Nel nuovo rapporto presentato a Ginevra, l'esperto delle Nazioni Unite Gehad Madi lancia l'allarme sulla crescente tendenza dei governi a delegare a Paesi terzi la gestione dei flussi. Al suo fianco la Comunità Papa Giovanni XXIII, che porta al Consiglio d'Europa le drammatiche testimonianze di chi sopravvive ai respingimenti e alle torture.
Al fenomeno sempre più diffuso dell'esternalizzazione nella gestione della migrazione, con il suo costo altissimo in termini di diritti umani di chi, per diversi motivi, si trova costretto a lasciare la propria terra di origine, è dedicato l’ultimo rapporto tematico del Relatore Speciale per i diritti umani dei migranti, Gehad Madi, presentato durante la 62 sessione ordinaria del Consiglio per i Diritti Umani che si è appena conclusa a Ginevra.
Nel suo intervento del 22 giugno di fronte agli Stati membri, alle istituzioni internazionali e ai rappresentanti della società civile, Madi ha lanciato un appello chiaro: «Anziché esternalizzare le responsabilità attraverso accordi che creano rischi significativi per i diritti umani, gli Stati dovrebbero dare priorità a sistemi di migrazione e asilo basati sui diritti, equi e sostenibili».
Il rapporto offre una fotografia dettagliata e preoccupante della crescente diffusione di queste politiche e si è avvalso anche di dati, informazioni e testimonianze di diverse organizzazioni della società civile. Alla preparazione del rapporto ha contribuito anche la Comunità Papa Giovanni XXIII, condividendo la propria esperienza più che decennale nell’ascolto, nel supporto e nell’accompagnamento delle persone migranti, in particolare in Italia e in Grecia.
Gli accordi bilaterali e i rischi di violazione
Sempre più spesso, infatti, gli Stati affidano, in tutto o in parte, la gestione delle migrazioni e delle richieste di asilo a Paesi terzi attraverso la stesura di intese o accordi bilaterali. Tra gli esempi citati nel rapporto, figurano quelli conclusi dagli Stati Uniti con oltre venti Paesi dell'America Latina, dell'Africa e dell'Europa, il Nuovo Patto europeo sulla migrazione e l'asilo, che amplia il concetto di "Paese sicuro" e consente la creazione dei cosiddetti "centri di rimpatrio", oltre ad accordi come quelli tra Italia e Albania, Paesi Bassi e Uganda e tra l'Australia e la Repubblica di Nauru.
Secondo il Relatore Speciale, queste politiche in rapida espansione rischiano di tradursi in gravi violazioni dei diritti umani, aumentando il pericolo di respingimenti, detenzioni arbitrarie, maltrattamenti e altri abusi, soprattutto a scapito dei più vulnerabili e indifesi.
Madi nel suo intervento ha precisato di non voler puntare il dito sui singoli Stati, ma suscitare «una più ampia riflessione sull'urgente necessità di riaffermare i nostri impegni in materia di diritti umani, di riallineare le politiche ai valori di dignità umana, uguaglianza e giustizia su cui si fondano le nostre società. In definitiva, la questione sollevata dall'esternalizzazione non riguarda solo il modo in cui gli Stati gestiscono la migrazione, ma anche il tipo di società a cui aspiriamo».
Gehad Madi, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani dei migrantiL’esperto dell’ONU si è detto preoccupato di fronte alla tendenza a considerare i diritti umani come facoltativi e ad escludere le persone migranti dalle tutele garantite a tutti e ha concluso ribadendo che «la migrazione rimane una caratteristica fondamentale del nostro mondo interconnesso, plasmato da una complessa interazione di fattori. La misura del nostro progresso non risiede nell'ambizione delle nostre dichiarazioni, ma nella realtà vissuta dai migranti stessi».
La denuncia e la testimonianza dell'APG23
Anche la delegazione della Comunità Papa Giovanni XXIII è intervenuta durante il dialogo interattivo con il Relatore Speciale ribadendo la profonda preoccupazione per il crescente ricorso a tali politiche di esternalizzazione.
Secondo APG23, questi accordi trasferiscono la responsabilità verso i Paesi terzi, contribuiscono a militarizzare il controllo delle frontiere, facilitano i respingimenti, oltre a limitare l'accesso alla protezione internazionale e criminalizzare sia le persone migranti che gli operatori della società civile impegnati nella loro accoglienza e tutela.
L'appello del Papa e l'esigenza di un monitoraggio indipendente
Nel suo intervento, APG23 ha sottolineato il forte impatto che queste politiche hanno su chi è costretto a lasciare il proprio paese di origine, privilegiando la deterrenza rispetto alla protezione e all'inclusione. Di fronte ai membri del Consiglio, la delegazione di APG23 ha dato voce alle testimonianze di chi è sopravvissuto a detenzioni arbitrarie, torture e altri abusi nelle carceri libiche o di chi, cercando di raggiungere le coste greche, è stato ripetutamente respinto in mare.
Pratiche, queste, che non rappresentano episodi isolati, ma sono frutto di dinamiche di esternalizzazione che antepongono il controllo dei flussi migratori alla tutela dei diritti umani e che cercano di rendere invisibili queste persone e le loro sofferenze.
Nel suo intervento, APG23 ha richiamato anche le parole pronunciate da Papa Leone XIV durante l'incontro con le realtà di accoglienza dei migranti nel porto di Arguineguín (Las Palmas de Gran Canaria), in occasione della visita apostolica in Spagna dell'11 giugno 2026: «Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita? … Non possiamo abituarci a contare i morti».
Eppure, continuano ad essere costruiti muri lungo i confini, vengono ignorate le vulnerabilità di chi migra e la disinformazione viene usata come arma che dipinge i migranti come nemici pericolosi. Nessuno status migratorio, ha ricordato la Comunità Papa Giovanni XXIII, dovrebbe mai prevalere sulla vita e sulla dignità di ogni persona e sul valore della sua vita.
A conclusione del suo intervento, la delegazione di APG23 ha espresso sostegno alla raccomandazione del Relatore Speciale di istituire un meccanismo indipendente di monitoraggio dei diritti umani e ha invitato gli Stati a garantire una politica migratoria fondata sui diritti umani, sulla responsabilità e sul rispetto della dignità di tutte le persone, indipendentemente dal loro status migratorio.