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22 Aprile 2020

Papa Francesco scrive ai volontari dell'albergo anti Covid

«Prego per tutti voi e mi piacerebbe incontrarvi», la lettera del Pontefice raccontata al TG1
Un accordo tra Comunità Papa Giovanni XXIII e Ausl Romagna ha avviato a Cattolica il primo modello sperimentale di accoglienza per pazienti da Coronavirus che devono mantenere l'isolamento, liberando così posti negli ospedali.
Anna è forse l’unica receptionist d’hotel che vede in faccia i clienti e li saluta con un abbraccio solo quando se ne vanno. D’altra parte l’albergo è speciale, così come sono speciali gli ospiti e sono altrettanto speciali gli addetti all’accoglienza. Anna, per esempio, è un’ostetrica, ha studiato per far nascere i bambini, non ha frequentato un istituto alberghiero. Non ci fosse stato il coronavirus, adesso sarebbe in Bolivia per un anno di servizio civile insieme a Cristopher, il marito. Lei 26 anni, lui 34, si sono sposati nel settembre scorso e avevano progettato uno ‘strano’ viaggio di nozze della durata di un anno al servizio dei poveri boliviani. Una telefonata e la loro immediata disponibilità li hanno catapultati all’Hotel Royal di Cattolica, sulla Riviera adriatica, terra da sempre ospitale con chiunque. Albergo in ottima posizione, in riva al mare, ma speciale perché dal mese scorso i ‘turisti’ sono pazienti che hanno contratto il coronavirus e devono aspettare di essere dichiarati completamente guariti. Anna, impegnata nella segreteria a far funzionare questa speciale macchina, non vede gli ospiti quando arrivano perché sono immediatamente accompagnati dagli altri operatori nelle rispettive camere dove vivranno in isolamento.

Però, non appena sono in camera, alza il telefono e dà loro il benvenuto. Nei dieci, quindici o venti giorni che i pazienti trascorrono in albergo, si aggiungono altre occasioni di rapporto, ma sempre a distanza. Il telefono squilla per avvertire che dietro la porta c’è la colazione, il pranzo o la cena. Oppure per comunicare qualche avviso dell’Asl. Eppure non manca l’opportunità di intrecciare amicizie. «Con le belle giornate di sole – racconta Cristopher – qualcuno si mette sul terrazzo, al sole, a guardare il mare. Noi siamo in cortile e ci mettiamo a fare due chiacchiere con loro. Da questa semplice compagnia nascono relazioni forti, importanti, che durano anche dopo che i pazienti sono tornati a casa. In molti a Pasqua ci hanno chiamato per farci gli auguri».

 

La quarantena della gente comune


Ivano, 60 anni, commerciante, è arrivato dopo una settimana di ospedale. A casa non poteva tornare perché c’erano la moglie e due figli, fra cui uno disabile che aveva contratto il virus ed era subito tornato negativo. Meglio non rischiare. Mi hanno accolto e trattato in maniera fantastica – racconta – Mi hanno fatto sentire come se fossi a casa mia. Io non riesco a mangiare i formaggi e Anna, dopo aver visto il menu del giorno, mi chiamava per sapere se un cibo poteva andare più o meno bene». Quando è tornato a casa, ha subito girato un video per mostrare la sua famiglia ai nuovi amici dell’Hotel Royal di Cattolica. A Pasqua, per ringraziare dei cioccolatini e della colomba pasquale, sul telefono di Giampiero Cofano, il responsabile della struttura, è arrivato questo messaggio: «Grazie ragazzi, mi sono commosso, mi state dando quello che al momento non mi può dare la mia famiglia. Vorrei che tutti provassero questo lato della malattia. Grazie di esistere. Anche se è una frase scontata, grazie lo stesso».


Anche gli ospiti più difficili alla fine cedono alla cura dell’accoglienza. «Un signore di ottant’anni – racconta Giampiero – appena arrivato durante la prima notte ha chiamato diverse volte perché diceva che aveva freddo, anche se nella camera c’erano 24 gradi. Aveva un attacco di panico. Poi faceva continue richieste di cose particolari, che noi non siamo tenuti a garantire, a volte in modo un po’ sgarbato. Ho dovuto chiamare il medico personale per capire come gestirlo. Mi ha spiegato che con il coronavirus aveva subito anche uno scompenso psicologico. Poi è arrivata una sua telefonata di scuse, aveva capito di avere esagerato. Avendo mal di schiena, ha voluto comprare e farsi consegnare in camera una poltrona reclinabile. Lo abbiamo assecondato anche in questo e, quando è uscito, ci ha voluto lasciare la poltrona in regalo».
 

