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1 Marzo 2021
Ultima modifica: 1 Marzo 2021 ore 08:09

Il grande business della filantropia

Perché Bill Gates e gli altri uomini più ricchi del mondo investono sempre più nelle fondazioni
Li chiamano filantrocapitalisti. Più donano e più diventano ricchi. Dopo aver accumulato enormi profitti con le loro attività commerciali, li investono con le loro fondazioni nel campo della salute, dell'alimentazione, dell'educazione. Il destino dell'umanità è sempre più nelle loro mani.
Una decina di anni fa Bill e Melinda Gates, titolari dell’omonima fondazione, decisero di organizzare una cena tra miliardari. Pochi invitati ma selezionati, i loro redditi sommati arrivavano a 130 miliardi di dollari. All’ordine del giorno una proposta: perché non donare la maggior parte di queste ricchezze a scopi benefici, e convincere altri miliardari a fare altrettanto?
L’idea piacque ai convitati, e l’anno successivo, il 2010, venne lanciato il Giving Pledge – letteralmente: impegno a donare – con le prime 40 adesioni.
La filantropia ha una lunga storia, ma questa iniziativa traccia una nuova fase, delinea la visione di una elite mondiale di “vincitori” che si sentono chiamati – sono parole di Bill Gates – a «costruire una meravigliosa tradizione di filantropia che possa aiutare il mondo a diventare un luogo molto migliore». A distanza di dieci anni, su circa 2000 miliardari presenti nel mondo, 205 hanno firmato questa promessa d’intenti e si stima che entro il 2022 il Giving Pladge possa arrivare a una disponibilità di 600 miliardi di dollari. Cosa ci faranno con tutti questi soldi?

Ne abbiamo parlato con Nicoletta Dentico autrice di Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo (Emi, 2020): un’analisi documentatissima, basata soprattutto su fonti internazionali, frutto di anni di ricerca e di passione coltivata dalla giornalista per i temi legati alla disuguaglianza sociale e alle sue cause.

Le origini del filantrocapitalismo

Anzitutto chiariamo i termini: cosa significa filantrocapitalismo?
«Il termine è stato inaugurato qualche anno fa dall’Economist ed è diventato di uso comune. Lo definirei come l’utilizzo della filantropia legato a una logica di mercato, l’attività filantropica come estensione dell’azione imprenditoriale, tanto che si va sfumando sempre più il confine tra profit e no profit.»
 
Ma che c’è di male se un ricco vuole donare parte dei suoi beni ai poveri?
«Apparentemente nulla, purché ci sia trasparenza su come si è accumulata la sua ricchezza e su quali sono gli intenti di questa restituzione. Spesso la filantropia nasconde la volontà di mantenere assetti di ingiustizia: è una apparente redistribuzione delle ricchezze, che però lascia intatto il meccanismo che determina la povertà. E questo succede quando tu, in virtù del denaro che dai, ti senti legittimato a definire i problemi del mondo e trovare le soluzioni, entrando nelle scelte delle organizzazioni internazionali.»
 
Leggendo il suo libro, in effetti, si scopre che dietro le grandi campagne mondiali sull’alimentazione, la lotta alla povertà, la promozione della salute nel Paesi poveri, ci sono miliardari come Bill Gates che promuovono direttamente ricerche e piani di intervento, oppure finanziano agenzie delle Nazioni Unite come l’OMS. Qual è il pericolo?
«Non possiamo pensare di risolvere nodi strutturali come il debito dei paesi impoveriti o il problema dei grandi flussi finanziari che sfuggono ai controlli degli Stati, con i soldi di coloro che traggono vantaggio da questo sistema ingiusto. Io non vedo di buon occhio che i privati siano così pesantemente presenti nei gangli delle istituzioni internazionali. È una privatizzazione delle questioni del mondo che contravviene al diritto internazionale. La collaborazione multilaterale è l’unica garanzia per i cittadini di salvaguardare la democrazia, dato che i cittadini possono agire sui propri Governi attraverso il voto; ma chi può intervenire su Bill Gates, su Ted Turner, su queste figure che ormai vivono in un’altra dimensione, circondate da potere e ricchezza?»

