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11 Novembre 2021
Ultima modifica: 11 Novembre 2021 ore 09:12

Maria Grazia Calandrone. «Io non sono la tua mamma vera»

Poetessa, scrittrice, drammaturga. In Splendi come vita, racconta l'amore per la propria madre caduta nel disamore proprio quando le ha rivelato di averla adottata.
Foto di Chiara Pasqualini
Un romanzo verità che spacca l'anima. La mamma adottiva confessa alla figlia: «Io non sono la tua Mamma Vera», e questo cambia tutto, perché crede di aver perso il suo amore, diventando vittima della sua stessa rivelazione.
Ci vuole coraggio per aprire il libro della propria infanzia. Ci vuole forza per raccontare con estrema precisione e dolcezza la storia tormentata e complicata di una figlia adottiva, se quella figlia sei tu. 
Maria Grazia Calandrone, in Splendi come vita, romanzo pubblicato da Ponte alle Grazie, con uno stile narrativo decisamente originale dal sapore poetico, trova le parole giuste per dare forma alla sua storia di bambina prima, poi di adolescente e adulta, che ha amato intensamente la madre adottiva caduta nel disamore. 
«Il disamore avvolge i letti dei bambini fra le spire di un pianto non pianto. I bambini non amati non piangono. Chi chiamerebbero, con il loro pianto?», scrive Calandrone.
È la storia vera di una delle maggiori poetesse italiane, un vero talento poliedrico. Drammaturga, disegnatrice, autrice e conduttrice per la Radio. Vincitrice di diversi premi tra i quali Montale e Pasolini. Con tranquillità mi racconta al telefono ciò che ha vissuto, riempiendo di bellezza anche ciò che è stato tragedia. 

Splendi come vita. Una storia vera

Il romanzo si apre con un ritaglio di giornale, 30 luglio 1965, in cui si legge che la piccola Maria Grazia, rimasta orfana, abbandonata a 8 mesi in un prato a Villa Borghese, è stata adottata dai coniugi Calandrone.
Consolazione, bionda «Madre elettiva» e Giacomo che «ho eletto come solo Padre».
Si scopre che è figlia naturale di Lucia, suicida a ventinove anni nel Tevere. La ragazza, con un matrimonio combinato alle spalle, era fuggita per amore da Palata, nella campagna molisana. All’epoca l’abbandono del tetto coniugale era reato penale. Di qui la scelta di lasciare la bambina alla «comprensione di tutti», scrive Lucia nella lettera alla polizia, e pagare con la vita assieme al compagno «ciò che abbiamo fatto o indovinato o sbagliato.» 

copertina del libro Splendi come vita


Ma Splendi come vita è una lettera carica d’amore alla madre adottiva, dal nome evocativo: Consolazione. Una donna del 1916, abbandonata dal padre, che si prende cura della madre, si riscatta conquistando con grandi sacrifici la Laurea in Lettere, divenendo professoressa di Liceo. Ma ad un certo punto decide di fare una confessione alla figlia: «Io non sono la tua Mamma Vera», e questo cambia tutto, perché crede di aver perso il suo amore, diventando vittima della sua stessa rivelazione, fino a sprofondare nel disagio psichico. «Una Verità, rivelata da Madre, aveva avuto l’effetto paradosso di rendere lei Finta, sebbene ai propri soli occhi».
La madre adottiva si allontana sempre più da Maria Grazia che cerca in tutti modi di renderla felice, ma che sente di aver fortemente deluso la madre.
«Fu così che smise di vedermi. Fu così che iniziò a perseguitarmi. Fu così che, infine, divenne cieca. Fu così che smise di dipingere quadri che non poteva più vedere e tentai la poesia.»

Splendi come vita è la storia di una figlia che comprende la madre come una persona adulta, con tutto il suo bagaglio personale, «come essere separato, autonomo e, per ciò, tanto amabile». 

La rivelazione dell'adozione: «Io non sono la tua mamma vera»

Tutto ha inizio a quattro anni, quando sua madre le rivela: «Io non sono la tua mamma vera».
«Già la scelta delle parole è sbagliata, non c'è una mamma vera e una mamma finta. Da quell'espressione, come dico a un certo punto nel libro, è discesa rovina, perché definire se stessi come un falso significa già attribuirsi un giudizio negativo. Immeritato, peraltro, perché mia madre era una persona molto generosa, molto vicina, molto presente. Insomma è discesa rovina da questa notizia che però per me era ininfluente.» 

Una frattura causata da un equivoco.
«Equivoco nel quale cadono molti genitori adottivi, che pensano di non essere amati in quanto non sono genitori biologici. Questo libro spero possa servire a smentire la sensazione condivisa da gran parte dei genitori che hanno adottato. In realtà, il momento in cui un genitore non si sente amato da un figlio è inevitabile, ma nel caso del genitore naturale non si pone nessuna motivazione, se non l’interrogarsi se si è stati dei buoni genitori; nel caso di un genitore adottivo la risposta è automaticamente: “Non mi vuole bene, perché non sono sua madre o suo padre”.» 

