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9 Gennaio 2026
Ultima modifica: 9 Gennaio 2026 ore 10:08

Venezuela: il popolo vincerà con la pace

Il paese, costretto dentro una partita a Risiko, ha iniziato il nuovo anno nella paura e nel silenzio social
Venezuela: il popolo vincerà con la pace
Foto di Orlando Barr
La popolazione resiste alla violenza politica e alla povertà. Ma nella capitale tutto è fermo, sui social nessuno osa commentare l'attacco del 3 gennaio. Invito dei vescovi latinoamericani al dialogo e alla pace dopo l'intervento militare "imposto da poteri esterni". Ma le voci di pace non si fermeranno davanti agli interessi sul petrolio ambìto da imprese private estere. Intanto continuano le scarcerazioni dei detenuti politici. Nelle ultime ore intanto sono stati liberati anche due tra i 28 italiani in carcere, Luigi Gasperin e Biagio Pilieri.

Due giorni dopo la Giornata mondiale per la pace, lo scorso 3 gennaio, gli Stati Uniti hanno lanciato una massiccia operazione militare in Venezuela denominata Operazione Absolute Resolve, con attacchi aerei e azioni delle forze speciali che hanno portato all’arresto del presidente Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, trasferiti negli USA per rispondere a gravi accuse penali. Il blitz ha provocato morti e feriti tra militari e civili e suscitato reazioni internazionali e critiche per la violazione del diritto internazionale. La presidenza ad interim è stata assunta da Delcy Rodriguez (già vicepresidente con Maduro) con il favore di Donald Trump. Anche la leader dell’opposizione venezuelana e Premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado reclama il suo diritto alla presidenza ma non può essere escluso dagli accordi nemmeno il Ministro dell'Interno, Diosdado Cabello che controlla i gruppi armati del paese. Gli USA pianificano intanto l’uso delle risorse petrolifere venezuelane nell'ottica di una strategia più ampia per il futuro del Paese, obiettivo di diversi privati che dall'estero non intendono rinunciare ai propri interessi. 

La liberazione dei detenuti per una transizione pacifica

Secondo l'ultimo rapporto della ong Foro Penal in Venezuela ci sono 863 prigionieri politici, e di questi 86 sono cittadini stranieri o possiedono doppia cittadinanza. Tra gli italiani, considerati scomodi dal governo Maduro, in tutto 28, sono stati liberati l'imprenditore Luigi Gasperin e il giornalista e politico Biagio Pilieri. Resta alta l'attesa anche per il cooperante veneziano Alberto Trentini, detenuto a Caracas da circa 14 mesi. L'annuncio di questa operazione «per la convivenza pacifica tra tutti senza distinzioni di colore politico, economico, religioso e e sociale»  è arrivato ieri dal Presidente dell'Assemblea nazionale José Rodriguez, fratello della Presidente, ribadendo l'urgenza della unità nazionale «Tutte e tutti siamo venezualane e venezuelani, tutte e tutti viviamo sotto lo stesso bel cielo di questa Repubblica e abbracciamo la stessa bandiera». Hanno dato di certo una spinta anche le continue pressioni della Premio nobel per la pace Maria Corina Machado per la fine del sistema repressivo del governo Maduro. Il terrore nel popolo venezuelano è da anni causato dal SEBIN (Servicio Bolivariano de Inteligencia Nacional), la polizia del regime e dal DGCIM (Dirección General de Contrainteligencia Militar), principale strumento di controllo militare e repressione di chi non è allineato al governo. E per questo il segnale più grande per il popolo venezuelano resta tuttavia la liberazione dei prigionieri politici detenuti all’Helicoide, il più grande centro di tortura dell’America Latina.

In queste ore intanto le conferenze episcopali latinoamericane — dal Cile al Brasile fino al Panama — stanno invitando alla preghiera per la pace e per il bene del popolo venezuelano, esortando ad evitare l'escalation di violenza. Le Chiese locali chiedono anche solidarietà verso gli 8 milioni di rifugiati venezuelani nei paesi latinoamericani confinanti. Il popolo venezuelano in questi primi giorni dell'anno sembra sospeso nel limbo, dopo esser stato costretto dentro una partita di Risiko che non aveva chiesto. In particolare sui social tutto tace, la paura di commentare queste giornate di fuoco è molto diffusa anche tra i giovani che ripetutamente reclamavano #venezuelalibre. Ora lo fanno solo quelli che sono lontani dalla propria terra.

Anche la rete ecclesiale latinoamericana per migranti, vittime di tratta, rifugiati e sfollati Clamor ha lanciato un accorato appello a sostegno dei venezuelani poichè la militarizzazione non farà che «aumentare il rischio di nuovi sfollamenti forzati».

