"L’Italia non entrerà in guerra". Se è vero che l’Italia non entrerà in guerra al fianco degli Stati Uniti, quale sarà il ruolo dell’Italia e come verranno coinvolte le basi statunitensi sul territorio italiano?
«Quello che dice il Governo è vero: non saremo mai complici di questa guerra. Il motivo, però, è un paradosso: non essendoci state dichiarazioni ufficiali, per definizione, nemmeno gli Stati Uniti sono formalmente in guerra. Tale problema è strutturale e ricorrente nel nostro secolo. Posto che le guerre sono sempre un abominio e quindi dal nostro punto di vista non potranno mai avere regole “giuste”, va sottolineato come, in questo secolo, non si sono più combattute nel quadro di norme e modalità che per lungo tempo le avevano definite. Ne consegue che la realtà si allontana sempre più da ciò che è legale, da ciò che è formale e dalla stessa definizione di guerra. Se non è più certo cosa sia la guerra, diventa difficile sapere fino a che punto ne saremo coinvolti.
In riferimento alle basi statunitensi, il ministro Crosetto e la presidente Meloni, usando la locuzione “attività cinetiche”, escludono dalla discussione altre attività militari che stanno già avvenendo o che potrebbero avvenire.
Oggi in ambito militare ci sono attività e ruoli che non sono bombardamenti, ma che sono fondamentali per l'attività militare, come le attività di ISR (Intelligence, Sorveglianza e Riconoscimento). Ad esempio, se un drone in partenza dalla base di Sigonella fosse utilizzato per raccogliere informazioni sui target in Iran, la base risulterebbe in qualche modo coinvolta in un eventuale attacco missilistico statunitense, perché avrebbe svolto una fase cruciale dell’operazione.
Vi sono poi attività essenziali per il combattimento, come il sostegno logistico, la manutenzione di strumentazioni, il trasferimento sul campo di nuovi assetti e munizionamenti. Per tali funzioni gli Stati Uniti potrebbero approfittare del più rilevante hub logistico militare statunitense in Europa: Camp Darby vicino a Pisa.
Quindi, è vero che l’utilizzo delle basi per “attività cinetiche” è un impiego diretto e maggiore, ma non possiamo ignorare il coinvolgimento che deriva dalle attività logistiche e di intelligence, perché in questo contesto storico non si tratta di “banali” attività di contorno.»
Quali sono le basi statunitensi in Italia più rilevanti per gli Stati Uniti e qual è il loro utilizzo in questo contesto?
«Una è la base di Sigonella, in Sicilia, che è l'hub delle operazioni di riconoscimento, intelligence e sorveglianza e che vede dispiegati droni statunitensi, NATO e italiani. Non lontano dalla base si trova il MUOS di Niscemi: una delle quattro stazioni globali di comunicazione satellitare degli Stati Uniti per il trasferimento e la gestione di informazioni militari – essenziali per gli assetti moderni come ad esempio i cacciabombardieri F-35.
Il secondo elemento strategico è quello che ho già citato di Camp Darby, a Pisa, per la parte logistica, uno snodo importante dell’egemonia degli Stati Uniti.
Infine, nell’ipotesi in cui gli Stati Uniti decidessero di intervenire con unità terrestri, sicuramente verrebbero mobilitate le truppe statunitensi della base di Vicenza, che sono destinate a un dispiegamento rapido. In quel caso, cosa farebbe il governo italiano? Sono truppe degli Stati Uniti, ma si sono addestrate su suolo italiano e partirebbero da suolo italiano.»
L’Italia potrebbe correre dei rischi per il supporto che sta fornendo agli Stati Uniti e ai paesi del Golfo? Quanto è realistica la possibilità che l’Italia possa diventare un target per l’Iran?
«Non credo sia uno scenario probabile. È vero che in teoria, secondo le loro caratteristiche tecniche e di “range”, alcuni missili iraniani potrebbero raggiungere il sud dell’Italia, ma un’operazione simile è tecnicamente troppo complessa e dispendiosa. Piuttosto, mi aspetto che se l’Iran decidesse di attaccare l’Italia, lo farebbe attraverso atti di terrorismo o sabotaggio. Dal punto strategico, però, sarebbe un drastico errore attaccare l’Unione Europea, che in questo momento sta cercando di frenare l’escalation.
Il problema più grosso per l’Italia paradossalmente non deriva dall’Iran ma dagli impatti economici derivanti dal conflitto. Molti si concentrano sui pericoli militari, ma ci sono altri effetti non secondari che riguardano la vita delle persone.»
L’Italia supporterà i paesi del Golfo fornendo aiuti di difesa aerea. All’interno di questo contesto, che ruolo ha il mercato delle armi, soprattutto italiano?
»Circa 10 anni fa, il 20-22% delle spese militari a livello globale era destinato ad armi; adesso stiamo arrivando al 30%.
Le giustificazioni di tale aumento sono poco realistiche e contraddittorie. Ad esempio, abbiamo aumentato la produzione di armi per rendere l’Europa indipendente dagli Stati Uniti, eppure continuiamo a comprare i loro assetti per migliorare le difese.
Inoltre, negli ultimi 15 anni, per l'Italia il Medio Oriente è stato la principale destinazione dei propri sistemi d'arma: nell’ultimo quinquennio il 59% dei sistemi d'arma è stato destinato a Stati esterni alla NATO e all’Unione Europea, il che contraddice l’idea di produrre per fornire gli alleati NATO ed europei.
Egitto, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Turchia sono stati i luoghi principali della spedizione di armi italiane, proprio i luoghi che oggi vivono un’escalation di violenza. Si afferma che è necessario aumentare le armi per aumentare la sicurezza e, invece, si è dimostrato vero il contrario. Le armi rappresentano la benzina della guerra.
Un altro punto rilevante, che evidenzia un’ulteriore contraddizione, riguarda l’utilizzo - per l’approvvigionamento di sistemi d’arma e munizionamento - del modello che si appoggia ad aziende militari di natura privata, che mantengono margini di profitto del 10-20-30%. In una situazione di vera urgenza, infatti, uno Stato difficilmente si affiderebbe ad aziende che producono con livelli di profitto così elevati e che, nel concreto, andrebbero a “sottrarre” fondi dalla produzione armata. Dal punto di vista militare, non sarebbe per nulla sensato.»
Se l’aumento delle armi non porta sicurezza, quali alternative abbiamo? Pochi giorni fa la Rete Italiana Pace e Disarmo ha lanciato la campagna “Un’altra difesa è possibile”, di cosa si tratta?
«Quando si produce una militarizzazione incoerente, che non riesce a garantire sicurezza e pace, vorremmo l’intervento di una struttura dello Stato capace di agire in modo alternativo. Un approccio che, secondo noi, definirebbe meglio il concetto di sicurezza: un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta.
La nostra proposta, inserita nel quadro costituzionale, vuole offrire uno strumento in più, uno spazio per promuovere la difesa della patria, delle persone e delle comunità, che a livello costituzionale non deve essere necessariamente armata.
Non proponiamo una sostituzione delle armi, ma un’alternativa. Se le armi restano l’unica opzione disponibile, non resta che ricorrervi; ma la presenza di un’alternativa imporrebbe una scelta più coerente e consapevole.»
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