Come ha fatto a vivere da “non amata”?
«È stato un circolo vizioso. Quando uno si sente non amato si arrabbia, lei era arrabbiata con me e io non capivo perché. Non arrivavo a decifrare tutto quello che poi ho scoperto, in buona parte scrivendo questo libro. E spero sia utile, anche perché non avevo nessuna intenzione di raccontare i fatti miei, ma di mettere i fatti miei al servizio di tanti che hanno vissuto o vivono un rapporto conflittuale con i propri genitori. Io vivevo nella ricerca di che cosa potessi fare perché lei potesse essere contenta.» 

Un libro che potrà aiutere altri genitori adottivi

Quanto dolore le è costato questo libro?
«Mi è costato il dolore della rinnovata perdita. Mi è costato dover, ad un certo punto, smettere di scrivere. Mollare di nuovo questa figura che nei giorni in cui ho scritto il libro era praticamente qua, nella nostra casa.» 

Come è riuscita a trovare le parole giuste per descrivere un vissuto così tormentato?
«Io non sono una che porta rancore, non è nella mia natura, non lo trovo costruttivo. E comunque sia, lei è stata molto generosa nei miei confronti e sicuramente mi ha amata moltissimo. Basta vedere dietro gli atteggiamenti, dietro le parole, il filo conduttore della sua presenza costante in tutta la mia vita. Sì, sono stata molto, moltissimo arrabbiata con lei, però non si è mai interrotto il legame.» 
 
Che segno ha lasciato dentro di lei il sapere di avere due mamme? 
«Dopo la pubblicazione di questo libro sono tornata nella terra di mia mamma e lì ho trovato un'accoglienza molto affettuosa. La mamma biologica, nei momenti in cui con mia mamma non andava bene, è servita come rifugio ideale, ma è una figura che devo ricostruire. Mia mamma Consolazione so chi è, è stata la vita reale. Erano due persone completamente diverse, che appartenevano a due mondi completamenti diversi. Sicuramente il prossimo libro che scriverò sarà inevitabilmente su questa storia, di una madre che non conosco. Io conosco quella che è stata con me.»

Quando dire ad un figlio che è stato adottato?  

C’è un’età della vita in cui è meglio dire ai figli adottivi la verità?
«I fatti lo dicono, era lei che non era pronta, io sì. Lo confermano anche gli psicologi, di dire subito la verità, perché non c'è assolutamente nulla di male, da tenere segreto per tutta la vita. Tant'è vero che poi mamma ha deciso di dirmelo così, per istinto, proprio nel momento in cui aveva letto la notizia di una ragazza che si era uccisa avendo saputo a 18 anni di essere stata adottata. Io credo che non si sia uccisa per la notizia di essere stata adottata, ma avendolo saputo a distanza di così tanto tempo ha messo in discussione la relazione con i suoi genitori, chiedendosi perché le avessero nascosto questa cosa, che cosa c'era dietro. Io sono sempre per la verità.» 

La nonna materna, che viveva con voi, l’ha amata e salvata.  E quando è diventata vecchia e bisognosa ha voluto lei salvarla dalla casa di riposo tenendola con sé. Quanto sono importanti i nonni nella famiglia?
«Mia nonna è stata fondamentale, perché quando mamma mi chiudeva fuori casa, lei lottava per difendermi. Penso che sia completamente innaturale isolare un anziano. Per me la vita dovrebbe essere una vita comunitaria, dove si mescolano le età, le esperienze. In cui i bambini possono crescere insieme con i genitori, ma anche insieme con persone di altre età. In una vita comunitaria i nonni sono quelli che hanno prima di tutto più disponibilità, sono più pazienti. Gli anziani possono dare molto.» 

Maria Grazia Calandrone in classe
Maria Grazia Calandrone durante uno dei suoi laboratori con i bambini delle elementari


Il suo talento poliedrico lo mette a disposizione nelle scuole, nelle carceri, nei DSM, con i malati di Alzheimer, tenendo laboratori con un metodo che ha elaborato personalmente. In che cosa consiste?  
«Sono delle libere associazioni. Mi avevano chiesto di fare un laboratorio con i malati di Alzheimer. Mi chiedevo come poter lavorare con le parole delle persone che non ricordano assolutamente le parole. Ho cominciato a scriverle su un cartellone e mi sono resa conto che una volta scritte funzionavano, perché sono una memoria fisica di quanto loro non ricordano. Unendo le parole vengono fuori associazioni, ricordi, memorie e suggestioni, ispirazione, un mezzo potentissimo. Questo metodo funziona anche per i bambini, i ragazzi… e più sono piccoli più i risultati sono sorprendenti.»

Lo splendore di un'esistenza

L’esperienza vissuta come figlia l’ha aiutata nel suo ruolo di madre?
«Mi ha aiutata senz'altro a capire certi comportamenti quotidiani. Io cerco, forse a volte anche esagerando, di non far mancare mai ai miei figli la presenza. Credo che entrambi loro siano certi che mamma c’è.»

Splendi come vita. Perché questo titolo pieno di luce? 
«Alla fine di tutto questo racconto è emersa, pur in tutte le sue contraddizioni, dolori, traumi e contrasti, una figura splendente nella sua umanità. Io, per inclinazione naturale, tendo a vedere la parte splendente delle persone, non tanto quella più scura. Nel mio libro racconto anche i comportamenti quasi feroci che mamma ha avuto, ma a me, quello che resta, è la bellezza, la forza, lo splendore di un'esistenza.»