25 Marzo 2020

Coronavirus: primi casi in Sud America

La pandemia arriva nel continente latinoamericano
Foto di Sebastian Silva
Il Cile ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, in Brasile sono già state chiuse le scuole. I missionari raccontano l'impatto dell'epidemia nelle loro vite.
Sono le due del pomeriggio del 20 marzo 2020. Se le cose fossero andate diversamente, in questo preciso istante sarei stato in procinto di preparare la valigia. Con un biglietto per il Cile già in tasca. Invece mi ritrovo qui, alla mia scrivania, con il telefono in mano.
«Ciao Stefano, come va lì a Rimini? Noi per ora stiamo bene!» Daniele mi risponde quasi subito, a Santiago si sono svegliati da poco. Mi chiede se davvero la situazione è così complessa come raccontano i telegiornali. È preoccupato, perché il Coronavirus è arrivato anche lì in Cile.
«Fino a pochi giorni fa sembrava che il problema non fosse serio - mi racconta-. Giusto qualche caso isolato al sud, legato all’arrivo delle navi da crociera. Poi, domenica scorsa, il presidente ha proclamato la chiusura delle scuole per 14 giorni e la necessità da parte di tutti di usare precauzioni e di uscire di casa il meno possibile».
In pochi giorni i casi si sono moltiplicati, proprio come accaduto in Italia.
«Come Comunità ci siamo già allineati alle direttive del Paese -  prosegue- abbiamo sospeso le attività dei centri diurni in cui accogliamo minori e distribuito generi alimentari alle famiglie. Per molte di loro il periodo di quarantena sarà particolarmente duro perché qui i genitori lavorano a giornata, le madri per esempio fanno le donne delle pulizie, e con questi decreti dovranno per forza restare a casa senza alcun tipo di tutela sociale».

Primi casi di coronavirus in Bolivia

Sì, Daniele è preoccupato. Come lo è Claudio, che sento poco dopo su WhatsApp. Anche in Bolivia ci sono stati i primi casi ed anche qui, come in Cile, le persone fanno ancora fatica a capire l’importanza di proteggersi e di seguire le precauzioni di base.
«Il governo boliviano sta predisponendo delle strutture per la cura dei malati», mi racconta. «Qui la sanità è purtroppo molto precaria: dove vivo io non c’è nemmeno un respiratore. Bisogna puntare tutto sulla prevenzione. Il governo ha già invitato i cittadini a stare in casa, limitando la circolazione dei mezzi pubblici che ora possono girare solo fino alle 3 del pomeriggio. Anche i negozi e i mercati possono restare aperti solo fino a quell’ora. Sono inoltre stati vietati gli eventi pubblici con più di 100 persone e sospesi tutti i voli internazionali. Non possiamo più viaggiare in pullman da una regione all’altra. In farmacia non si trovano più né i disinfettanti per le mani né le mascherine».
Proprio come in Italia, stessa scena su un diverso palcoscenico. Perché questo virus sta causando la chiusura delle frontiere, ma ha reso meno rilevante la nazionalità rendendoci tutti ugualmente fragili di fronte a lui.
«Io cerco di proteggere me e i miei ragazzi meglio che posso», conclude Claudio, «Disinfetto tutto ciò che entra in comunità terapeutica, ho fatto il disinfettante con alcol ed aloe vera». Anche in questo angolo di mondo proteggersi è insomma la strategia migliore.

Brasile: solo le cliniche private fanno i tamponi per coronavirus

In Brasile Anna è dello stesso avviso. Sento per telefono anche lei, le chiedo come stiano vivendo questa nuova e surreale situazione.
«Sono molto spaventata. Noi stiamo in casa e usciamo solo per le strette necessità. Qui hanno già chiuso tutto: scuole, cinema, teatri, parchi cittadini. Dicono di evitare assembramenti con più di 500 persone. Anche il vescovo è intervenuto esortando a non celebrare le Messe importanti, quelle a cui partecipano tante persone. Tutti stanno cercando il gel per lavarsi le mani, ma non so fino a che punto la gente abbia coscienza della reale situazione. Anche perché i tamponi sono fatti solo in alcune cliniche private e molte persone saranno positive pur non sapendolo. Purtroppo ogni Stato si sta regolamentando in autonomia e negli aeroporti non ci sono ancora controlli».
Il problema del controllo degli spostamenti, indispensabile per contenere la diffusione del contagio, è reale e non solo in Brasile.

Colombia: l'epidemia attaccherà la Comunità di Pace?

«In Colombia siamo molto preoccupati per questa nuova emergenza sanitaria, soprattutto per la Comunità di Pace di San José de Apartadó», mi conferma Monica. «Molti villaggi sono sperduti nella selva, in un territorio montuoso ed impervio. Qui controllare il passaggio di persone e mezzi sarà quasi impossibile. Ecco perché speriamo che il contagio rimanga circoscritto alle grandi città dove ad oggi ci sono già alcuni casi di persone positive arrivate dall’Italia e da altri paesi europei. Il sistema sanitario pubblico è molto precario in tutto il Paese, ma almeno nelle zone finora colpite delle cliniche ci sono. Nella regione dove si trova la Comunità di Pace, invece, sono quasi assenti e inadeguate. Lo Stato ha già chiuso alcuni dipartimenti ed imposto una quarantena obbligatoria di due mesi alle persone anziane con più di 70 anni. Speriamo davvero che queste misure di contenimento siano sufficienti e che la Comunità di Pace, già provata dalle continue minacce degli attori armati che vogliono impossessarsi dei suoi territori, non debba affrontare anche questa ulteriore sfida».

Saluto anche lei. Chiudo gli occhi e penso a tutti loro, a come deve essere difficile la situazione che stanno vivendo. Il loro, oggi, è un cuore spezzato a metà. Da un lato la tristezza di quello che sta accadendo in Italia, dove molti hanno familiari ed amici. Dall’altro la paura per la realtà che potrebbero essere presto chiamati a vivere. Paura non tanto per se stessi, quanto per tutte le persone in difficoltà che aiutano ogni giorno. Vedrete che andrà tutto bene. Mi auguro di cuore che valga anche lì.