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4 Marzo 2026
Ultima modifica: 4 Marzo 2026 ore 21:11

Medio Oriente in fiamme: il Corpo Civile di Pace di don Benzi resta tra le macerie e le bombe

Dall'attacco all'Iran alle violenze in Cisgiordania: la voce dei volontari di Operazione Colomba e della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Medio Oriente in fiamme: il Corpo Civile di Pace di don Benzi resta tra le macerie e le bombe
Foto di MAJID KHAHI
Mentre il conflitto si allarga a 11 Paesi e le vittime aumentano, i volontari della Papa Giovanni XXIII raccontano la vita sotto l'attacco israelo-americano: dai "corridori della pace" per i bambini di At-Tuwani alla ricostruzione in Siria e il sostegno alle persone con disabilità a Baghdad.
Il Medio Oriente è in fiamme da sabato 28 febbraio dopo l'attacco israelo-americano contro l'Iran. Dopo quattro giorni si contano 787 morti, di cui 165 nella scuola elementare per bambine di Minab nel sud dell'Iran, vicino lo Stretto di Hormuz. La guerra che come un fuoco si espande ad altri 11 paesi dell'area con migliaia di persone rimaste bloccate senza possibilità di rientrare nei loro paesi. 

La Comunità di don Benzi: missioni di pace tra Palestina, Siria ed Iraq

La Comunità di don Benzi ha tre missioni in Medio Oriente: in Palestina, in Siria ed Iraq. Semprenews ha raggiunto alcuni volontari e operatori presenti ma per ragioni di sicurezza ne omettiamo i nomi.
 
Un volontario della Papa Giovanni XXIII si trovava a Betlemme quando sono partiti gli attacchi.
«Le sirene sono suonate sabato mattina – ci racconta – mentre ero al check point di Betlemme mentre stavo andando all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Avrei dovuto prendere un volo di rientro per l'Italia sabato sera ma ci hanno fatto tornare indietro. Per tornare in Italia passerò dalla Giordania per imbarcarmi da Amman».

Cisgiordania: la scorta ai bambini e il monitoraggio a Massafer Yatta

In Cisgiordania la Comunità Papa Giovanni è presente con Operazione Colomba dal 2004 nel villaggio di At-Tuwani, piccolo villaggio sulle colline a sud di Hebron dove i volontari avviarono lo school patrol: la scorta dei bambini che dai villaggi si recavano all'unica scuola elementare della zona, quella di Twani. Quando i bambini, dai 6 agli 11 anni, passavano vicini all'outpost – illegale – di Havat Ma'on, i coloni, spesso mascherati, gli lanciavano pietre e gli aizzavano i cani. Dopo che un volontario di Operazione Colomba rimase ferito, in seguito al clamore mediatico, nell'ottobre 2004 la Commissione per i diritti dei bambini della Knesset, il Parlamento israeliano, assegnò una scorta militare israeliana per proteggere i bambini palestinesi dalle violenze dei coloni israeliani.
 
Foto di Operazione Colomba
Foto di Operazione Colomba
Foto di Operazione Colomba
Foto di Operazione Colomba
Foto di Operaziione Colomba


«A Betlemme la situazione a prima vista appare tranquilla. – continua – I negozi sono aperti, la gente va in giro, domenica la Basilica della Natività era piena di fedeli. Però ci sono lunghe code di auto alle pompe di benzina e a noi mancano le bombole di gas che qui si usano per cucinare. Infine non ci sono turisti e la gente è molto preoccupata perché qui è una risorsa importante».
 
«Ero arrivato una settimana prima per monitorare il nostro progetto nell'area di Massafer Yatta. I volontari rimasti sul campo mi raccontano che sentono in lontananza le difese dell'Iron dome, il sistema anti-missilistico israeliano che ha il compito di intercettare missili diretti nel proprio territorio. La guerra con l'Iran non si vede nell'area, al contrario le violenze dei coloni e le incursioni dell'esercito israeliano sono quotidiane.

Ogni giorno le famiglie palestinesi ci chiamano per proteggere le loro case, i loro campi e pascoli ed ogni notte ci chiedono di dormire in qualche villaggio a rischio di attacchi perché si sentono più sicuri con la nostra presenza internazionale. Solo la settimana scorsa nel villaggio di Susiya è stata bruciata la tenda che in genere ci ospitava. Come è successo per la guerra a Gaza, temiamo che anche con questo nuovo conflitto i coloni approfittino dell'attenzione mediatica rivolta all'Iran per aumentare i loro attacchi».

Siria: educazione alla pace tra le macerie di 13 anni di guerra

Diversa è la situazione in Siria. «Viviamo ad Al-Qusayr, città a sud di Homs, in Siria. – ci raccontano – Qui non si odono le bombe di questa nuova guerra. La Siria oggi è fuori dagli scontri anche perché ci rimane poco da bombardare: il 40 per cento degli edifici è distrutto. Ci sono le macerie della guerra civile che ha devastato il paese per 13 anni fino all'8 dicembre 2024 quando Bashar al Assad è fuggito trovando esilio in Russia».


Foto di Operaziione Colomba
Foto di Operazione Colomba
Foto di Operazione Colomba

 
Anche qui la Comunità Papa Giovanni XXIII è presente con il suo Corpo civile di pace, Operazione Colomba, che è entrato in Siria da un anno, un mese dopo la fine delle ostilità. Dal 2013 era presente nel campo profughi di Tel Abbas, nel nord del Libano, vicino al confine, per condividere la vita con i profughi siriani scappati dalla guerra. Ora che i siriani, lentamente, stanno rientrando, i volontari sono rientrati con loro.
 
«I siriani sono rientrati dove c'erano le loro case e la loro vita. Ma oggi non c'è rimasto nulla. Le case sono distrutte, il lavoro non c'è, l'economia è azzerata, quel poco che c'è è molto caro e nel commercio ci sono pochi margini di guadagno. L'economia è dollarizzata e i prezzi sono spropositati. L'unica risorsa sono le rimesse degli emigrati all'estero».
 
«Qui in Siria facciamo tanti incontri per conoscere le famiglie e le realtà locali. – spiegano i volontari – Facciamo laboratori educativi e attività ricreative con bambini e ragazzi che da quando sono nati hanno visto solo la guerra. Cerchiamo di promuovere una rete di associazioni locali per favorire il dialogo e l'educazione alla pace. Non c'è nessuna presenza internazionale, non ci sono le Nazioni Unite, non c'è la cooperazione internazionale. Eppure c'è bisogno di ricostruire tutto, le infrastrutture, le strade. Ad oggi è stata riqualificata qualche piazza e basta. Qui c'è bisogno ricostruire tutto ed i siriani sono così stanchi della guerra e così impegnati a guadagnarsi da vivere che non guardano con molta attenzione a questa nuova guerra».

Iraq: la missione a Baghdad con i più fragili

Infine la Giovanni XXIII dal 2015 è presente in Iraq, a Baghdad, per stare al fianco di persone con disabilità. I più deboli, come gli anziani, le donne, i bambini ed i disabili, sono quelli che pagano sempre il prezzo più alto nelle guerre dove vige la brutale legge del più forte.
 
«Stamattina, mercoledì 4 marzo, un drone iraniano ha colpito la base americana nei pressi dell'aeroporto internazionale. La situazione è sotto controllo ma le autorità hanno invitato la popolazione a non uscire di casa. Nei giorni scorsi c'erano state delle manifestazioni di protesta davanti all'ambasciata americana».

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