Topic:
23 Febbraio 2026

Quattro anni di sangue in Ucraina: a Kherson la vita vale meno del fango

Dal 24 febbraio 2022 a oggi: quattro anni di trincea, fango e droni kamikaze nel diario di chi ha scelto di restare dove la vita non vale un "fazzoletto di terra".
Quattro anni di sangue in Ucraina: a Kherson la vita vale meno del fango
Foto di IGOR TKACHENKO
Alberto Capannini, fondatore di Operazione Colomba, racconta l'inferno di Kherson a quattro anni dall'inizio del conflitto. Tra gelo a -17°C, blackout perenni e il terrore dei droni FPV, emerge il volto di una guerra che nega l'obiezione di coscienza e si nutre di vite umane.
Quattro anni di trincea, fango e droni kamikaze: il diario di chi ha scelto di restare dove la vita non vale un "fazzoletto di terra".
 
Alberto Capannini in Ucraina davanti alla casa della famiglia che ospita i volontari di Operazione colomba. Il padre di questa famiglia è stato arruolato forzatamente. Si è rifiutato di andare a combattere diventando obiettore di coscienza, per questo ora è costretto a nascondersi.
Foto di Operazione Colomba
 
Alberto Capannini, fondatore di Operazione Colomba, racconta l’inferno di Kherson. Tra gelo a -17°C, blackout perenni e il terrore che arriva dal cielo, emerge il volto di una guerra che nega il diritto all'obiezione e si nutre di vite umane, mentre la solidarietà resta l'unico baluardo contro la distruzione.
 
«Viviamo a Kherson, città che si affaccia sul fiume Dnipro. Siamo sul fronte di guerra più a sud dell'Ucraina, al di là del fiume ci sono i russi. È uno dei tre punti più caldi della guerra. Qui ogni giorno muoiono soldati. Per conquistare qualche isoletta fangosa sul fiume per poi perderla. È una guerra di trincea. Qua diciamo che non è scoppiata la Terza guerra mondiale, si è tornati alla Prima».
 
Sono le parole di Alberto Capannini, operatore e fondatore di Operazione Colomba, il Corpo civile di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, che dal 1992 interviene nei conflitti armati al fianco delle vittime che non hanno scelto la guerra e che non hanno potuto scappare. Il 24 febbraio 2022 la Russia invadeva l'Ucraina e una settimana dopo una delegazione della Comunità di don Benzi era in Ucraina. Oggi i volontari di Operazione Colomba sono ancora lì, a Kherson, città sul fronte di guerra.
 


Bilancio di 4 anni di guerra: l'ecatombe nel fango di Kherson

«Difficile avanzare adesso. Stanotte la temperatura segnava -8°, ma in genere si arriva a -17°, e quando poi la temperatura si alza diventa tutto fango col rischio di rimanere impantanati. Con migliaia di soldati che muoiono per conquistare un fazzoletto di terra che poi può essere nuovamente perso. Secondo le statistiche ogni mese ci sono 35mila vittime».

Stadio del ghiaccio di Kherson bombardato da diversi mesi.
Foto di Operaziione Colomba
"Dom Culture”, la Casa della Cultura di Kherson, colpita ripetutamente dai bombardamenti. Durante il giorno i volontari di Operazione Colomba vanno a preparare cose e cercano di ripararla. «È stata bombardata un anno e mezzo fa, ma ancora stiamo tirando via le macerie provando a recuperare stanza per stanza».
Foto di Operaziione Colomba
Stadio del ghiaccio di Kherson bombardato da diversi mesi.
Foto di Operaziione Colomba
Ucraina casa bombardata
Febbraio 2026. La città di Kramatorsk, regione di Donetsk, è stata ripetutamente colpita da attacchi missilistici, droni e razzi russi causando vittime, danni ingenti e ripetute evacuazioni.
Foto di TOMMASO FUMAGALLI

 
Dopo quattro anni di guerra, la Russia conta 1,2 milioni di vittime tra soldati morti e feriti, l'Ucraina 600mila vittime nelle file del suo esercito. Dalla Seconda guerra mondiale nessun paese ha registrato un numero di vittime così alto in una guerra. In Ucraina in quattro anni sono morti oltre 15mila civili, tra cui 766 bambini, e 41mila persone sono rimaste ferite.

