L’appello del prof. Marco Mascia “per la difesa della legalità e del diritto internazionale” non ha i toni che ti aspetti da un docente universitario, direttore del Centro di Ateneo per i diritti umani dell’Università di Padova. Nel testo, cofirmato da Flavio Lotti, Presidente della Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace, si trovano frasi forti come “Non possiamo andare avanti così!”, “Siamo in grave pericolo!” e addirittura “Sveglia!!!” con tre punti esclamativi.
Parole drammatiche, pensate per scuotere dal torpore che consente l’avanzare indisturbato di venti di guerra sempre più intensi e pericolosi.
Abbiamo chiesto al professor Mascia di aiutarci a capire cosa sta succedendo, e cosa si potrebbe fare per invertire la tendenza.
Professore, cos’è che l’ha spinta ad usare questi toni e perché proprio adesso?
«L'appello è il risultato di una situazione internazionale che sta precipitando di giorno in giorno. Lo stesso Segretario generale delle Nazioni Unite dice che sempre più sono i governi che calpestano la carta delle Nazioni Unite, violano il diritto internazionale, non rispettano le sentenze delle corti internazionali, e nulla accade. La situazione è grave, se pensiamo che la Russia ha emesso mandati d'arresto contro i giudici della Corte Penale Internazionale e Trump ha emesso ordini contro i giudici della Corte Penale Internazionale e contro relatori speciali delle Nazioni Unite, in particolare Francesca Albanese che si occupa della questione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati. C'è una serie di comportamenti che io definirei eversivi da parte di diversi governi, che ci stanno portando verso una possibile nuova guerra mondiale.»
Quindi lei dice che proprio quegli organi istituzionali che dovrebbero garantire il rispetto del diritto, perché loro stessi esercitano il potere in virtù di norme giuridiche, stanno minando alla radice la struttura del diritto internazionale?
«Sì. All'indomani della Seconda guerra mondiale la leadership di allora aveva creato un'architettura multilaterale che aveva il compito di sviluppare un nuovo diritto internazionale. Al centro l'ONU, poi il sistema delle agenzie specializzate, l'UNESCO, l'OIL, l'OMS, una sorta di governo mondiale che si sviluppava anche a livello regionale e continentale. Oggi abbiamo governi che stanno non solo sgretolando questa architettura multilaterale, ma anche violandolo il diritto internazionale che quella architettura aveva sviluppato. E la cosa grave è che la Corte Penale Internazionale prova ad intervenire, emette mandati di arresto contro Putin o contro Netanyahu, ma nulla accade.»
Lo storico Alessandro Barbero ha paragonato il momento attuale a quello che ha preceduto lo scoppio della Prima Guerra Mondiale
«Ci sono alcune analogie, ma anche una differenza sostanziale: noi oggi abbiamo un'architettura multilaterale che è stata creata proprio per prevenire le guerre e garantire pace e sicurezza internazionale, e abbiamo un diritto internazionale – quello dei diritti umani – che allora non c’era. Pensare oggi alle guerre, quando abbiamo creato tutto un sistema per prevenirle, è pazzesco. Vuol dire che siamo nelle mani di governanti che hanno un'allergia molto forte, forse incurabile, nei confronti del diritto internazionale, e dobbiamo fare qualcosa.»
Un’altra differenza è che, con la dotazione attuale di armi nucleari, una nuova guerra mondiale sarebbe una catastrofe.
«Appunto.»

Foto di Gianluca Uda
L’Onu oggi appare debole, incapace di svolgere il proprio compito a causa di forti limiti operativi, in particolare il potere di veto dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza. Da molti anni si parla di riforma, ma non si è ancora riusciti ad attuarla. Perché?
«Perché i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza con potere di veto hanno tutto l'interesse a mantenere lo status quo, e hanno affossato le varie iniziative di riforma. Per questo noi sosteniamo che per riformare l'ONU non dobbiamo partire dal Consiglio di sicurezza, sennò si ferma tutto. Possiamo invece promuovere altri interventi: potenziare il ruolo dell’Assemblea generale e il suo controllo sul Consiglio di sicurezza, riformare e potenziare l’ECOSOC, Il Consiglio economico e sociale, trasformandolo in un Consiglio per la sicurezza umana, allargare lo status consultivo delle ONG anche al Consiglio di sicurezza e all’Assemblea generale, mettere una forza di polizia giudiziaria a disposizione della Corte Penale Internazionale. Un’altra proposta su cui si sta lavorando da tempo è un’Assemblea parlamentare di secondo grado, composta da membri designati dai parlamenti nazionali. Le proposte ci sono, serve però creare consenso attorno ad esse.»
