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25 Aprile 2020

Infermieri in prima linea

Non è solo questione di salute fisica.
Spesso in questa pandemia le strutture sanitarie sono sotto i riflettori. Ma ci sono alcune di queste — di cui si parla poco — in cui oltre all’aspetto sanitario si vivono quotidianamente percorsi di riabilitazione psicologica. E non possono permettersi di diventare nuove “prigioni”. Sono i gruppi appartamento, i centri residenziali, le comunità alloggio in cui vivono persone fragili, cadute in depressione per la perdita del lavoro, traumatizzate da un vissuto di violenza o rovinate dalle dipendenze. Ogni giorno cercano di ricostruirsi una possibilità di riscatto e di autonomia per ritrovare quell’equilibrio psicofisico smarrito.

In questa pandemia sono tra le persone più fragili: non bastano le cure dei Centri di salute mentale e nemmeno il supporto basilare dei Sert per sopravvivere rinchiusi tra le quattro mura della struttura di accoglienza. È la qualità della relazione che fa la differenza. E, mentre all’inizio del 2020, prima ancora dell’emergenza sanitaria, già l’Organizzazione mondiale della sanità aveva allertato sulla carenza di infermieri (e anche ostetriche) pari a oltre il 50% dell'attuale carenza di operatori sanitari nel mondo, 50mila in meno in Italia, c’è chi invece continua instancabile il suo lavoro.
A tenere in piedi il percorso di recupero in una comunità per persone con fragilità psichiche è Giovanna Boccardo, infermiera che dal 1997, nella provincia di Bologna, ha messo a disposizione della Comunità Papa Giovanni XXIII la sua professionalità e in questi giorni, lontana da marito, figli e una madre anziana, sta vivendo gomito a gomito coi “suoi ragazzi”.

«Da infermiera ho sentito la responsabilità di non lasciare soli i miei ragazzi. E che il mio ruolo non è solo quello di dispensare farmaci ma di accompagnarli ad affrontare la vita, in ogni suo momento critico, e quindi anche il coronavirus. Non solo dal punto di vista fisico ma anche mentale. Quando ti occupi di persone, della ripresa delle loro vite, non puoi lasciarle da sole nel momento del bisogno altrimenti tutto quello che gli hai detto non vale. Sei lì per loro, anche per conto dei familiari che non hanno più o che non possono rivedere. Ma non mi sento un’eroina. Non sono solo io a dedicarmi a tempo pieno a chi rischia di non riuscire ad affrontare il contagio del coronavirus. In Comunità altri due operatori, Alberto ed Elvira, stanno continuando a lavorare ogni giorno per tenere alto l’umore ed evitare ogni contagio. Per tutti noi è grande la preoccupazione quando usciamo a fare la spesa o a recuperare i farmaci. Dobbiamo essere prudentissimi. E al tempo stesso stiamo cercando di attrezzarci anche nel caso di nuovi accolti che hanno l’obbligo della quarantena prima di entrare e pure di avere il più in fretta possibile i dispositivi di protezione necessari nel caso accada che qualcuno abbia sintomi da covid-19».

In tutta Italia sono tantissimi gli infermieri ma anche i medici e operatori socio sanitari che stanno combattendo al fianco dei più fragili. Anche se servirebbero ancora più uomini e donne disposte ad “andare in trincea” specie dove sono pazienti positivi. Non a caso l’ultimo bando di fine marzo, “Infermieri per Covid”, caldeggiato da Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche, ‘arruolava’ ben 500 volontari per le zone più colpite.

Fin dalle prime misure di contenimento del governo, in questa Comunità multietnica alle porte di Bologna, l’attenzione è stata centrata sulla comprensione del nuovo stile di vita, dei comportamenti e delle informazioni sanitarie indicate dal Ministero della salute, a partire dalla visione del corpo e della sanità delle varie culture presenti, dall’est Europa al nord Africa passando anche per la Siria. Per alcuni accolti nella struttura ha significato anche abbandonare la loro routine lavorativa. Oltre alla stabilità sanitaria, occorreva dunque da subito inventarsi una nuova routine.
«Restare dentro la struttura, igienizzare gli ambienti più di prima, usare mascherine e guanti negli ambienti comuni, e imparare il distanziamento sociale non è stato per nulla facile. Ma ognuno devo dire che si è attrezzato di tanta pazienza e ha cercato di utilizzare le strategie imparate per se stessi e per il gruppo per continuare a stare in un range di benessere psicofisico, mantenendo un ritmo della giornata. Per fortuna abbiamo anche un grande giardino e così nella mattinata ci dedichiamo alle pulizie in casa, al riordino dell’ambiente esterno e alla cura dell’orto».
Nel pomeriggio invece sono state completamente reinventate attraverso Zoom (uno dei sistemi di teleconferenza più diffusi in questo periodo), i laboratori di pittura e il laboratorio teatrale, spazi in cui esprimere le proprie emozioni e relazionarsi con se stessi e con gli altri, attraverso la comunicazione empatica non violenta e un approccio interculturale, e che oggi – anche se in maniera più complicata perché a distanza – restano un appuntamento importante.

Appassionata di arteterapia, l’infermiera si ritaglia un po' di tempo per i paesaggi da dipingere sulle sue tele quando riesce a tornare a casa. E racconta con entusiasmo del beneficio della pittura nella resilienza ossia nel riorganizzare in maniera positiva la propria vita nonostante gli alti fattori di stress. «È un momento catartico in cui metti sul foglio qualcosa che prima neanche tu sapevi. Scopri così qualcosa di nuovo, di tuo, che porti dentro: è un riscoprire se stessi e condividere qualcosa di profondo. Per i nostri ragazzi, tanto diversi tra di loro anche per l’età, che va dai 25 ai 50 anni, è un modo per portarsi insieme, uscirne alleggeriti e risollevati».

Mens sana in corpore sano ma anche… “in anima sana”

Per affrontare il tempo rallentato, l’assenza di relazioni e di agganci con l’esterno, la paura del contagio l’aiuto è arrivato tempestivamente anche da chi non gestisce la salute ma l'equilibrio psichico. «È fondamentale in questo tempo il supporto della nostra psicologa – spiega ancora Giovanna - che ci ha aiutato a tenere fermo il timone per avere una direzione interiore e per cercare di accettare la paura senza scivolare nel panico e nell’angoscia. Ascolta via web tutto il gruppo una volta a settimana per stare con i piedi per terra ma non da soli. Ci ha dato alcuni consigli preziosi: trovare qualcosa di piacevole nella giornata, avere la consapevolezza che è qualcosa che sta coinvolgendo tutti, darsi degli obiettivi, non stare da soli nel far passare il tempo, ascoltare le notizie necessarie ma non lasciare che rubino l’attenzione e le energie dell’intera giornata». Ma oltre alla psicologa ciò che tiene in piedi gli ospiti della Comunità di don Benzi sono i momenti di preghiera – anche interreligiosi - in cui affidare a Dio la paura della malattia, i cari, gli amici e le persone a cui si vive accanto. «La Comunità Papa Giovanni XXIII ha questa grande opportunità di essere come una grande famiglia in cui ogni persona, ogni struttura non è un’isola ma è un tassello prezioso che fa parte di un puzzle più grande. Così ogni giorno, diamo un nome alle persone a cui teniamo per restare nella concretezza e non dimenticare nessuno anche se distanti. E teniamo fisso un momento della giornata per prenderci cura non solo della mente e del corpo ma anche della dimensione spirituale che è parte importante nel recupero integrale della persona».

Un modo straordinario per non permettere che l’ansia individuale distrugga il percorso di recupero di tanti mesi di duro impegno ma per sentire che col proprio sforzo, se #restiAMOacasa, ognuno può dare un contributo importante affinchè la pandemia finisca presto per tutti. Con la speranza che tanti altri operatori sanitari possano prima possibile rispondere con lo stesso senso di responsabilità a questa insolita e imprevista “chiamata alle armi”.