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16 Giugno 2026

Ucraina, abitare il conflitto: «Condividere il pericolo per non lasciare le persone sole»

Nel racconto dei volontari di Operazione Colomba, la quotidianità sotto i bombardamenti e la scelta di restare: «In mezzo al disastro cerchiamo cose belle, perché il nostro benessere non vale la vita degli altri»
Ucraina, abitare il conflitto: «Condividere il pericolo per non lasciare le persone sole»
Foto di Operazione Colomba
Il nuovo incontro della serie "Zone d'ombra - Conflitti ignorati" è dedicato al conflitto ucraino e alla difficile quotidianità dei civili. Un racconto dalla linea del fronte di Kherson, dove la guerra è diventata quotidianità e i volontari di Operazione Colomba scelgono di restare accanto alla popolazione civile.
Giovedì scorso si è svolto un nuovo appuntamento della rassegna "Zone d'ombra – conflitti ignorati", dedicato al tema "Ucraina: abitare il conflitto". Durante l'incontro, quattro volontari di Operazione Colomba hanno condiviso la propria esperienza accanto alla popolazione civile di Kherson, città che si affaccia sulla linea del fronte, raccontando la quotidianità di chi vive da anni sotto la minaccia costante della guerra.
Testimonianza dei volontari di Operazione Colomba durante l'incontro "Ucraina: Vivere il conflitto", della serie di incontri "Zone d'mbra - Conflitti ignorati"
Il progetto di Operazione Colomba in Ucraina è nato nei primi mesi del conflitto in seguito all'organizzazione di carovane umanitarie, che avevano l'obiettivo iniziale di portare aiuti alla popolazione colpita dalla guerra. A Mykolaiv, una delle città interessate dagli scontri, i volontari sono stati accolti da alcune famiglie evangeliche in un rifugio sotterraneo. Con lo stabilizzarsi del fronte lungo il fiume Dnipro alla fine del 2022, i volontari si sono poi spostati a Kherson.  Anche qui l'accoglienza è arrivata da una comunità evangelica locale, con la quale i volontari hanno condiviso la quotidianità. La missione di Operazione Colomba, infatti, va oltre la consegna di aiuti umanitari: l’obiettivo è vivere accanto alla popolazione, condividendone difficoltà, paure e speranze.

Vivere nel conflitto significa anche vivere i pericoli insieme alla popolazione

Cosa significa condividere la quotidianità con la popolazione ucraina? Alberto Capannini, volontario di Operazione Colomba, afferma che per lui equivale a «pensare che la nostra vita vale come quella degli altri».
La comunità del luogo si è gradualmente abituata ai rumori e alla visione della violenza della guerra: si sente un bombardamento ogni 40 secondi.

È una realtà che anche i volontari di Operazione Colomba affrontano ogni giorno, perché vivere con la popolazione di Kherson significa condividere anche i pericoli. Capannini racconta che l’autostrada che percorrono è un tratto soggetto a numerosi attacchi di droni russi: «Ci hanno detto che i pulmini bianchi sono il primo obiettivo», spiega, nonostante si tratti di veicoli civili. Più volte hanno incontrato e affrontato i droni, talvolta essendo costretti a fuggire: «Mentre accompagnavamo due amici ucraini, abbiamo incontrato un drone dietro un angolo, che 
In una strada cittadina, la bellezza dei palazzi e degli alberi è interrotta dalle barricate difensive.
Foto di Operazione Colomba
aspettava in agguato qualcuno. Ci siamo messi a correre e siamo riusciti a nasconderci. Sentivamo il ronzio del drone fuori, sopra di noi». Racconta che inizialmente ha provato rabbia nei confronti dei due ragazzi per aver condotto il gruppo in quella zona pericolosa, poi ha visto un senso in quel comportamento: «L’ultima forma di resistenza che è rimasta a loro è questa: sfidare i droni. Sono rinchiusi sotto terra da 4 anni, lo capisco».
Sfidare i droni non è un capriccio, significa tornare alla vita, non rinunciare alle cose che ci rendono umani per la paura, ma abituarsi ad affrontarla. Ne è un emblema un’immagine descritta da Alberto: «Una volta una bomba ha colpito un’auto, l’esplosione del serbatoio ha raggiunto le vetrine di un negozio, provocando un grande botto. La commessa del negozio, però, ha continuato a sistemare tranquillamente gli shampoo sullo scaffale».
La popolazione civile non è assediata solamente dagli attacchi russi: gli uomini tra i 23 e i 70 anni, che non sono già al fronte, vivono con la paura di essere arruolati dall’esercito ucraino. Ci sono numerosi checkpoint e ronde che ricercano continuamente nuovi uomini da mandare a combattere. «Un nostro amico è stato fermato, ma non voleva essere arruolato perché è un pastore. Gli hanno detto di andare al fronte, senza nessuna formazione, nel punto in cui i due eserciti si incontrano. Il capitano gli ha fatto capire che, se avesse pagato un’alta cifra, gli avrebbe procurato un modo per scappare. Lui non ha pagato, ma è riuscito a scappare da solo. Ora è costretto a vivere nascosto». Nel mentre, moltissimi ragazzi tra i 18 e i 21 anni hanno lasciato il Paese grazie a una recente modifica delle norme sull'espatrio. 