La tendenza attuale sembra andare in senso opposto. Dopo l’intervento USA in Venezuela, si è diffusa l’idea che Maduro era un terribile dittatore e almeno Trump ha fatto qualcosa a differenza dell’ONU. Lei cosa risponde?
«Che le violazioni che quel regime stava e probabilmente sta ancora compiendo nei confronti della popolazione venezuelana devono essere prese in carico non da uno Stato ma dall'organizzazione delle Nazioni Unite. L'intervento armato di Trump in Venezuela è avvenuto in violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale. Quindi Trump dovrebbe ricevere un mandato d'arresto da parte della Corte Penale Internazionale, come l'ha ricevuto Putin e come l'ha ricevuto Netanyahu. La gente può dire quel che vuole, ma il rischio è altissimo, perché oggi quello lì è andato a prendersi Maduro, ma domani può venire a prendersi anche qualcuno di noi. Se buttiamo a mare le regole e la legalità internazionale siamo tutti a rischio.»

Foto di Gian Ehrenzeller
Recentemente Trump ha lanciato il Board of peace. Che ne pensa?
«Anzitutto bisogna ricordare che il Board of peace è legittimato da una risoluzione del Consiglio di sicurezza, la 2803 del 17 novembre del 2025, di cui nessuno ha parlato. È una risoluzione su Gaza che svuota completamente il ruolo delle Nazioni Unite per mantenere pace e sicurezza, adottata con 13 voti a favore, tra cui Francia e Regno Unito, e l’astensione di Cina e Russia. Un atto che viola palesemente il diritto internazionale e tutte le precedenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell'Assemblea generale sulla questione palestinese. Questa risoluzione ci dice una cosa molto chiara: non più l'ONU al centro dell'ordine mondiale, ma il presidente degli Stati Uniti con i suoi amici dittatori, responsabili di estese violazione dei diritti umani, di crimini di guerra e contro l'umanità. L'obiettivo è disintegrare l'organizzazione delle Nazioni Unite e mettere definitivamente in ginocchio l'Unione Europea.»
L’Unione Europea ha una storia diversa dagli Stati Uniti d’America. Gli USA si sono costituiti e allargati attraverso guerre e acquisizione di territori, l’UE attraverso la libera adesione di Stati che, un tempo nemici, sono diventati alleati, assicurando un lungo periodo di pace. Ora invece l’UE investe sul riarmo: + 150% in dieci anni, si legge nel sito consilium.europa.eu. Cosa sta succedendo?
«Che in questo momento l'Europa ha perso la sua credibilità internazionale. L’Europa è un attore civile di soft power, la sua forza è sempre stata nel forte riferimento al diritto internazionale. Poi però ha commesso vari errori.»
Quali?
«I suoi membri si sono fatti coinvolgere in una serie di guerre in violazione del diritto internazionale, come la prima guerra del Golfo, i bombardamenti di Belgrado, l’invasione dell’Afghanistan, la guerra preventiva all’Iraq. La sola guerra in Afghanistan ha prodotto oltre 150 mila morti, di cui sono responsabili gli Stati Uniti e gli Stati dell'Unione Europea che facevano parte della coalizione internazionale, su cui c’è un'inchiesta aperta dalla Corte Penale Internazionale che gli Stati Uniti stanno continuando a boicottare. Un altro grave errore è stato far entrare i Paesi dell’Europa Orientale prima nella Nato e poi nell’UE, mentre andava fatto il contrario.»
Come può l’UE uscire da questa situazione?
«L'Unione Europea in questo momento non è in grado di uscirne perché ha una leadership politica che lo impedisce, che continua a dire “saremo con l'Ucraina fino alla vittoria”, e “dobbiamo costruire la pace con la forza”. È un'Unione Europea che ha adottato il doppio standard: 19 pacchetti di sanzioni contro la Russia, zero pacchetti di sanzioni contro Israele. L’UE ha completamente perso la bussola e noi la dobbiamo salvare, perché è uno strumento fondamentale per costruire la pace nel mondo. Il problema è la leadership, che va cambiata. Noi cittadini europei dobbiamo riprenderci l'Unione Europea.»