Narcotraffico, sparizioni, reclutamento forzato alle armi

In Venezuela, a partire dalle elezioni del 28 luglio 2024, erano state denunciate diverse forme di repressione: violenze contro attivisti e giornalisti per soffocarne il dissenso, sparizioni arbitrarie, controllo delle finanze dei cittadini e della libertà di espressione, limitazioni sui beni di prima necessità e l'addestramento militare forzato di uomini e donne che non possono rifiutare altrimenti rischiano la prigione. «In un Paese dove persino le parole possono diventare pericolose – avevano confidato con voce preoccupata operatori umanitari che continuano al fianco dei più indifesi – la paura di parlare non ha ancora soffocato la nostra convinzione di resistere senza armi, scegliendo la via coraggiosa della pace».
Il Venezuela pur non essendo produttore di cocaina è terra di passaggio della droga che proviene soprattutto dalla Colombia. Accanto al narcotraffico, una grande fonte di profitto proviene dalle miniere nel Sud del Paese. Le mafie del narcotraffico, i cosiddetti colectivos e infiltrati nelle forze di sicurezza si sovrappongono: sparizioni e detenzioni incerte diventano strumenti di controllo politico e sociale. Per questo molte aree, specialmente quelle più periferiche e minerarie, estremamente pericolose. 
Negli ultimi mesi il governo ha rilanciato la mobilitazione delle milizie popolari e piani di reclutamento dei cittadini per la “leva forzata” specialmente dei giovani nelle aree più povere. 
Inoltre i minerali più ricercati - oro, coltan, litio - e le riserve petrolifere rendono il Paese un nodo geopolitico: traffici illegali d’oro, concessioni controllate da attori statali e privati e la domanda globale di minerali attirano interesse esteri e contribuiscono, secondo rapporti dell’UNODC, a episodi di illegalità e violenza.

Voci di pace: resistere senza armi

Nonostante le difficoltà e i contrasti con lo Stato, la Chiesa cattolica continua ad essere una delle reti di sostegno più radicate con parrocchie, medici volontari, centri di ascolto e organizzazioni che continuano ad assistere i più vulnerabili. La recente canonizzazione del «medico dei poveri», José Gregorio Hernández, ha acceso una speranza e un forte senso di solidarietà per molti venezuelani: il medico che curava i poveri senza chiedere soldi è oggi diventato un simbolo di cura degli ultimi e di resistenza non violenta
Ma c’è di più: in occasione della canonizzazione del 19 ottobre scorso dei primi due santi venezuelani, ovvero madre Carmen Rendiles e il dottor José Gregorio Hernández, i vescovi venezuelani hanno chiesto esplicitamente a Papa Leone XIV di intercedere per la liberazione dei prigionieri.
Un’altra voce che sta facendo il giro del mondo in queste ore è quella del premio Nobel per la pace, María Corina Machado in isolamento da 15 mesi, che dice alle milizie venezuelane e a chi viene reclutato per forza: «Siate eroi, non criminali. Non armatevi contro il nostro stesso popolo!». L’attivista venezuelana, che il 10 dicembre intende raggiungere Oslo per la premiazione ufficiale, nonostante le minacce, ha aggiunto nelle sue recenti dichiarazioni sui social: «Non siamo soli. Sono certa che anche io un giorno potrò tornare a camminare per le strade del mio Paese e abbracciare i miei figli e milioni di figli e figlie del Venezuela».

Gli operatori umanitari: restiamo al fianco degli ultimi

La crisi umanitaria è profonda: agenzie dell’ONU stimano che milioni di persone hanno bisogno di assistenza, con un 52% della popolazione in estrema povertà. Secondo il rapporto 2024 di UNICEF, 3,8 milioni di bambini avevano bisogno di aiuti umanitari, di cui il 12% con disabilità, e un preoccupante aumento della mortalità materna del 182%. Per questo migliaia di venezuelani cercano di scappare verso Colombia, Perù e Brasile oppure attraverso la "Selva", la pericolosa rotta del Darién verso il Panama per raggiungere Messico e Stati Uniti. «Quando vicini o amici ci raccontano che vogliono raggiungere l’America centrale, sappiamo già che saranno presi di mira dalle bande armate nascoste nella giungla o rischieranno di morire per infezioni, disidratazione, fame lungo i percorsi sommersi dal fango».
Gli operatori umanitari rimasti in Venezuela raccontano di vivere con risorse limitate, pochi pasti al giorno, limiti alle forniture di energia elettrica e rischi per la propria sicurezza per i controlli sui contatti telefonici con l’esterno, le restrizioni sulle operazioni bancarie e limiti alle forniture, ma continuano a sostenere le persone più emarginate. 
«Non andremo via dal Venezuela nonostante la forte tensione - spiegano in anonimato gli operatori umanitari che ci hanno “prestato i loro occhi” - perché la nostra missione è stare a fianco di chi soffre. Anche se siamo sotto pressione, se ce ne andassimo proprio ora che c’è più bisogno di aiuto e di pace, lasceremmo senza voce e senza protezione chi non ha nessun altro che si prenda cura di loro».

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