Il Senato ha approvato in via definitiva la legge delega sul "nucleare sostenibile". Non autorizza nessun reattore: dà al governo dodici mesi per scrivere le regole. Il ministro Pichetto Fratin punta ai primi impianti tra il 2033 e il 2035, gli ambientalisti parlano di "scatola vuota". Ma esiste una terza posizione, ed è quella di chi è favorevole all'atomo e teme che a danneggiarlo siano proprio i suoi sostenitori.
Il 23 settembre il Senato ha
approvato in via definitiva la legge delega in materia di energia nucleare sostenibile, con
81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti. La Camera l'aveva
licenziata a giugno. Dopo quasi quarant'anni dal referendum che seguì Chernobyl, l'Italia torna a dotarsi di una cornice normativa sull'atomo.
Giorgia Meloni ha parlato di
«scelta coraggiosa e di buon senso», ricordando che il Paese importa elettricità prodotta da centrali nucleari senza poterla produrre in casa. Contrari invece Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra.
Cosa prevede la legge
Il punto da tenere presente è che
il testo non autorizza la costruzione di nulla. È una legge delega: attribuisce al governo il potere di scrivere, entro dodici mesi, uno o più decreti legislativi che costruiscano il quadro regolatorio, più altri ventiquattro mesi per eventuali correttivi. Il perimetro della delega comprende la produzione e l'uso di energia nucleare, la fabbricazione e il riprocessamento del combustibile, il decommissioning degli impianti dismessi, la gestione dei rifiuti radioattivi e la ricerca sulla fusione.
I decreti dovranno definire un programma nazionale, con gli obiettivi di integrazione del nucleare nel mix energetico italiano, e dovranno decidere come organizzare il controllo sulla sicurezza: la delega lascia due strade alternative,
istituire una nuova autorità amministrativa indipendente oppure rafforzare le competenze dell'ISIN, l'Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione che già oggi svolge quel ruolo. È previsto il coinvolgimento delle Regioni attraverso la Conferenza unificata e campagne di informazione per le popolazioni interessate. Un nodo delicatissimo, perché
sul fronte parallelo delle scorie la strada è bloccata da anni: la
Carta nazionale delle aree idonee, pubblicata a dicembre 2023, individua
51 siti in sei regioni – 21 nel solo Lazio, poi Basilicata, Sardegna, Piemonte, Sicilia e Puglia – e nessuno di questi si è candidato a ospitare il deposito nazionale. L'unica autocandidatura, quella di Trino Vercellese, è stata
ritirata dal consiglio comunale nel marzo 2024 sotto la pressione dei comitati locali e della stessa Regione Piemonte.
Sulle tecnologie il legislatore ha scelto la formula della neutralità: la legge parla delle
«migliori tecnologie nucleari, incluse le tecnologie modulari o avanzate», nel rispetto della tassonomia europea e dei parametri dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, e rinvia ai decreti l'individuazione delle tipologie di impianti effettivamente abilitabili. Nel testo, va detto, non compare nessuno degli acronimi che circolano nel dibattito, e nulla esclude i grandi reattori ad acqua di terza generazione – quelli che l'industria sa già costruire, come gli EPR francesi.
Il discorso politico che accompagna la legge, però, va in un'altra direzione: guarda ai
reattori modulari di piccola taglia(SMR, fino a 300 megawatt, prefabbricati in officina), ai reattori avanzati di quarta generazione raffreddati con fluidi diversi dall'acqua (AMR), ai microreattori sotto i 20 megawatt e alla fusione. Tecnologie in gran parte non ancora sperimentate su scala commerciale. È il vero spazio bianco della delega:
la scelta non è stata fatta dal Parlamento, e arriverà con i decreti.
Le risorse stanziate sono modeste e dicono molto sulla natura del provvedimento:
20 milioni di euro l'anno per il triennio 2027-2029 per l'attuazione, più 1,5 milioni nel 2026 e 6 nel 2027 per la comunicazione pubblica.
La legge non finanzia la costruzione degli impianti: per quella si rimanda a partenariati pubblico-privati.
Cosa succede adesso
Il termine formale per i decreti legislativi è di dodici mesi, ma il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica
Gilberto Pichetto Fratin ha indicato un obiettivo più ravvicinato: entro la fine del 2026. Nello stesso orizzonte si colloca il lavoro di
Nuclitalia, la società costituita a maggio 2025 da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo con il compito di valutare le tecnologie disponibili e individuare quelle adatte al contesto italiano. Secondo Pichetto i primi reattori potrebbero entrare in funzione
tra il 2033 e il 2035, arrivando a coprire circa il 15% della domanda elettrica nazionale.
