Un anno scolastico turbolento, un debito in educazione civica da riparare a settembre e un padre che chiede aiuto a ChatGPT che suggerisce di fare volontariato con la Comunità Papa Giovanni XXIII. Un'esperienza a Rimini che ha trasformato il suo sguardo sulla disabilità e sulla vita.
Oggi si parla di giovani soprattutto per stigmatizzarne la rabbia, la violenza e la pericolosità durante le manifestazioni di piazza. Ma la generalizzazione è una lente ingannevole. Raccontare questa storia significa mostrare l'altro volto di questa generazione: quello di chi è disposto a rimediare ai propri sbagli, dimostrando che la riparazione è molto più educativa della punizione. Una trasformazione che, in questo caso, è cominciata da una strada del tutto imprevedibile.
Una domanda a ChatGPT e il debito in condotta
Tutto parte da una domanda che un padre, in cerca di una soluzione per il figlio diciassettenne, rivolge a ChatGPT.
È giugno e Cesare (nome di fantasia per tutelarne la riservatezza) ha appena concluso la quarta liceo economico-sociale di una nota città d’arte con un 6 in condotta. È uno di quei ragazzi turbolenti, chiassosi, che in classe si fanno notare e disturbano gli insegnanti e, di conseguenza, anche i compagni. Il risultato è un debito in educazione civica da riparare a settembre. Per essere promosso dovrà presentare un elaborato critico e svolgere un’esperienza concreta sul campo di cittadinanza attiva e solidale.
Ed è a questo punto che il padre interpella l’intelligenza artificiale, la quale elabora la richiesta e gli restituisce un’indicazione precisa: i Campi di condivisione della Comunità Papa Giovanni XXIII, "vacanze senza barriere" insieme a chi, per varie fragilità, da solo non ci potrebbe andare.
Foto di Generata con AI
L'incontro con la Comunità Papa Giovanni XXIII
A raccontarci come è andata è Enrico Gonzato, ingegnere della cooperativa sociale “Rinascere” e referente, insieme alla moglie Wanda, del campo di condivisione per il Veneto Ovest dove è approdato Cesare.
«Il 22 giugno mi ha chiamato il papà di questo ragazzo», racconta Enrico. «Mi ha spiegato la situazione: il 6 in condotta, il debito, la ricerca fatta su ChatGPT che mi ha fatto abbastanza sorridere».
I dubbi, però, non mancavano: «Devo ammettere che all’inizio eravamo molto titubanti, sia per quel voto — perché nel mio immaginario uno che prende 6 in condotta dovrebbe essere un po’ troppo turbolento — sia perché Cesare era ancora minorenne, e per un campo di condivisione non è una cosa scontata. Ma abbiamo scelto di dargli una possibilità, chiedendogli però di partecipare prima a un incontro di formazione a Vicenza. I genitori lo hanno accompagnato e hanno dormito in albergo, mentre Cesare lo abbiamo accolto e ospitato direttamente a casa nostra».
Entrare nella casa famiglia di Enrico e Wanda significa fare un tuffo in una realtà spalancata, oltre che ai figli naturali, anche ad altri ragazzi che la coppia ha accolto. «Abbiamo parlato tantissimo, approfondito le motivazioni, cenato insieme. Ci è sembrato veramente un buon ragazzo, anche se vivace. Molto, molto lontano da questo mondo, quello della disabilità e del volontariato».
Una settimana a Rimini: la nascita di un'amicizia
Cesare è partito per il campo a Rimini con altri 71 ragazzi. A ciascun volontario veniva affidata una persona con disabilità. A lui, insieme ad altri due giovani, è toccato Marco: 44 anni, in carrozzina.
Il contrasto per Cesare è fortissimo. È il ragazzo stesso a raccontarlo nell’elaborato intitolato La ricerca della felicità, che il 6 in condotta lo ha portato a scrivere. Enrico ce lo condivide per la profondità e la concretezza con cui racconta questa esperienza di volontariato.
Intanto comincia con delle scuse a professori e compagni, e poi non nasconde da dove è partito: «Non sono triste, frustrato o abbattuto al dover scrivere o al partecipare a un’attività di volontariato. All’inizio, onestamente, lo ero: pensare di dover limitare il tempo libero che ho d’estate per fare quelle cose mi sembrava solo un peso. Ma ora, dopo aver fatto un’esperienza di volontariato, ho capito alcune cose».
Cesare racconta di aver scoperto Marco a poco a poco: «Marco non è sempre stato così: lo è perché i medici, quando lo misero nell’incubatrice, si dimenticarono di metterci l’ossigeno e i suoi neuroni si bruciarono. Questo mi fa pensare a quanto io sia fortunato. Marco è in carrozzina, non può camminare, non può parlare, lavarsi i denti, fare la doccia e molte altre attività essenziali nella vita. Di testa però è a posto, è una persona come tutte le altre. Quando l’ho scoperto sono rimasto molto colpito».
Racconta poi la sua passione per la musica, i concerti di Vasco Rossi di cui non ne salta mai uno, il jazz, i film — da Pulp Fiction a Interstellar —, le serie TV e i libri.
«Fino a una settimana prima di quella fatta a Rimini, io, insieme ai miei amici, di questa gente ci ridevo».
