22 Settembre 2019

In Italia continua il calo delle nascite

Cosa fare per invertire la tendenza?
Foto di Alexander Ozerov
Inverno demografico ed economia sostanzialmente sofferente. Sono questi i macro-temi che emergono dal Rapporto ISTAT presentato in Parlamento. E dal Forum si ripete la ricetta per uscire dalla duplice crisi: un “patto per la natalità”
Anche quest’anno l’Istat conferma infelice che gli italiani non si riproducono. Le letture del fenomeno si sprecano sui quotidiani e sui social: meno fiducia nel futuro, instabilità familiare, un certo edonismo della serie “mi voglio godere la vita e i figli me lo impediscono” ma quella che sembra andare per la maggiore è “costano troppo”.
Tutti abbiamo almeno una coppia di amici che sintetizzano più o meno così: «Con la crisi, gli stipendi bassi, i contratti a tempo determinato, come fai poi a mantenerli? Già fai fatica ad accenderti un mutuo… Figli? Uno al massimo, con immensi sacrifici, ma di più è impossibile!»
Si può concordare o meno con questa posizione, essere convinti che non è opportuno soppesare il valore di una vita con parametri economici, che bisogna buttarsi e affidarsi alla Provvidenza. Certo, ma il mood è quello. E problema è che – parlando di crisi economica – paradossalmente non si può uscire dalla crisi se la popolazione continua a diminuire.
Meno popolazione significa meno consumi e meno forza lavoro, una spirale discendente dalla quale è difficile uscire anche perché le radici dell’inverno demografico non sono nel presente ma nel recente passato.
«I meccanismi demografici che sottendono un’ipotesi di regresso numerico – si legge nel rapporto – sono già largamente impliciti nella struttura per età di oggi. Basti pensare che le generazioni del baby boom degli anni ’60 sono ormai sostanzialmente uscite dall’intervallo delle età riproduttive e si accingono a entrare nella così detta “terza età”. Tale passaggio, destinato a combinarsi col persistere delle tendenze all’allungamento della sopravvivenza e al calo della natalità si configura come una determinante fondamentale nel dar vita al massiccio invecchiamento demografico che si affaccia incombente nel futuro della popolazione italiana».

Quanti sono gli italiani

Secondo le stime più recenti, al 1° gennaio 2019 la popolazione residente in Italia ammonta a 60,4 milioni, cioè oltre 400 mila unità in meno rispetto al dato del 1° gennaio 2015. Si tratta di un declino demografico che è esclusivamente dovuto a un saldo naturale sempre più negativo (prossimo alle 200 mila unità negli ultimi anni), per effetto della continua diminuzione delle nascite e dell’aumento tendenziale dei decessi: secondo i dati provvisori relativi al 2018 sono stati iscritti in anagrafe per nascita oltre 439 mila bambini, quasi 140 mila in meno rispetto al 2008, mentre i cancellati per decesso sono circa 633 mila, quasi 50 mila in più. 18mila in meno i nuovi nati nell’ultimo anno, mai così pochi dal 1961.

L'immigrazione contribuisce?

Senza i nuovi cittadini stranieri (638mila in più negli ultimi 4 anni) il calo della popolazione residente sarebbe stato ancora più drastico: si stima 1 milione e 300mila persone. Gli stranieri al 1° gennaio 2019 sono 5 milioni e 234 mila residenti, pari all’8,7 per cento della popolazione. «Va comunque preso atto che il contributo dell’immigrazione alla crescita e alla vitalità demografica del nostro Paese è andato via via ridimensionandosi sia per effetto della contrazione dei flussi e della trasformazione dei motivi di ingresso sia a seguito di comportamenti riproduttivi sempre meno dinamici. Diminuiscono infatti gli stranieri che scelgono l’Italia per realizzare un progetto migratorio di permanenza stabile» e molti sono di passaggio verso i paesi del nord Europa che danno maggiori prospettive.

Ci sono meno vedove

«Nel 2018 prosegue l’evoluzione favorevole della sopravvivenza: si valuta che gli uomini possano contare alla nascita su una vita media di 80,8 anni e le donne di 85,2. Nel tempo, il divario di sopravvivenza delle donne rispetto agli uomini si è ridotto: il differenziale osservato ha raggiunto 4,4 anni, quasi uno in meno rispetto a dieci anni fa. Questo ha peraltro portato le donne in età anziana a convivere più a lungo con il coniuge rispetto al passato, quando le vedove ultra65enni erano più numerose delle corrispondenti coniugate».

Le soluzioni del Forum delle famiglie

Gigi de Palo, Presidente del Forum delle Associazioni familiari, dice di ripeterlo come “un disco rotto”: «Serve un patto per la natalità». Politiche serie e strutturate di sostegno alle nuove nascite. Come avviene ad esempio in Provincia di Bolzano, l’unica provincia in Italia in cui le nascite superano i decessi.
Chi si farà carico di una nuova spinta propulsiva: i giovani in età fertile sicuramente, ma anche persone più “Adulte”.
«È interessante osservare – si legge nella sintesi del Rapporto – che nella nuova classificazione delle stagioni della vita, recentemente elaborata nell’ambito della comunità dei geriatri, il popolo dei 65-74enni ha perso la connotazione di “anziani” per assumere l’etichetta di “tardo-adulti”. L’auspicio (nell’interesse collettivo) è che ciò che oggi può sembrare solo un riconoscimento formale meramente accademico possa invece sempre più trasformarsi nell’attribuzione di un vero e proprio ruolo attivo nella nostra società di oggi e di domani».