Strategie del terrore: colpite le centrali termoelettriche

Riparazione impianto energetico
Operai ucraini riparano le attrezzature di un impianto energetico danneggiato da attacchi missilistici e droni russi a Kharkiv, Ucraina, il 20 febbraio 2026.
Foto di SERGEY KOZLOV

«Dopo il vertice in Alaska tra Putin e Trump, i russi hanno iniziato la tecnica di colpire le centrali termoelettriche. Con le temperature di 15-20 gradi sotto lo zero se non hai riscaldamento in casa ci lasci le penne. – continua Capannini - Qui non funziona niente. Chi abita nei palazzi senza elettricità non ha riscaldamento, né luce, né acqua, né può scaricare neanche l'acqua del water, perché funzionano con le pompe elettriche. Qui non funziona nulla, per strada non vanno i semafori, non va il tram. La quotidianità è molto pesante. Poi il cielo grigio ed il freddo non aiutano. La corrente elettrica qui in città arriva per tre-quattro ore al giorno».
Sette milioni di ucraini sono profughi all'estero, mentre gli sfollati interni sono quattro milioni, secondo le statistiche ufficiali. Prima della guerra vivevano 40 milioni di persone.
«Nelle città interne la scuola è ripresa, ma qui sul fronte sono chiuse, ci dovrebbe essere la didattica a distanza ma senza elettricità non si fa. Gli unici lavori sono quelli dei supermercati oppure le consegne a domicilio per portare gli acquisti a casa delle persone, in particolare delle più fragili».

La caccia all'uomo con droni FPV: l'innovazione del conflitto

drone in guerra
Un'immagine tratta da un video del 18 novembre 2025 mostra un militare russo che controlla un drone da combattimento verso posizioni dell'esercito ucraino in una località segreta in Ucraina.
Foto di EPA/RUSSIAN DEFENCE MINISTRY PRESS SERVICE

Una delle innovazioni della guerra in Ucraina è l'uso massiccio dei droni che hanno trasformato radicalmente i conflitti contemporanei, tanto che oggi sono utilizzati anche nel conflitto in Sudan. Se inizialmente venivano usati per la ricognizione, oggi l'uso prevalente è per gli attacchi a infrastrutture militari e ai civili. Sostituiscono l'artiglieria tradizionale grazie al basso costo e all'efficacia.
«Anche io sono stato inseguito da un drone. – racconta Capannini – Stavamo camminando lungo una strada, quando dietro l'angolo abbiamo visto un drone fermo con la lucina accesa. Appena ci ha visto, si è alzato in volo e ci ha inseguito. Per fortuna c'erano degli alberi e siamo poi riusciti ad entrare in un androne delle scale dove abbiamo aspettato finché non lo hanno abbattuto a fucilate. Mentre correvamo sentivamo il suo motorino. Sono droni FPV (First person view), teleguidati con un visore da una persona distante pochi chilometri, dall'altra parte del fronte. Sono droni kamikaze, con esplosivo attaccato con lo scotch, che inseguono il bersaglio e si schiantano facendo esplodere la bomba. Sono leggerissimi – gli unici pesi sono il motorino e la bomba – e caratterizzati da un'accelerazione fortissima, possono arrivare ai 130 chilometri orari. In questa guerra sono diventati dominanti sul campo di battaglia. Ce ne sono di diversi tipi, ma questi sono i più diffusi. E i più micidiali per la popolazione. La pressione sulla popolazione civile è fortissima. I bombardamenti sono continui, a cui si aggiunge il terrore dei droni.».

