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17 Giugno 2021

Libano: tra i profughi siriani in tempi di pandemia. Cosa è cambiato?

Un anno fa la pandemia ha allontanato i volontari di Operazione Colomba dai siriani presenti al campo profughi a nord del Libano. Ora ritornano trovando nuove vie per far sentire loro la vicinanza.
Foto di Luca Cilloni
«Per i profughi il Coronavirus è una malattia che passa però in secondo piano, all'ombra della grandezza imponente della guerra che tutto toglie.»
A marzo 2020 abbiamo chiuso la tenda all'interno del campo profughi in Libano al confine con la Siria. Una presenza di condivisione avviata nel 2013. Disperazione e guerra non ci avevano mai spinti a chiudere quella porta e a tornare in Italia, ma la pandemia sì.
È stato un momento difficile. Ci siamo salutati con gli amici siriani con fatica, passando l'ultima notte cantando e suonando la chitarra. «State bene, preghiamo per voi e per vostre famiglie» - ci hanno detto.
Siamo tornati in Libano ad agosto, dopo l’esplosione del porto di Beirut. Anche se non è stato possibile vivere nella tenda del campo, per tutto il tempo abbiamo cercato modi nuovi per poterci mettere al fianco delle persone. 

Esplosione a Beirut
Una colonna di fumo si alza per un incendio dal porto di Beirut, Libano, 4 agosto 2020.
Foto di EPA/Wael Hamzeh


Siamo stati tra le macerie di Beirut, abbiamo aiutato come potevamo e abbiamo ascoltato la rabbia e la disperazione, ma abbiamo sentito anche forte la vita che si faceva spazio tra la sofferenza, le persone che si rialzavano dopo l’ennesimo disastro.
Ci siamo poi spostati al Nord del Libano e abbiamo continuato a visitare le famiglie siriane, ad ascoltare i loro drammi. Dopo un’altra piccola chiusura del progetto nell'inverno 2020, alcuni volontari sono ripartiti per il Libano a febbraio con il desiderio nel cuore di condividere dei pezzetti di vita con i profughi siriani. 

L'ascolto dei profughi

Oggi viviamo in una casa poco fuori dal campo ma da qualche settimana stiamo lavorando per tornare in una tenda al campo profughi. Abbiamo gettato il cemento e messo una porta, sistemato i teli di nylon, con la speranza che dopo questa pandemia possa tornare ad essere la nostra casa. 
È strano arrivare qui dopo le tante chiusure che ognuno di noi ha vissuto in modo diverso, ma che tutti sentiamo abbiano avuto un forte impatto psicologico.

Bambino in bottega
Foto di Luca Cilloni


Attraverso la condivisione quotidiana cerchiamo di rispondere alle necessità dei siriani, ad esempio: creiamo un collegamento tra i reali bisogni dei profughi con e chi può soddisfarli (ONU, Istituzioni, Associazioni...).
La maggior parte del nostro tempo lo spendiamo ascoltando la vita delle persone, ed è per questo che viviamo per scelta le condizioni che loro vivono per imposizione. Mettendoci al pari, dando quindi alla loro vita il valore che sentiamo di dare alla nostra, riusciamo a creare degli spazi di ascolto, spazi per il dolore vissuto, spazi per il gioco e infine degli spazi di pace e speranza. 

Volontari al campo profughi

Arrivare qui dopo un anno di pandemia è scioccante. Si torna a guardarsi in faccia, a parlare tra noi, a condividere le fatiche insieme come gruppo e ci si rende subito conto che per più di un anno di incontri online è mancata una delle cose più umane delle nostre vite: la condivisione.
È faticoso guardarsi negli occhi, è dura ascoltare i dolori delle persone senza il filtro dello schermo, è gioioso condividere un pasto e giocare con i bambini.

Operazione Colomba in Libano
I volontari di Operazione Colomba nel campo profughi siriani in Libano
Foto di Operazione Colomba


Mancavano molto le risate, la leggerezza. Fa sorridere parlare di leggerezza da un campo profughi  a nord del Libano a pochi chilometri dalla Siria. Eppure la condivisione ci dencentra da noi stessi, scardina i nostri egoismi e ancora una volta diventa un antidoto potente contro tutte le nostre tenebre personali.
È vero, non stringiamo più mani, non abbracciamo più i bambini, ma le nostre orecchie odono racconti di vita, i nostri occhi vedono la vita che scorre e le nostre bocche pronunciano parole di gratitudine. Per queste persone il Coronavirus è una malattia che passa però in secondo piano, all'ombra della grandezza imponente della guerra che tutto toglie.

La proposta di pace dei siriani

Ogni giorno incontriamo persone che vivono nell'ombra scura di questo grande dramma, ma c'è una cosa che ancora non ci fa desistere, una proposta creativa nata proprio dal dolore riunito dalla condivisione.

Abdallah con i volontari di Operazione Colomba
Abdallah con i volontari di Operazione Colomba
Foto di Archivio Operazione Colomba


La Proposta di Pace
raccoglie la voce della vita di alcune persone che portano nel cuore contemporaneamente disperazione e speranza. Persone che sono state arrestate, torturate, ma che credono ancora nella forza delle carezze. Uomini con le ossa della schiena spezzate che portano sulle spalle i propri figli per tenerli vicini al cielo, lontani dal fango. Donne ferite nell’anima e nel corpo, madri senza più lacrime, vedove per ingiustizia, figlie a cui è stata rubata la libertà.
Sono donne che tendono le loro mani affaticate e che ancora cantano sogni di pace. Queste persone sono un cortocircuito causato dalla nostalgia di amare. 
La Proposta di Pace è l’effetto collaterale non calcolato dai signori della guerra che tutto distruggono, ma che con la loro banale violenza non sanno che tra le crepe delle vite violentate si nasconde l’amore..