All’Hotel Royal di Cattolica in media sono occupate una quindicina di camere. Ingressi e dimissioni avvengono quasi ogni giorno. Finora dall’Asl, visto che la struttura funziona bene, sono arrivate soprattutto persone che dovevano completare il percorso di guarigione. Adesso arrivano anche persone che devono fare la quarantena. Si incrociano storie di varia umanità. «Quando arrivano – osserva Anna – li vedo impauriti, si vede che se la sono vista brutta, qualcuno magari ha assistito alla morte di un compagno di stanza. Oppure sono molto stanchi, anche rifarsi il letto è una grossa fatica. Giorno dopo giorno, grazie anche al catering di cui sono molto contenti, li vedo riprendere vigore. Una signora era arrivata con una voce flebile, quasi non riusciva a parlare. Adesso è splendida, pienamente tonica». Un ospite aveva ordinato una spesa di cose personali al supermercato. Quando arrivano le buste, gli operatori si accorgono che ci sono anche due bottiglie di vino. Un po’ imbarazzati, gli fanno presente che il vino glielo consegneranno all’uscita, adesso forse non è il caso. «Ma quelle bottiglie mica sono per me! Sono un ringraziamento per voi, perché le beviate alla mia salute»!

Operatori dell'Hotel Royal con guanti e mascherine

A parte Giampiero, che la sera torna a casa sua, gli altri otto operatori sono anch’essi in isolamento insieme agli ospiti di cui si occupano. «Non ci pesa, – assicura Anna – l’albergo ha ampi spazi e ci facciamo compagnia, forse sarebbe stato più difficile se fossimo rimasti in isolamento solo io e Cristopher». Anna non aveva idea di cosa potesse comportare questo lavoro, è ostetrica, era preparata per fare altro. «E’ un’esperienza che mi fa sta facendo crescere. Si dà poco e torna tanto. Vedo che gli ospiti sono contenti, soprattutto perché si sentono ascoltati. Dovevamo partire per la Bolivia ma io e Cristopher abbiamo deciso di metterci in gioco in questa nuova situazione. I poveri, le persone che hanno bisogno, ci sono anche qui. Sono i malati di cui ci occupiamo. Peraltro, da qualche giorno è arrivata la notizia che anche questo impegno sarà riconosciuto come svolgimento del servizio civile».

Cristopher, da parte sua, è abituato alle situazioni di emergenza. Ha partecipato all’Operazione Colomba in Colombia, è stato casco bianco in Zambia. Per due anni mezzo ha anche lavorato alla Capanna di Betlemme di Rimini. «Da quando ho incontrato la Comunità, dieci anni fa ho vissuto molte esperienze, in Italia e all’estero. Questa è nuova e mi sembra molto forte. Anche per la nostra vita di coppia è interessante. A noi interessa metterci in gioco».

Il saluto di Papa Francesco: arriva la troupe del tg1

Una coppia di giovani sposi, lei ostetrica, lui operatore socio-sanitario, doveva partire in questi giorni per un’esperienza di volontariato in Bolivia. Sono fra gli otto volontari che hanno accolto l’invito di Giampiero Cofano, segretario generale della Comunità Papa Giovanni XXIII, a coinvolgersi nella prima esperienza italiana di albergo per l’emergenza coronavirus. Per loro Giampiero è riuscito ad ottenere il permesso di spostarsi dal Veneto a Cattolica, Hotel Royal. A loro e a tutti gli altri, Cofano ha dato la maglietta stampata due anni fa, in occasione del cinquantesimo della comunità, con la scritta Io ci metto la vita.



All’Hotel Royal sono state prese tutte le precauzioni per garantire sicurezza agli ospiti e agli operatori, ma non è facile prendere la decisione di porsi in auto isolamento, cioè non uscire e non andare a casa, per impedire che qualsiasi agente patogeno possa introdursi nella struttura. 

La richiesta della Prefettura per liberare posti negli ospedali

Verso la metà di marzo 2020 Giampiero Cofano si è sentito chiamare dalla Prefettura di Rimini che era alla ricerca di 400 posti letto dove poter alloggiare le persone uscite dall’emergenza, in modo da liberare posti letto negli ospedali, altrimenti destinati al collasso. A Rimini il numero di casi positivi rispetto alla popolazione residente è enorme, le autorità hanno chiesto misure restrittive sulla mobilità ancor prima che venissero decise a livello nazionale. Il livello dell’emergenza era molto alto. La prefettura chiedeva se la Comunità avesse posti disponibili nelle case famiglia e nelle varie strutture.
Più che a queste, si è subito pensato all’Hotel Royal di Cattolica, una bella struttura ricettiva in prima linea, sul mare, dove in estate trascorrono le vacanze famiglie e gruppi di giovani.