Bill Gates e il leader degli indigeni dell'Amazzonia Tuntiak Katan
Bill Gates e il leader degli indigeni dell'Amazzonia Tuntiak Katan durante il Climate Action Summit del 2019 che ha preceduto il dibattito all'Assemblea della Nazioni Unite per affrontare il cambiamento climatico globale
Foto di EPA/Justin Lane

 

Perché Bill Gates aveva previsto la pandemia da Covid-19

Veniamo a un tema di estrema attualità: i vaccini. Nel 1998 Bill Gates finanzia il primo Programma di vaccinazione infantile. Nel 2000 lancia la Global Alliance for Vaccine Immunization con 750 milioni di dollari. Nel 2015 in un famoso Ted Talk ipotizza che la prossima minaccia mondiale sarebbe stata una pandemia. Nel 2017 è tra i promotori di Cepi, entità pubblico-privata che punta a sviluppare vaccini contro le minacce pandemiche. Poi arriva il Covid e parte la corsa mondiale al vaccino. Come spiega questa sorta di preveggenza?
«Non è che Bill Gates sia un profeta di sventure. Ha semplicemente raccontato al mondo ciò che gli avevano rappresentato gli scienziati che lui aveva convocato a Seattle nel 2015 per delineare possibili scenari futuri. In realtà varie evidenze sul rischio erano emerse da più parti già dal 2010. Ma va dato atto a Gates che ha fatto un gran lavoro di sensibilizzazione internazionale, che il mondo però ha ignorato, tant’è che ci si è trovati totalmente impreparati. Anche quando a gennaio 2020 sono arrivate le prime notizie da Wuhan, l’Occidente guardava con pregiudizio e distacco questo virus cinese pensando che da noi non sarebbe arrivato.»
 
Gates invece è intervenuto.
«Lui ha capito subito e ed è stato il primo a inviare un contributo umanitario. Del resto va detto che mentre i Governi ci mettono del tempo a prendere le decisioni, Bill Gates può decidere in tre minuti cosa fare della sua opulenza, per cui ha un vantaggio competitivo imbattibile.»
 
Gates ha investito miliardi di dollari nei sette più promettenti progetti di ricerca sul vaccino e sugli impianti di produzione: c’è lui dietro i vaccini che stanno arrivando?
«Anche se il suo tentativo di sensibilizzazione su una prossima pandemia non è stato ascoltato, lui a quello scenario ci ha creduto e con la sua fondazione ha sostenuto alcune piccole start up nel campo dell’innovazione biotech, che oggi sono diventate nomi famosi cruciali nella ricerca e produzione dei vaccini contro il Covid 19. Bill Gates è veramente il kingmaker di questa operazione storica senza precedenti, e lo fa continuando a guadagnarci.»
 
Lei non condivide però le teorie complottiste.
«Gates è fissato con i vaccini, è convinto che siano la soluzione per il problema della salute nel mondo, e così evidentemente non è. Ma pensare che abbia architettato questa enorme catastrofe mondiale è una scorciatoia interpretativa che ci porta fuori strada. Io ritengo che le teorie complottistiche siano perfettamente funzionali affinché Gates possa continuare a lavorare tranquillo. Mentre ci vuole dedizione, ed esposizione professionale come è stato nel mio caso, per guardare alla complessità della situazione e individuare i veri nodi del problema.»
 
Perché secondo lei i media non parlano di questi nodi?
«Il giornalismo italiano non è brilli particolarmente per sagacia da questo punto di vista rispetto, per esempio, al giornalismo anglosassone. Ma c’è un problema più ampio: la fondazione Gates finanzia moltissima produzione giornalistica. C’è una sapiente azione strategica che orienta verso il cosiddetto giornalismo delle “buone notizie”, cercando di occultare il giornalismo d’inchiesta, che dovrebbe fare da cane da guardia della democrazia vigilando sulla politica e sul business nazionale e internazionale.»

Jeff Bezos presenta l'iniziativa
Jeff Bezos, fondatore di Amazon è l'ultimo arrivato tra i grandi filantropi ma sta recuperando. Nella foto (Washington 19 settembre 2019) presenta l'iniziativa "'The Climate Pledge" con cui annuncia che Amazon intende raggiungere gli obiettivi ambientali dell'Accordo di Parigi con 10 anni di anticipo.
Foto di ANSA/Michael Reynolds

 
Attualmente l’uomo più ricco del mondo è Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, che con la pandemia ha ulteriormente aumentato la sua ricchezza. Anche lui è un filantrocapitalista?
«Lui è un ultimo arrivato nello scenario della filantropia, ed è stato anche criticato per questo. Il suo impegno finora, come peraltro quello di Zuckerberg, è soprattutto nel campo dell'istruzione. L’idea è di digitalizzare la scuola, considerando il bambino come un cliente da soddisfare, con la stessa logica applicata per Amazon. Il 2020 è stato un anno di transizione. Penso che ne vedremo delle belle.»