«Noi cosa possiamo fare?» I volontari di Operazione Colomba raccontano i motivi per cui il progetto continua a vivere.

Vedendo con i propri occhi la realtà disastrosa che affronta la popolazione, la prima reazione potrebbe essere quella di sentirsi impotenti, di chiedersi «Ma noi cosa possiamo fare?», ma Cristina, volontaria di Operazione Colomba, si risponde con queste parole: «Ci si trova davanti a così tanta luce, a così tanta vita, che vuoi far parte di quella vita». Cristina è arrivata in Ucraina per la prima volta nel 2024, spesso si è interrogata su cosa potesse fare per aiutare e ha trovato una risposta nel senso di comunità del luogo,
Una volontaria davanti ad una casa distrutta da un bombardamento
Foto di Operazione Colomba
 nel cucinare e mangiare insieme, nella «piena condivisione di una vita che loro sono costretti a vivere in questo momento».
Anche Agata, volontaria, racconta degli ostacoli iniziali. È arrivata d’inverno, faceva molto freddo e l’impatto iniziale è stato difficile. Poi dice: «Pensa che bello: in un mondo così stressato, nervoso, disastroso, andare dentro il disastro e cercare cose belle».
«Non c’è mai la situazione in cui mi sono sentito dire “qui non si può fare nulla”», afferma Alberto, «Ci sono due scogli: il senso di onnipotenza per cui penso “posso fare tutto” e il senso di impotenza del “non posso fare niente”, nel mezzo c’è un intero mare navigabile e noi navighiamo lì». La differenza, quindi, è restare, condividendo i momenti difficili, felici e il lavoro quotidiano.

L’Ucraina è al centro dell’attenzione mediatica, ma la solidarietà e gli aiuti scarseggiano

Nonostante la presenza di volontari e di aiuti umanitari provenienti dall’esterno, la solidarietà non è sufficiente, spiega Alberto: «Si è creato un vuoto» e la popolazione è stata abbandonata alla soluzione delle armi. La guerra in Ucraina è il conflitto più coperto a livello mediatico dalle piattaforme occidentali, eppure le Nazioni Unite sembrano essere assenti agli occhi dei volontari: «In questi anni ho visto solo due auto delle Nazioni Unite, non c’è più niente. Nel mentre continuiamo a comprare il gas russo. Ma il nostro benessere non vale la vita delle persone».
Nel conflitto russo-ucraino, con gli scambi dei leader politici al centro dell’attenzione mediatica, viene ignorato l’aspetto più importante: la vita di una popolazione stanca e affranta dalla guerra. Secondo Alberto Capannini, la guerra e la pace non sono un problema geopolitico: «Sono le persone che contano. La risposta alla violenza della guerra è stringersi, aumentare la solidarietà, perché la violenza tende a lasciare le persone sole».

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