Su quelle date si concentra la contestazione più dura. Greenpeace, Legambiente, WWF e Kyoto Club hanno definito la legge «una scatola vuota piena di false promesse», sostenendo che «il nucleare sostenibile attualmente non esiste»: gli SMR non sono prodotti commercialmente disponibili, i tempi di realizzazione di un impianto nucleare non scendono sotto i quindici anni – il caso francese di Flamanville è l'esempio più citato – e la dipendenza dall'uranio estero rende discutibile l'idea stessa di indipendenza energetica. Il Coordinamento Free ha inoltre
segnalato che nel dossier parlamentare la mappa dei progetti SMR nel mondo era stata riprodotta priva della legenda originale del rapporto Terna, quella che distingueva i progetti per stadio di sviluppo: dal disegno concettuale all'impianto in esercizio. Una differenza non secondaria, perché al momento gli impianti SMR commerciali in funzione al mondo sono solo due: la centrale galleggiante russa Akademik Lomonosov, in esercizio dal 2020, e la cinese HTR-PM,
entrata in esercizio commerciale a dicembre 2023 dopo essere stata collegata alla rete due anni prima. L'Agenzia per l'energia nucleare dell'Ocse censisce 129 progetti di reattori modulari ma quasi tutti sono ancora sulla carta.
Sullo sfondo
resta il nodo politico: gli italiani hanno
respinto il nucleare per due volte, nel 1987 e nel 2011, quando il 94% dei votanti si espresse contro la riapertura. La legge delega non riapre nessuna centrale, ma è il primo atto che rimette in discussione quel verdetto.
La terza posizione: né tifosi né oppositori
Il dibattito italiano tende a
comprimersi su due fronti, e questo è precisamente il problema secondo
Giovanni Ludovico Montagnani e
Matteo De Piccoli, autori di
Avete rotto l'atomo (People, 2026). Montagnani, dottorato in elettronica nucleare al Politecnico di Milano, e De Piccoli, ingegnere nucleare formatosi al Politecnico di Torino, sono entrambi attivisti climatici e entrambi, come si definiscono, "possibilisti" sul nucleare. Hanno passato tre anni a verificare uno per uno gli argomenti di chi l'atomo lo promuove, e il risultato è un libro di quasi quattrocento pagine che smonta soprattutto quelli. «La cosa che mi preoccupa di più dei favorevoli è che con il loro approccio il nucleare si allontani, anziché avvicinarsi», dice Montagnani: «nel momento in cui sostieni che il nucleare costa poco, si fa veloce e abbassa le bollette, metti in circolo una falsità. È la narrazione preponderante nella retorica pro-nucleare, e danneggia incredibilmente l'industria nucleare».
Nel libro l'atomo non è una scorciatoia ma un'assicurazione: non serve a sostituire il gas nelle ore di punta, perché un reattore non si accende all'occorrenza, ma a garantire una quota stabile di produzione che impedisca ai prezzi di esplodere nei giorni in cui sole e vento mancano, in uno scenario che spinga le rinnovabili al massimo. E soprattutto non è un'impresa nazionale. Nel libro i due autori
lanciano l'idea di un'«Agenzia spaziale europea dell'energia». La metafora non è casuale: l'ESA nasce negli anni Settanta dalla constatazione che nessun Paese europeo, preso singolarmente, avrebbe potuto permettersi un programma spaziale. I costi e i rischi vengono ripartiti fra gli Stati membri, che in cambio ricevono commesse industriali proporzionali a quanto versano, e le missioni si decidono insieme. Applicato al nucleare significherebbe un consorzio continentale che finanzia e costruisce i reattori mettendo in comune la spesa e l'esposizione agli sforamenti di costo – il rischio che oggi tiene fuori dal gioco i Paesi più piccoli – con la Francia come base di partenza, perché è l'unico Paese europeo con una filiera industriale completa.
Il ragionamento, alla fine, è questo. Il nucleare resta una fonte a emissioni molto più basse di gas, petrolio e carbone, e in quanto tale un posto nel mix decarbonizzato può averlo. Ma costruire le centrali di grande taglia e tenerle in esercizio per sessant'anni – «quelle che sappiamo già fare adesso», puntualizza Montagnani – è uno sforzo che nessun Paese europeo, Francia compresa, è più in grado di sostenere da solo. Il nucleare ha senso se si abbattono le frontiere nazionali. Ed è esattamente la parte che nella legge italiana non c'è.