In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato raccontiamo la storia di Zahra (nome di fantasia), una donna eritrea che, incinta, ha subito più volte respingimenti illegali al largo di Lesbo: abbandonata in mare dalla polizia greca e salvata dalla guardia costiera turca, ha infine partorito nel campo senza assistenza medica. Oggi vive con il bambino in una casa famiglia di Atene; la sua vicenda denuncia le pratiche di respingimento e il prezzo umano delle nuove politiche migratorie.
Il 20 giugno è la Giornata Mondiale del Rifugiato, un’occasione di riflessione e sensibilizzazione sui temi dell'accoglienza, dell'inclusione e della tutela dei diritti umani. Oggi, per parlare di questo tema, vi raccontiamo la storia di una donna eritrea che, incinta, è fuggita dal suo Paese in guerra in cerca di salvezza. È una storia raccolta dai missionari della Comunità Papa Giovanni XXIII ad Atene.
Nascosti tra i cespugli senza cibo né acqua
Zahra (nome di fantasia per proteggere l’anonimato) dalla Turchia ha tentato diverse volte la traversata su gommoni diretti verso l’isola di Lesbo, in Grecia. Per due volte, dopo essere riuscita a raggiungere l’isola, è stata scoperta insieme ad altre persone nascosta tra i cespugli, dove si rifugiavano per giorni senza cibo né acqua, nel tentativo di raggiungere il campo profughi.
Sono tanti, infatti, quelli che provano ad entrare nel campo profughi, perché sanno che, una volta entrati, possono chiedere asilo e sentirsi finalmente al sicuro. Prima di arrivarci, però, molti vengono intercettati e respinti illegalmente in mare, vendendosi negare il diritto internazionale di chiedere asilo.
Sei ore in balia delle onde, soccorsi dalla Turchia
In entrambe le occasioni, la polizia greca ha usato droni per intercettarli, poi li ha caricati su una nave e li ha portati al largo, oltre il limite delle acque territoriali greche. Subito dopo hanno lanciato in acqua dei salvagenti e li hanno buttati tutti in mare. Alcuni con le mani legate. Era notte, e Zahra era incinta: sono rimasti per ore — almeno 6 ore — in balia delle onde, finché la guardia costiera turca non li ha soccorsi e riportati in Turchia, dove è stata imprigionata per un periodo.
Nuovo abbandono in mare e ritorno in Turchia
La seconda volta che Zahra è riuscita ad arrivare a Lesbo, la scena si è ripetuta: la polizia cercava di individuare “lo scafista”. In quel momento tutti sono stati presi dal panico, perché chi viene accusato rischia fino a vent’anni di carcere, anche se non si tratta di veri trafficanti, ma di persone povere, spesso giovani o minori non accompagnati, minacciati col fucile: «O guidi, o sei morto!». I veri trafficanti, invece, non si imbarcano mai, non vogliono correre alcun rischio.
Quella volta gli agenti si sono rivolti a lei, dicendole che, se avesse indicato chi aveva guidato il gommone, l’avrebbero portata al sicuro nel campo profughi, dato che era incinta. In quel momento Zahra si è trovata di fronte a una scelta terribile: salvare se stessa e il bambino che portava in grembo, oppure proteggere il ragazzo che la polizia voleva accusare. Ha scelto di non tradire quel giovane, consapevole del destino che lo attendeva, e ha affidato la propria vita e quella del figlio a Dio. Quindi è stata caricata di nuovo insieme agli altri sulla nave e nuovamente lanciata e abbandonata in mare.
Parto al campo: nessuna assistenza, solo solidarietà femminile
È stata nuovamente messa in salvo dalla guardia costiera turca e dopo un po’ ha tentato di nuovo la traversata.
Alla fine è riuscita a raggiungere il campo profughi di Lesbo, dove ha partorito da sola, senza alcun aiuto medico. Ha chiesto assistenza a una guardia presente nel campo, ma le è stato negato. È stata sostenuta solo da altre donne rifugiate.
Oggi, grazie a Dio, stanno bene: lei e il suo bambino, che ora ha 3 anni, vivono in una casa famiglia di Atene.
Questa è una storia di denuncia, perché quando si dice che con le nuove politiche migratorie sono diminuiti gli sbarchi, si deve anche capire cosa significa realmente. Non sono diminuite le persone che partono, perché non sono diminuite le guerre o le crisi climatiche. È diminuito il numero delle persone che sopravvivono, tra cui madri, bambini, ragazzini soli.
Risuonano ancora forte le parole di Papa Leone XIV che, durante la sua recente visita alle Canarie, ha parlato proprio di questo: «Cari migranti prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare. L’Europa non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi. Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Si aggirano in questi mari mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti che permette i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio».