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5 Maggio 2021
Ultima modifica: 5 Maggio 2021 ore 10:07

«Mamma è internata in Cina»

Gli appelli della figlia e la liberazione: la denuncia di Gulbahar Haitiwaji è virale
Foto di Gulhumar Haitiwaji
Dopo le inchieste sui campi di rieducazione sono state bloccate in Cina le trasmissioni della BBC; i grandi marchi dell'abbigliamento hanno rinunciato al cotone dello Xinjiang e subiscono ritorsioni. In Italia il gruppo Ovs guida la campagna per i diritti degli Iuguri.
La foto in apertura è l'ultimo ricordo che Gulbahar Haitiwaji, donna cinese emigrata in Francia nel 2006, ha della sua vita precedente. La  foto, scattata poco prima di ritornare in Cina per delle formalità burocratiche, è stata diffusa da una delle sue due figlie, Haitiwaji, alla disperata ricerca di notizie sulla madre. Si vede un tranquillo momento al ristorante, con il marito.

Appena Gulbahar nel 2016 rimise piedi nello Xinjiang, la regione cinese in cui era nata, si aprirono per lei le porte dell'inferno.
Le venne detto che sua figlia era stata riconosciuta ad una manifestazione indetta per protestare contro l'internamento forzato di almeno un milione di Iuguri, cinesi di religione islamica, nei campi di rieducazione.

Il dato è stato smentito dal Governo cinese, ma è stato confermato a più riprese dalle inchieste, tra le altre, della BBC. Per tutta risposta il Partito, l'11 febbraio 2021, ha sospeso le trasmissioni (Rainews) della TV britannica sul territorio cinese.

Comuni cittadini di origine musulmana continuano a venire rinchiusi in campi di rieducazione cinesi in condizioni disumane.

La donna fu arrestata e rinchiusa in un campo di concentramento, dove è rimasta fino al 2019: il 2 agosto, pochi mesi dopo il lancio di una campagna internazionale che ne chiedeva la liberazione (è difficile capire se vi sia un nesso diretto), un giudice l'ha finalmente dichiarata innocente e l'ha fatta uscire.





Ma Gulbahar Haitiwaji, ritornata in Francia, a differenza di molti concittadini, ha trovato il coraggio di raccontare: il libro Rescapée du goulag chinois: Premier témoignage d’une survivante ouïghoure, che racconta gli abusi cui per due anni è stata costretta nei campi di detenzione, è stato pubblicato nel 2020; la pubblicazione di alcuni stralci del libro sul britannico Guardian ha portato la vicenda all'attenzione del pubblico internazionale.

E proprio nei mesi successivi qualcosa nel mondo ha iniziato a muoversi: alcuni grandi brand dell'abbigliamento hanno deciso di rinunciare al cotone prodotto nello Xinjiang, in gran parte lavorato dai prigionieri dei campi di rieducazione.

A fine marzo Huawei ha sospeso le app di Nike e Adidas sui suoi telefonini (Askanews); in tutta la Cina oltre 400 negozi di H&M sono stati chiusi (Il Sole 24 ore) e rimossi dalle mappe online (Wired).

Per tutta risposta infatti la Cina ha lanciato, attraverso la TV di Stato, un boicottaggio sul suo territorio dei grandi marchi dell'abbigliamento occidentale, e i cittadini cinesi vi  hanno aderito in massa. Sono finite sotto accusa le aziende aderenti alla campagna per il consumo etico Better Cotton Initiative, che chiede di escludere dal mercato il cotone prodotto nel mancato rispetto dei diritti umani.

In Italia la catena Ovs ha denunciato pubblicamente le detenzioni arbitrarie e ha aderito alla campagna rinunciando al cotone prodotto nello Xinjiang.