Se fosse lei a disegnare la rotta, quale direzione prenderebbe? Sull’invasione dell’Ucraina, ad esempio.
«Il conflitto sta in Europa, non dall'altra parte dell'Atlantico. Nessuno può mettere in discussione che la Russia è l’aggressore e l’Ucraina è l’aggredito. Ma dopo quattro anni di guerra, il continuo invio di armi all’Ucraina e l’assenza di una qualsiasi iniziativa diplomatica europea non aiutano certo l’avvio di un reale processo negoziale di costruzione della pace.»
Sulla Palestina
«I palestinesi devono avere gli stessi diritti, la stessa dignità, la stessa libertà e la stessa sicurezza che hanno gli israeliani. La cosa più urgente è garantire alla popolazione di Gaza un'abitazione e una vita dignitosa. Poi bisogna dare piena attuazione al diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese e quindi riconoscere lo Stato di Palestina e finalmente ammetterlo all'ONU. Allo stesso tempo porre definitivamente fine all'occupazione illegale dei territori palestinesi da parte di Israele e agli insediamenti e alle violenze dei coloni.»
La questione Groenlandia
«Io a garantire la sicurezza in Groenlandia manderei dei corpi civili di pace nonviolenti. Perché dobbiamo mandarci i militari? La Comunità Papa Giovanni XXIII ha una grande esperienza in questo tipo di iniziative. Organizziamo, anche con altri Paesi membri dell'Unione Europea, una forza non armata e nonviolenta da dispiegare in Groenlandia.»
Nel frattempo è partito l'attacco Usa-Israele all'Iran, definito una azione "preventiva". Cosa ne pensa?
«La guerra di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran è completamente illegale, sbagliata e pericolosissima. È un nuovo folle passo dentro la terza guerra mondiale che si va estendendo. Chi ha sferrato questa nuova guerra deve rispondere dei crimini che sta compiendo. Nessuno è al di sopra della legge. Chi non ripudia la guerra - ai sensi dell’art. 11 della nostra Costituzione e della Carta delle Nazioni Unite - è fuori-legge. Il regime iraniano - come tutti i sistemi autocratici e dittatoriali - va contrastato con coerenza dall’intera comunità internazionale e dalle Nazioni Unite con i numerosi strumenti del diritto, della legalità e della giustizia penale internazionale di cui oggi disponiamo. Basta con le crociate ideologiche. Dare centralità al ruolo delle Nazioni Unite rimane un imperativo ineludibile.»
Già nel 1994 don Oreste Benzi lanciò la proposta di istituire un Ministero della pace, progetto oggi sostenuto da molte personalità e organizzazioni.
«Anche il Centro per i diritti umani dell'Università di Padova è tra i promotori di questa iniziativa e la sostiene fin dall'inizio. Per promuovere il cambiamento dobbiamo agire anche a livello culturale e le Università stanno facendo la loro parte: è nata la Rete delle università italiane per la pace che riunisce 76 università e ha messo in piedi un dottorato sugli studi per la pace. Io credo che tutto questo avrà una ricaduta positiva. Del resto abbiamo già tanti enti locali che hanno l'Assessorato alla pace e diritti umani, quindi non partiamo da zero. Nei prossimi giorni partirà il Giro d’Italia per la pace che coinvolgerà comuni, scuole, università, associazioni di volontariato con l’obiettivo di costruire veri e propri cantieri di pace.»
Un messaggio finale ai lettori?
«Non possiamo delegare la costruzione della pace a governanti responsabili o complici di crimini di guerra e contro l’umanità, di una folle corsa al riarmo e del collasso dell’ONU e dell’architettura multilaterale. Se vogliamo costruire la pace dobbiamo farlo dal basso. Il mio messaggio è un richiamo forte alle coscienze, alla responsabilità individuale e collettiva. O noi come società civile ci mobilitiamo con una strategia nonviolenta di breve, medio e lungo periodo, oppure questi ci portano dritti verso il precipizio. Dobbiamo fare rete, essere uniti, saper parlare con una sola voce e agire dalla Città all’ONU.»
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