Non sfuggiva a Giampiero e a quanti lavorano nell’albergo quanto fosse diverso accogliere persone alle prese con un virus contagioso e letale, rispetto a un gruppo di profughi, come avvenuto in passato, a cui basta dare un tetto, un pasto e un po' di calore umano.
Riunione straordinaria, in call conference, del consiglio generale della Comunità, e alla fine il giudizio condiviso è uno: «Questi sono i nuovi poveri, sono i lebbrosi del nostro tempo, non possiamo tirarci indietro». 

«Oltretutto – osserva Giampiero – quell’hotel è frutto di una donazione, con destinazione i bisogni dei poveri. Quindi lo stiamo usando secondo lo scopo originario. Anzi, accogliamo, secondo il nostro carisma, quelli che oggi sono gli ultimi degli ultimi, gli appestati con cui nessuno vuole avere a che fare. Quello slogan di due anni fa, Io ci metto la vita, oggi è diventato carne viva».

Chi può essere accolto nell'albergo 

Ma l’amore smuove l’intelligenza e la creatività affinché l’accoglienza avvenga in tutta sicurezza. «Non esisteva un precedente di un’esperienza di questo genere – spiega Cofano –. In breve tempo abbiamo dovuto inventarci qualcosa di nuovo. Ci siamo messi al lavoro per stendere nero su bianco i protocolli da seguire».

L’Hotel Royal è capace di ospitare a pieno regime 150 persone ma le camere con bagno completamente indipendenti sono 48. Quindi la disponibilità offerta ad Asl e prefettura è fino a 48 persone.
All’albergo saranno inviati soggetti che devono fare la quarantena e non possono farla a casa loro, persone risultate positive al test ma asintomatiche, pazienti clinicamente senza più sintomi ma che ancora devono trascorrere il periodo per essere anche “legalmente” guariti. Non si sentiranno in vacanza, ma affacciandosi alla finestra potranno comunque vedere il mare. Da sabato scorso l’Hotel ha cominciato ad ospitare i primi pazienti.

Un operatore con tuta, guanti e mascherina, prepara un letto
Un operatore, dotato degli adeguati sistemi di protezione, prepara una stanza dell'Hotel Royal di Cattolica attrezzato per accogliere i pazienti da Covid-19 che necessitano di un periodo di isolamento

Le misure per garantire la sicurezza

Il primo provvedimento di sicurezza è, come abbiamo visto, l’auto isolamento degli operatori. Altri provvedimenti riguardano la gestione. «Per la pulizia delle camere – racconta Cofano - mi sono rivolto ad un’agenzia specializzata nelle pulizie ospedaliere. All’Asl bastava il cloro ma io ho voluto l’ozono». Allo stesso modo ha proceduto per lenzuola e asciugamani.
I pasti sono preparati da una ditta che li porta, caldi in confezioni sigillate e sterili. Speciali precauzioni anche per la raccolta dei rifiuti provenienti dalla camera in isolamento.

«Inoltre – racconta Giampiero Cofano – nelle camere e negli spazi comuni ho ridotto al minimo il mobilio e gli accessori. Ho fatto togliere anche i quadri. Questo perché in questo modo avremo meno superfici da sanificare quotidianamente”. Inoltre l’accesso all’hotel è stato spostato nel lato mare, con un percorso protetto fino alla zona dell’isolamento. È come se Cofano, che non ha mai fatto l’albergatore, in breve tempo avesse ristrutturato una parte di hotel per trasformarlo in una sorta di reparto ospedaliero. 

Cofano spiega che questi accorgimenti, che forse non saranno nemmeno tutti rimborsati, «sono stati presi per il bene delle persone ospitate e per i bene dei collaboratori che hanno avuto il coraggio di affrontare questa situazione. Mi sono tenuto su standard alti per garantire il massimo della sicurezza».

Gli operatori, che non entreranno per nessun motivo nelle camere dei pazienti, dovranno far misurare la febbre agli ospiti, dovranno tenere un diario dove registrano se mangiano con appetito, e altre osservazioni utili per i sanitari. Qualora si manifestassero sintomi saranno immediatamente chiamate le autorità sanitarie competenti. 

«È il tempo della responsabilità - spiega Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Papa Giovanni XXIII -. Quando la Prefettura ci ha contattato abbiamo offerto immediatamente la nostra collaborazione alle autorità, dando la disponibilità ad accogliere fino a 50 persone per volta.  È un modello che mi auguro possa essere replicato in altre parti d’Italia.»