sistema che produce segnali animali credibili renderebbe queste pratiche più facili da replicare su larga scala e molto più difficili da controllare.
Il documento più articolato sul tema è un rapporto pubblicato nel 2025 dal programma More-Than-Human Life (MOTH) della New York University, firmato da César Rodríguez-Garavito con Emma Crowe e Jacqueline Gallant. Il testo avverte che se queste tecnologie venissero commercializzate o diffuse senza regole, utenti improvvisati o attori militari potrebbero usarle per molestare, sfruttare o trasformare gli animali in armi. Gli animali, del resto, sono stati arruolati negli eserciti in ogni epoca: dai piccioni viaggiatori ai delfini addestrati dalla marina statunitense. Aggiungere l'intelligenza artificiale e la manipolazione del loro linguaggio sposterebbe questa storia su un piano nuovo.
Anche la ricerca più rispettosa ha i suoi costi. Lo stesso Project CETI ha riconosciuto che registrare e riprodurre suoni può stressare i capodogli, e Baglione considera il playback una tecnica da maneggiare con cautela, perché rischia di alterare gli equilibri sociali dei gruppi. Per questo nel dibattito accademico sta prendendo forma un'idea che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata bizzarra: una forma di diritto alla privacy per gli animali, fondata sul fatto che molte specie hanno vite sociali complesse e un interesse a controllare come appaiono agli altri.

A nome di chi?

Accanto alla questione etica ce n'è una politica, ed è la più trascurata. Queste ricerche sono condotte di fatto a nome dell'intera specie umana, ma nessun trattato o protocollo vincolante le governa: la direzione la decidono i finanziatori. Nessuno ha stabilito chi avrebbe il diritto di rivolgere a un primate o a un cetaceo le prime parole della nostra specie, né a nome di chi. Se il primo a riuscirci fosse un laboratorio pagato da un miliardario, quelle parole le avrebbe scelte, in sostanza, chi ha firmato l'assegno.
Resta il sospetto che il nodo non sia tecnologico. Sappiamo già molto di ciò che gli animali patiscono negli allevamenti intensivi e negli habitat distrutti, eppure non abbiamo cambiato rotta: decifrare la loro lingua non garantisce che saremo disposti ad ascoltarli. La vera frontiera, più che insegnare alle macchine a tradurre, è imparare di nuovo ad ascoltare: le correnti dell'Atlantico, gli altri animali, i nostri stessi corpi.

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