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5 Maggio 2026
Ultima modifica: 5 Maggio 2026 ore 09:37

Plastica, effetto Hormuz: perché la guerra in Medio Oriente si paga alla cassa del supermercato

L'analisi del think tank ECCO sulle vulnerabilità del sistema Italia
Plastica, effetto Hormuz: perché la guerra in Medio Oriente si paga alla cassa del supermercato
Foto di TONINO DI MARCO/ANSA
Dallo stretto di Hormuz ai corridoi dei supermercati: la dipendenza dai combustibili fossili e dalla produzione cinese espone l'Italia a rincari fino al 30%. Mentre il Paese paga centinaia di milioni all'Europa per il mancato riciclo, la Plastic Tax nazionale resta al palo.
La chiusura dello stretto di Hormuz non sta facendo salire soltanto il prezzo della benzina. Le sue conseguenze si estendono a uno dei materiali più pervasivi della nostra economia quotidiana: la plastica. A fotografare la situazione è ECCO, il think tank italiano per il clima, che ha appena pubblicato un'analisi sulla vulnerabilità del nostro Paese rispetto ai prezzi e ai volumi di importazione della plastica.

Il legame tra crisi energetica e filiera della plastica

Il meccanismo è diretto. Circa l'80% della produzione europea di plastica deriva da combustibili fossili e la produzione di una tonnellata di materie plastiche richiede tra 1,4 e 2,2 tonnellate di petrolio. Ogni scossa sui mercati energetici si trasmette quindi lungo tutta la filiera. Dallo stretto di Hormuz transita circa un quinto del petrolio globale: oltre l'80% di quelle forniture è diretto verso i mercati asiatici e, in particolare, il petrolio iraniano destinato alla Cina — che rappresenta circa il 90% delle esportazioni iraniane — passa quasi interamente da questo snodo. Questo è rilevante perché la Cina è oggi il principale produttore ed esportatore mondiale di materie e manufatti plastici: qualsiasi shock energetico o logistico in quella regione si traduce in maggiore volatilità dei prezzi della plastica a livello globale.

Evoluzione della produzione mondiale di plastica per area geografica (2006–2024). Elaborazione ECCO dei dati di Plastics Europe.
Foto di Elaborazione ECCO dei dati di Plastics Europe
Foto di ECCO The Italian Climate Change Think Tank

L’esposizione del mercato italiano e i rincari al consumo

I segnali in Italia sono già concreti. Alcuni operatori industriali stanno segnalando richieste di aumento dei prezzi di materiali plastici come il PET e l'HDPE fino al 30%, direttamente riconducibili alle tensioni in Medio Oriente. Aumenti che si trasferiscono sui prezzi al consumo.
L'Italia è particolarmente esposta per ragioni strutturali: è il sesto importatore mondiale di plastica e prodotti derivati, e tra i Paesi europei con i consumi più elevati. Nel 2024 l'import italiano di plastica ha superato i 22 miliardi di euro, proveniente principalmente da Germania, Belgio, Francia e Cina. In alcuni segmenti, come quello di bottiglie e contenitori in plastica, la dipendenza dalla Cina è particolarmente marcata: il Paese è il principale fornitore in termini di valore economico, con esportazioni verso l'Italia pari a 96 milioni di euro nel solo 2024. Sul fronte dei rifiuti, i dati Eurostat indicano una produzione di rifiuti da imballaggio in plastica pari a quasi 39 kg per abitante, contro una media europea di 35 kg — e nell'ultimo decennio questo dato è cresciuto del 15%, passando da 33,9 kg per abitante nel 2013 a 38,8 nel 2023.

Due tasse sulla plastica, nessuna che funziona

Questa dipendenza ha un costo diretto anche per le casse pubbliche, e qui entra in gioco una distinzione importante: esistono due distinte tasse sulla plastica, una europea e una italiana, con logiche diverse.
La prima è la plastic tax europea, introdotta nel dicembre 2020 come risorsa propria del bilancio dell'Unione Europea per finanziare il Next Generation EU — il grande piano post-pandemico di cui l'Italia è stata la principale beneficiaria, con oltre 190 miliardi di euro ricevuti. Si tratta di un contributo che ogni Stato membro versa a Bruxelles, pari a 0,80 euro per ogni chilogrammo di rifiuti di imballaggio in plastica che non viene riciclato. Nel 2024, con circa 1,2 milioni di tonnellate di imballaggi non avviati al riciclo, l'onere per l'Italia ammonta a circa 751 milioni di euro, interamente a carico del bilancio dello Stato.
La seconda è la plastic tax nazionale, un'imposta interna da 0,45 euro per chilogrammo di plastica contenuta nei manufatti monouso, introdotta con la Legge di Bilancio 2020. Il suo scopo sarebbe duplice: disincentivare il consumo di plastica vergine e recuperare almeno in parte quanto l'Italia è costretta a versare a Bruxelles. Il problema è che questa misura non è mai entrata in vigore: dal 2020, il provvedimento viene sistematicamente rinviato, senza che vengano messe in campo misure alternative per ridurre i consumi.

Il paradosso italiano e le prospettive future

Il risultato è paradossale: l'Italia paga alla UE per non riciclare abbastanza, ma si rifiuta di adottare lo strumento che potrebbe aiutarla a riciclare di più e a consumare meno.
Secondo ECCO, la risposta alla vulnerabilità italiana non può essere solo congiunturale. Ridurre il consumo di plastica, rafforzare il riciclo e sostenere la produzione di plastiche di origine biologica sono leve strategiche per contenere i costi, aumentare la resilienza del sistema produttivo e rafforzare la sicurezza economica del Paese in un contesto internazionale sempre più instabile.

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