Condivisione sotto le bombe: la missione di Operazione Colomba

La presenza dei volontari di Operazione Colomba segue il carisma di don Oreste Benzi, quello della condivisione “diretta” della vita con gli ultimi, qui con le vittime delle guerre.
«Noi non solo non usiamo le armi ma non abbiamo neanche protezione armata. Continuiamo a vivere con le persone che hanno scelto di rimanere qui a Kherson. Partiamo con un pulmino e un rimorchio e andiamo a distribuire legna. Andiamo a trovare le famiglie in difficoltà, tanti anziani che non hanno potuto fuggire. Andiamo anche se girare è pericoloso. Al buio non si riesce mentre di giorno c'è il pericolo dei droni».

Il diritto all'obiezione di coscienza negato

«Conosciamo uomini adulti che sono stati prelevati ai check point e arruolati a forza nell'esercito ucraino. Uno di loro ha trascorso sette mesi nei campi di addestramento ma siccome si rifiutava di imbracciare le armi allora ha dovuto fare lo sguattero. Poi lo hanno mandato al fronte senza niente, senza casco e senza il giubbotto antiproiettile. Lo avevano mandato a morire. Poi è riuscito a scappare. Si è dichiarato obiettore di coscienza ma se viene trovato dall'esercito ucraino, con la legge marziale, rischia dai 5 ai 10 anni di carcere. In Ucraina l'obiezione di coscienza non è ammessa. Abbiamo segnalato a Bruxelles il suo caso, insieme ad altri, all'Ebco, l'Ufficio europeo per l’obiezione di coscienza».

Corruzione e reclutamento: le contraddizioni del governo

«In teoria alcune categorie di uomini sarebbero esentate dal servizio militare, padri con almeno tre figli minorenni oppure con disabili in famiglia, nella realtà reclutano un po' tutti. Ma, dato che la corruzione è diffusissima, basta pagare e ti lasciano libero. Anche al governo ci sono stati diversi episodi di corruzione, nonostante Zelensky fosse arrivato al potere proprio attraverso la lotta alla corruzione. Il presidente è ancora stimato per il fatto di essere rimasto, senza scappare, nonostante gli Stati Uniti gli avessero offerto un rifugio sicuro all'estero. A suo dire, dall'inizio della guerra è scampato a 5-6 attentati».

I volontari di Operazione Colomba scaricano un carico di legna che portano alle famiglie. «Qui l'inverno è freddissimo, la temperatura è andata anche - 17».
Foto di Operaziione Colomba

Le trattative di pace

Chiediamo se la gente pensa che se l'Ucraina rinunciasse al Donbass la guerra finirebbe.
«Il problema non è il Donbass ma avere garanzie di sicurezza. Nel 2014 Putin si è preso la Crimea, adesso il Donbass, la gente si chiede “quali garanzie abbiamo che in futuro non prenda altre terre?” e rimpiangono il fatto di aver restituito le testate atomiche nel 1992 subito dopo il crollo dell'Urss».
Dopo il crollo dell'URSS nel 1991, l'Ucraina ereditò il terzo arsenale nucleare al mondo, circa 5mila testate. Con il Memorandum di Budapest, nel 1994, l'Ucraina trasferì tutte le testate alla Russia per lo smantellamento, ricevendo in cambio garanzie di sicurezza. Garanzie che furono violate nel 2014 con l'invasione della Crimea e nel 2022 con l'invasione in Ucraina.
«Se ci fosse una garanzia internazionale allora se ne potrebbe anche parlare. – spiega Capannini – Altrimenti le centinaia di migliaia di morti sarebbero morti invano. E poi, dopo ogni tentativo di pace c'è un aggravamento della situazione, per cui la gente non ci crede. Per loro arrendersi vuol dire morire. E quindi dicono “se dobbiamo morire allora moriamo combattendo”».

Solidarietà: luce nel quarto anno di conflitto

«Anche in una situazione come questa c'è spazio per umanità, per voler bene, per voler vivere. La gente qui si stringe, sono solidali tra loro, si aiutano a vicenda. C'è chi cerca un forno per cucinare pane da distribuire gratuitamente. Ed anche per noi, non è vero che non si può fare niente. C'è sempre possibilità di non lasciare sole le persone».

© Riproduzione Riservata

Semprenews è su Whatsapp.
Clicca qui per iscriverti al nostro canale e ricevere aggiornamenti quotidiani direttamente sul tuo telefono.