Fare donazioni per pagare meno tasse

Nonostante questi miliardari decidano di donare parti considerevoli delle loro ricchezze in beneficienza, i loro profitti continuano ad aumentare. Com’è possibile?
«Si arricchiscono in molti modi. Anzitutto perché fare filantropia in America, ma non solo, è uno stratagemma per avere agevolazioni fiscali. Per ogni dollaro donato, 74 centesimi sono erogati dallo Stato in forma di agevolazioni fiscali, cioè tasse non pagate. Soldi sottratti allo Stato e devoluti alle fondazioni, con le quali esse sostengono programmi di sviluppo in cui operano settori privati nei quali il filantrocapitalista è un investitore. Da un lato si ha l’agevolazione fiscale, dall’altro si trae profitto. È questa la ragione del boom filantropico di questi ultimi anni.»
 
Dopo aver dettato le regole del mercato, sfuggendo ai vincoli nazionali, ora i filantrocapitalisti stanno dettando le regole della solidarietà, indirizzando le politiche che riguardano beni primari come la salute, l’alimentazione, l’educazione. La democrazia è in pericolo?
«Sì, ed è un pericolo molto serio. Hanno introdotto la logica di mercato in territori fondamentali come il diritto alla salute, al cibo, alla salvaguardia dell'ambiente. Lo vediamo nel campo della salute con il modello assicurativo che viene proposto ormai in tutto il mondo, con il sostegno anche di molte ONG che si stanno adeguando, partecipando di fatto alla privatizzazione dei diritti, dato che il cittadino per farli valere non si rapporterà più con lo Stato – che ha l’obbligo di garantirli – ma con il settore privato.»

Come arginare il potere dei filantrocapitalisti 


C’è un movimento sociale che punta a cambiare le cose dal basso, creando cittadini consapevoli che indirizzano consumi e risparmi verso scelte etiche.
«Come cittadini abbiamo un piccolo potere di fare la differenza attraverso le nostre azioni quotidiane. Ad esempio mettendo i soldi in luoghi dove non si fa speculazione finanziaria. O cercando piattaforme di acquisto online che seguano criteri etici. Ma oltre a questa azione individuale è importante sviluppare un nuova domanda politica.»

Per chiedere cosa?
«Una nuova importante presenza della funzione pubblica. Il Covid 19 ci ha dimostrato che se ti vuoi salvare hai bisogno di un sistema sanitario pubblico, non privato. C’è una funzione pubblica che dobbiamo ricostruire: l’abbiamo abbandonata, perché ci siamo fatti prendere un po’ tutti dall'idea che il privato funzioni meglio, ma non esiste evidenza che sia così.»
 
Quali vie d’uscita intravede?
«Dobbiamo chiedere ai nostri Governi una nuova visione politica, non solo a livello italiano ma europeo. L'Europa, come potenza sovranazionale, potrebbe attuare una regolamentazione dei flussi di capitali. Credo poi che vada affrontato seriamente il problema del debito dei paesi poveri: è una trappola e noi Paesi ricchi lo sappiamo, ma la teniamo in vita perché ne ricaviamo un grande vantaggio. Credo inoltre sia arrivato il tempo di colmare un buco del diritto internazionale, superando il concetto della responsabilità sociale d’impresa, assolutamente ambiguo, introducendo la responsabilità legale: oggi, ad esempio, le multinazionali vanno in tutto il mondo a fare estrazioni minerarie provocando danni colossali per i quali non pagano quasi mai. Servono poi politiche fiscali progressive – altro che flat tax – che assicurino una vera redistribuzione delle ricchezze. Allora potremo costruire la filantropia buona, quella che è veramente amore per l'umanità.»
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L'intervista è tratta da Sempre Magazine di marzo aprile 2021. Chiedi una copia omaggio della rivista.