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30 Marzo 2026

Moda, stop alla distruzione dell'invenduto: l'UE mette al bando i

Svolta green a Bruxelles: le nuove norme contro lo spreco di abbigliamento e calzature.
Moda, stop alla distruzione dell'invenduto: l'UE mette al bando i
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Dal luglio 2026 le grandi aziende non potranno più mandare al macero capi mai indossati per proteggere il brand o svuotare i magazzini. Un taglio netto alle emissioni che impone trasparenza totale su smaltimento e riciclo.
Avete mai pensato a cosa succede a quei capi di abbigliamento che non vengono venduti? Non finiscono nei saldi, non vengono donati. Molti di loro vengono semplicemente distrutti: bruciati, tritati, smaltiti come rifiuti. È una pratica comune, silenziosa, e fino a poco fa del tutto legale. Ora, però, l'Unione Europea ha deciso di metterci fine.

L'impatto ambientale: milioni di tonnellate di CO₂ "bruciate"

Nell'Unione europea tra il 4% e il 9% dei prodotti tessili invenduti viene distrutto ogni anno prima di essere indossato. La Commissione europea stima che questa pratica generi circa 5,6 milioni di tonnellate di CO2, un volume vicino alle emissioni nette complessive della Svezia nel 2021.
Un numero che fa riflettere: interi guardaroba che non hanno mai visto la luce del sole, trasformati in gas serra. Il motivo? Spesso è una scelta di business: liberare spazio nei magazzini, oppure proteggere il valore del marchio evitando che i prodotti vengano svenduti.
Il nuovo Regolamento: addio al macero per scarpe e vestiti
Il contesto è quello di una crescente pressione europea sull'industria della moda a basso costo. La Commissione europea ha avanzato proposte per rafforzare i controlli sulle importazioni di piccoli pacchi provenienti da Paesi extra-UE, inclusa l'ipotesi di un contributo forfettario per spedizione e la revisione della franchigia doganale per beni di valore inferiore a 150 euro. Parallelamente, alcune grandi piattaforme attive nel mercato europeo, tra cui Shein, sono state oggetto di indagini e richieste di chiarimento da parte delle autorità europee per presunte pratiche commerciali scorrette e dichiarazioni ambientali non conformi.
Il 9 febbraio 2026 Bruxelles ha adottato gli atti attuativi che rendono operativo il divieto di distruzione di abbigliamento, accessori e calzature invenduti, previsto dal Regolamento (UE) 2024/1781, entrato in vigore il 18 luglio 2024. Il provvedimento si inserisce nella strategia delineata con il Green Deal europeo e rappresenta una delle prime applicazioni settoriali del nuovo quadro sull'ecodesign esteso alla quasi totalità dei beni fisici immessi sul mercato dell'Unione.

Trasparenza totale: le aziende dovranno confessare gli sprechi

Accanto al divieto, arriva anche un obbligo di rendicontazione. Le imprese dovranno indicare, per ciascun esercizio finanziario, il numero e il peso dei prodotti distrutti, le ragioni dello smaltimento, l'eventuale applicazione delle deroghe, la quota avviata a operazioni di trattamento dei rifiuti e le misure adottate per prevenire la distruzione. Le informazioni dovranno essere pubblicate entro dodici mesi dalla chiusura dell'esercizio di riferimento, con obbligo di conservare la documentazione per cinque anni. In pratica: non basterà smettere di bruciare gli invenduti. Le aziende dovranno anche dimostrarlo, con dati verificabili e accessibili al pubblico.

Dalle grandi firme alle PMI: chi deve adeguarsi e quando

Le scadenze non sono le stesse per tutti. Per le grandi imprese l'obbligo scatterà il 19 luglio 2026; per le imprese di medie dimensioni nel luglio 2030. Le micro e piccole imprese sono escluse dall'obbligo di comunicazione, cioè non sono tenute a pubblicare i dati sugli invenduti distrutti ma restano coinvolte nel quadro generale di requisiti di sostenibilità. In altre parole, le norme generali sull'ecodesign previste dal Regolamento (UE) 2024/1781, si applicano in linea di principio a tutte le imprese, indipendentemente dalle dimensioni.
Naturalmente, qualche scappatoia esiste. Le aziende potranno ancora distruggere gli invenduti se un prodotto risulta pericoloso per la sicurezza, presenta problemi igienico-sanitari, viola diritti di proprietà intellettuale o deve essere ritirato dal mercato per obbligo di legge. Casi legittimi, per carità — ma che sarà compito delle autorità nazionali valutare con attenzione, per evitare che le eccezioni diventino la regola.

Fine corsa per la Fast Fashion: verso il riuso obbligatorio

Nel presentare l'adozione degli atti, la Commissaria europea per l'Ambiente Jessika Roswall ha dichiarato che il settore tessile è in prima linea nella transizione verso la sostenibilità, e che con le nuove misure sarà messo nelle condizioni di adottare pratiche sostenibili e circolari, rafforzando al contempo la competitività europea e riducendo le dipendenze.
Per le imprese, il nuovo quadro normativo incide sulle strategie di pianificazione della produzione, sulla gestione dei resi e sull'organizzazione dei canali secondari di vendita o donazione. La distruzione come soluzione ordinaria per l'eccedenza di magazzino non sarà più consentita. Il passaggio a modelli basati su riuso, riparazione e riciclo comporta investimenti logistici e organizzativi, oltre a un'esposizione maggiore sul piano reputazionale attraverso la pubblicazione dei dati sugli invenduti.
Insomma, quell'abito mai indossato dovrà trovare una seconda vita. Non finire in fumo.

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