6 Giugno 2019

Nairobi: «Anche in strada Dio non mi lasciava mai solo»

Sembrano zombie, barcollanti e con gli occhi spenti, bruciati dalla droga.
Foto di Daniel Irungu - Ansa
Sono centinaia i ragazzi dimenticati da tutti nelle baraccopoli del Kenya: per non sentire il morso della fame e per fuggire dalla loro triste realtà, si stordiscono con droga, colla, alcol.
Nairobi, regno di potenti e di inutili, è la metropoli per eccellenza circondata dalle infinite baraccopoli, dove anche i più piccoli sono buttati via, privi di considerazione, liberi di farsi del male e di sopravvivere nel disumano. 
Le baraccopoli sono città in miniatura a sé stanti, piene di vite ma senza una vita che si possa definir tale. Nel camminare tra le baracche l’odore di fogne e di aria pesante ti accolgono, fuochi ovunque di immondizia a cielo aperto solcano il cielo secco in un caldo quasi desertico, che parla, che urla, e a tratti ci si sente in gabbia perché è impossibile respirare.
E poi c’è la strada, un trampolino su un mare di povertà. Camminiamo a passo incerto, dritti verso una rotonda gigante sopra cui passa una grande autostrada, sotto cui muoiono, lentamente, troppe vite. La rotonda è circondata dal caos e al centro si mostra immensa e vuota, ma solo apparentemente. Avvicinandoci le vite umane piccole e grandi sembrano spuntare da ogni buco o nascondiglio invisibile. Attratti dai bianchi “wasungu” salutano con un pugno e si fanno spavaldi, ma gli è praticamente impossibile nascondere il loro stato, i più sono fatti, completamente storditi dalla colla che inalano da una bottiglia di plastica o dalla stoffa che stringono in mano intrisa di benzina e che portano alla bocca con un movimento quasi automatico, entrando in un mondo che solo loro conoscono e da cui è spesso difficile portarli via. Dormono in tanti in quella rotonda, vivono, mangiano, si fanno, vengono abusati e presi a botte. 

La vita in una rotonda

Solo la notte conosce realmente ciò che vedono quegli occhi stanchi. Per molti di loro la vita è lì, il tempo scorre in quel cerchio allargato di nulla. Chiacchieriamo per un po’ con loro mentre ci studiano da vicino: «Un bianco in mezzo a questo schifo? Che cosa ci fai qui?». Sembrano zombie, barcollanti e con gli occhi spenti, bruciati dalla droga. Dove siano mentre mi guardano e parlo con loro non lo so, ma sicuramente molto lontano da qui. 
Per allontanarci dal casino ci spostiamo con loro fino ad uno spiazzo dove troviamo altri ragazzi… e ragazze, alcune di loro con i figli piccoli di 1 o 2 anni, e tutte hanno occhi spenti e bottiglia o fazzoletto in mano, stordite e barcollanti.
Ci fermiamo e ci uniamo in cerchio. Chiediamo chi vuole aggiungersi a noi di sedersi dove riesce, su blocchi di cemento o montagne di rifiuti, su quello che si trova. La discussione bella che si crea inizia con una preghiera in cui sempre e nonostante tutto ognuno ha qualcosa per cui dire «Grazie», per cui lodare Dio, un Dio molto più vero in mezzo a quella spazzatura che in molte chiese nei dintorni.
Poi uno per uno i ragazzi si alzano e dicono la loro, c’è spazio per tutti, si cerca di dare voce a quel grido che li sta soffocando e che sembra non interessare a nessuno.

Mary cerca la madre persa nel vuoto

Mentre la discussione va avanti non riesco a far altro che osservare una ragazza e la sua bimba, Mary, che avrà sì e no 1 anno e mezzo: cammina fra l’immondizia e cerca qualcosa che possa attirare la sua attenzione, per distrarsi dalla fame o dal cercare le attenzioni della madre. Con un altro bimbo si mettono a giocare, gli bastano due cd, infilano il dito al centro e li fanno girare, potrebbero continuare per ore e almeno, in quel mondo, riuscirebbero a non pensare ad altro. Ma poco dopo ciò che accade mi paralizza, la bimba si avvicina alla madre che seduta su un blocco di cemento respira da un pezzo di stoffa qualcosa di cui non può fare a meno. La bimba cerca la sua attenzione, vuole che la madre la prenda in braccio ma lei non lo fa, la prende e la fa sedere dietro di sé, dopo un po’ si alza, sniffa e barcollando si risiede, senza accorgersi di avere la mano della figlia sotto di sé. Ecco un grido e un pianto, ma negli occhi della madre il vuoto, è persa e non sembra capire quello che succede, non è più in grado di udire il pianto disperato della figlia, sembra non riconoscerlo, non sa cosa fare, e il suo sguardo è perso mentre su di lei si aggrappa con disperazione il suo ricordo più grande, la sua stessa vita.  

I bambini di nutrono di colla

Quel giorno i ragazzi che hanno mangiato con noi erano 60, chissà quanti ancora ce n’erano, chissà quanti ancora sono lì, tra la polvere e i sogni, a cercare senza più forza nelle gambe, di afferrare prima o poi se stessi, una qualche dignità e promessa di ritrovare davvero uno spicchio di esistenza che appaia reale e vivo. 
Loro, come una preghiera vivente fatta a ognuno di noi, che parla e chiede scusa, ringraziano per ogni cosa che non hanno e che gli viene portata via ogni giorno dalla società che ingloba quelle vite umane. Senza più respiro, senza più cibo si nutrono di colla, di aria e di nulla. Loro, ci urlano in silenzio di uscire dalle nostre case, ci chiedono di ascoltare le loro storie per non essere dimenticati e soffocati dalla nube di fumo della città che se li inghiotte giorno per giorno finché non li uccide. Ci seguono con lo sguardo e ci chiedono di fermarci, di stare lì, a piangere con loro, per poi rialzarsi in piedi insieme.
Kenya gruppo con un casco bianco
I caschi bianchi in Kenya insieme a persone del posto

In questa Nairobi mi hanno detto però, che il cielo limpido e pulito è il volto di Dio. Dicono che il sole e la luna sono gli occhi del Signore che si alternano a dar luce e protezione al mondo, e che nel cielo infinito c’è la conoscenza di Dio, così conosce tutto e riesce sempre ad essere con noi. Me l’ha raccontato G., un ragazzo che ha vissuto in strada per molti anni. Dice che Dio non lo lasciava solo neanche prima, quando la polvere era il cuscino su cui poggiare il proprio volto e cercare riposo. 
Con una sicurezza così grande di un Dio che ci protegge e che possiamo vedere costantemente, cosa ci spaventa nell’andare incontro a chi Dio lo vede anche nel buio della notte più scura? 
 
*Galli Gabriele, 24 anni, educatore professionale torinese. Ho svolto il mio servizio civile in Zambia lo scorso anno e ora sono in Kenya, a Nairobi, per cinque mesi. Ho scelto di essere casco bianco perché desideravo intravedere il mondo con gli occhi degli ultimi, per scoprire qualcosa di me stesso, e perché vorrei cercare di comprendere come si può urtare, in piccolo, la realtà del mondo, qui tra i bassifondi di cui si nutre la nostra terra.