Superare le barriere della comunicazione
Per capirsi, Marco ha tre modi di comunicare. Il più rapido, una carrozzina con uno schermo che segue lo sguardo, è rimasto a casa: troppo costosa per rischiare con la sabbia e la salsedine. Restano una lavagnetta con l’alfabeto, che Marco indica con il naso, e un codice di movimenti del corpo (una lettera per ogni gesto), che Cesare ha impiegato un po’ a imparare.
«Quando ho scoperto che potesse fare una cosa del genere sono rimasto veramente, veramente colpito».
Poi hanno cominciato a parlare, e non solo di ragazze e film. Marco gli ha confidato di sentirsi in colpa verso i tre ragazzi che si occupavano di lui, perché rinunciavano al loro tempo libero. «Noi però gli abbiamo risposto che non è una rinuncia, che lo facevamo volentieri e che ci rendeva felici. Ed era vero. Quando Marco era felice, poi lo ero anch’io», scrive Cesare. «Ed era vero». E ancora: «Marco non era solo qualcuno a cui dovevo stare dietro, non era solo una persona con cui condividevo una stanza, ma è stato ed è un amico».
Dalla stanza di Marco e dei due compagni di camera, la giornata si apriva sul resto del campo. Cesare ha partecipato a «tutte le attività — assicura Enrico —, non se n’è persa una». Ma c’era anche altro. Tra i ragazzi della sua età, compresi i due figli di Enrico e Wanda (di 16 e 15 anni), si è formato un bel gruppo di coetanei.
«Il campo di condivisione è complesso e impegnativo», spiega Enrico. «Ogni tanto facevamo degli 'sconti' a questi giovani minorenni: ritagliarsi i loro momenti, fare qualcosa per conto loro, anche solo camminare in spiaggia da soli o insieme».
I momenti indimenticabili e la commozione al rientro
Cesare ricorda soprattutto una sera. Dopo un’uscita con quel gruppo, al campo si gioca a poker (ovviamente senza soldi), mentre in fondo alla sala volontari e ragazzi fanno il karaoke. «Ho alzato lo sguardo verso tutti gli altri [...]. In quel preciso istante un’enorme folata di amore mi ha avvolto». Erano lì da meno di una settimana: «Mi è sembrato di averli sempre conosciuti. Mi sono quasi commosso».
Il giorno dopo la fine del campo, ognuno a casa propria, Cesare ha scritto a Marco che le persone conosciute a Rimini gli mancavano molto. Marco gli ha risposto: «È sempre così quando ci si affeziona ad alcune persone, soprattutto per il fatto che ti dimostrano che lo fanno col cuore, e tu me l’hai dimostrato». Quella sera, scrive Cesare, si è messo a piangere: «Pensavo a tutte le belle persone che ho conosciuto al campo».
Tra le attività c’erano anche le interviste ai membri della comunità, che Cesare dice di aver vissuto all’inizio come un compito in più. «Una volta iniziato mi sono reso conto che dietro ogni persona che avevo davanti c’era una storia che valeva la pena di essere ascoltata fino in fondo». Da Wanda si è sentito dire che aiutare gli altri sembra sempre più difficile senza ricevere qualcosa in cambio, ma che «alla fine avviene una magia e si riceve molto di più». E aggiunge: «Io me ne sono accorto».
La telefonata della professoressa
A fine agosto Enrico era al lavoro quando il telefono ha squillato. «Mi ha chiamato la professoressa di italiano di Cesare, la coordinatrice di classe, e mi ha chiesto se quello che aveva detto la mattina dell’esame, nella presentazione dell’elaborato, fosse tutto vero».
Enrico rassicura la professoressa, raccontando la trasformazione del ragazzo. Per spiegare la profondità di quanto vissuto, cita proprio le parole genuine ed esplicite che Cesare ha confidato al rientro: «Ero uno di quelli che prendeva per il c… le persone con disabilità, in carrozzina, e invece sono qui che glielo pulisco e, tutto sommato, mi sto anche divertendo».
La professoressa, racconta Enrico, «è rimasta positivamente sorpresa». Lui, invece, ci ha letto una conferma: «Il terreno era buono, anche se un po’ agitato».
Nelle pagine di Cesare non c’è l’idea di una svolta improvvisa. «Non è che ora sono diventato un angioletto. Il cambiamento non funziona così, non esiste nessun pulsante che permette di cambiare in un istante». Ma c’è qualcosa che assomiglia a un bilancio: «A volte penso che aver preso 6 in condotta sia stata una fortuna». E, in chiusura: «Ho imparato che se invece di pensare solo a noi stessi si pensa anche agli altri, si è più responsabili, e questa felicità dura di più».
Guardando al futuro
Cesare e Enrico si sono rivisti a settembre alla festa dei campi, con tutti e tre i turni estivi riuniti. Oggi si sentono nelle chat di gruppo per gli auguri di compleanno e si parla già di un campo invernale. «Ha detto che se ci sono i nostri figli verrà ancora al campo l’anno prossimo. E i nostri figli, che ci avevano detto che non sarebbero venuti, hanno detto che se c’è Cesare magari vengono anche loro».
Enrico Gonzato taglia corto: «È una bella storia, mi è piaciuta».
E pensare che era partita da una semplice domanda a un’intelligenza artificiale.