Anche in un momento così buio il popolo iracheno vive, spera e si esprime con gioia. E il semplice esserci assume un valore profondo, perché nel camminare insieme si può costruire un futuro di pace.
A Baghdad si continua a vivere. Nonostante tutto.
Da quando la guerra è tornata a infuocare il Medio Oriente, la tensione è palpabile.
Il governo mantiene una posizione prudente per paura di ritorsioni americane e di finire sotto l’influenza dell’Iran, ma il Paese si ritrova comunque coinvolto per storia e geografia.
Stefano Fecchi vive qui da oltre 10 anni: «L’Iraq è un alleato storico dell’Iran, la maggioranza della popolazione è musulmana sciita. Diverse milizie filoiraniane hanno rappresentanti in Parlamento e minano le prospettive di stabilità e le aperture democratiche. Oggi colpiscono le basi americane e a volte le ambasciate. La maggioranza degli stranieri ha già lasciato il Paese.»
Senza chiare prospettive per il futuro e in balia di un costo della vita in aumento – nonostante le risorse petrolifere,
il Paese dipende ancora dall’importazione di gas e combustibili dall’Iran – il popolo resiste.
«La gente continua a non essere ostile verso gli stranieri – racconta Stefano –. Lo sperimento nel dialogo della vita, nelle relazioni che ho instaurato con persone musulmane. In particolare con una coppia di giovani che frequenta la nostra casa e che vorrebbe venire in Italia per approfondire il nostro stile di vita.»
È così che
nasce un dialogo interreligioso concreto, coltivato ogni giorno attraverso la testimonianza e la condivisione con giovani adulti affetti da disabilità.
«Facciamo attività ricreative, piccoli laboratori e lavoro domestico. Pranziamo insieme, come una famiglia. Quando vado a messa, porto con me Yaser. È musulmano e con disabilità motorie e neurologiche. All’inizio i cristiani erano diffidenti, ma poi si sono avvicinati e hanno scoperto che non è un oggetto di assistenza, ma una persona partecipe che ha il diritto di essere trattata con umanità.»
Sono piccoli cambiamenti, ma aprono possibilità nuove.
«In questo Paese le cose avvengono molto lentamente e serve pazienza», conclude Stefano. «Come diceva don Oreste, la pazienza è l’espressione più alta dell’amore. Aspettiamo quindi i tempi di Dio e vediamo come porterà avanti questa storia.»

La casa di fraternità di Bhagdad

Il centro diurno delle suore di Qaraqosh

Visita al monastero ortodosso di Qaraqosh

Torre campanaria di una chiesa di Qaraqosh distrutta dallIsis
Stefano, missionario in Iraq
Stefano Fecchi nasce a Roma nel 1967. Entra nella Comunità Papa Giovanni XXIII a 40 anni, dopo un percorso di fede e discernimento. Trascorre tre anni in una casa famiglia del Frosinate, poi si trasferisce in una casa di pronta accoglienza a Sabaudia. Nel 2014 emette i vincoli definitivi e a dicembre 2015 parte per Baghdad, in Iraq. Attualmente è responsabile di una casa di fraternità aperta all’accoglienza diurna di giovani uomini con disabilità.
Formazione e lavoro a Qaraqosh
Dopo vari viaggi esplorativi nel nord dell’Iraq, la Comunità Papa Giovanni XXIII ha deciso di avviare
un progetto di formazione e lavoro a Qaraqosh, città quasi esclusivamente cristiana nella piana di Ninive che negli anni si è spopolata in seguito alla distruzione perpetrata dall’ISIS. L’obiettivo è duplice: offrire alle famiglie più povere l’opportunità di avviare piccole attività economiche per migliorare le proprie condizioni e promuovere il dialogo interreligioso per contrastare la grande diffidenza che provano tuttora verso il mondo musulmano.
Qui puoi avere
maggiori info e per sostenere questo progetto.