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24 Ottobre 2020

ONU: dopo 75 anni è ora di cambiare

Dalla sede di Ginevra, parla la dottoressa Mara Rossi, ex missionario: «Mi manca il sorriso dei poveri, ma qui portiamo la loro voce».
Foto di Alessio Zamboni
Dopo aver vissuto 20 anni in Africa come medico missionario, oggi promuove i diritti umani presso le Nazioni Unite a Ginevra. L'ONU è indebolita dai neo nazionalismi, dice. Per darle più forza e credibilità servono riforme e un ruolo più importante per le ONG.
Oggi l’ONU compie 75 anni. Il 24 ottobre del 1945 entrava in vigore, infatti, la Carta delle Nazioni Unite, sottoscritta inizialmente da 51 Stati, ma che progressivamente ha visto allargare l’adesione al mondo intero: 193 Stati membri e due “osservatori”, la Santa sede e lo Stato di Palestina.
La Seconda Guerra Mondiale appena conclusa, con la sperimentazione di armi di distruzione di massa sempre più potenti, aveva fatto intuire come fosse necessario superare gli interessi nazionali particolari in vista di un progetto comune che scongiurasse il pericolo dell’autodistruzione del genere umano.

ONU: obiettivo fallito? 

Un obiettivo che la Carta dell’ONU, all’art. 1, articola in quattro finalità:
  • mantenere la pace e la sicurezza internazionale,
  • sviluppare relazioni amichevoli e fraterne tra le nazioni, 
  • favorire la cooperazione internazionale nella soluzione dei problemi internazionali e nella promozione dei diritti dell’uomo e dello sviluppo,
  • costituire un centro di coordinamento dell’attività delle nazioni volta al conseguimento di questi fini comuni.
Obiettivo fallito, verrebbe da dire, se consideriamo che a distanza di 75 anni sono tutt’ora 30 gli Stati del mondo in conflitto (fonte guerrenelmondo.it). Ma evidentemente la questione è più complessa e articolata. 
Mara Rossi visita bambino in Zambia
La dottoressa Mara Rossi intenta a visitare un bambino nell'ambulatorio della missione della Comunità Papa Giovanni XIII in Zambia, dove è stata missionaria per 20 anni.

Un medico tra i diplomatici

Ne parliamo con la dottoressa Mara Rossi che all’ONU è arrivata non attraverso una tipica carriera da funzionario ma dopo aver vissuto 20 anni come medico missionario a Ndola, in Zambia. Fino a quando, nel 2009 ha compiuto un volo in direzione sud-nord che l’ha portata in poche ore a vivere un cambiamento di prospettiva incredibile: dalle casupole fatiscenti dei compound dove curava i malati di AIDS è passata agli uffici e alle sale conferenze della sede ONU di Ginevra, per rappresentare la Comunità Papa Giovanni XXIII che nel frattempo, nel 2006, si era accreditata presso l’ECOSOC, il Consiglio Economico e Sociale.
 
Mara, in Africa ti occupavi dei poveri, a Ginevra di povertà. Cosa è cambiato?
«Sono passata dal sorriso disarmante dei poveri ad avere a che fare con diplomatici, con le cosiddette “stanze dei bottoni”. Però questo mi dà la possibilità di portare qui ciò che ho capito in quella che noi della Comunità Papa Giovanni XXIII chiamiamo la “condivisione diretta di vita” con gli ultimi, gli emarginati. Soprattutto cerco di portare avanti un aspetto strettamente connesso alla condivisione: l’azione volta a rimuovere le cause profonde che creano le ingiustizie e i processi di marginalizzazione. Cerco di essere voce di chi non ha voce.» 
 
C’è un legame tra il lavoro che fate voi a Ginevra e coloro che tuttora vivono la condivisione con i poveri e gli emarginati?
«Certo, ci facciamo continuamente portavoce delle istanze che emergono da coloro che sono in prima linea, in tutti gli oltre 40 Paesi del mondo in cui come Comunità Papa Giovanni XXIII siamo presenti. Li consultiamo continuamente prima di redigere i nostri rapporti o quando prepariamo gli interventi al Consiglio per i diritti umani. Un’occasione particolare è data dall'UPR, in italiano revisione periodica universale, uno strumento importante con cui a turno tutti gli Stati dell’ONU devono rendere conto di come hanno rispettato i diritti umani in base ai trattati che hanno ratificato: in questo lavoro sono fondamentali le informazioni che ci arrivano da coloro che sono sul campo.» 
Mara Rossi
La dottoressa Mara Rossi durante un intervento presso la sede delle Nazioni Unite a Ginevra

Il ruolo delle ONG alle Nazioni Unite

L’Onu è composta da Stati. Che ruolo hanno le Organizzazioni non governative?
«In verità il preambolo della Carta delle Nazioni Unite esordisce con “We the peoples”, noi nazioni, quindi l’idea costitutiva dell’ONU era di creare un’unione tra popoli e non solo tra Stati. Poi di fatto è vero che sono gli Stati a fare il bello e il cattivo tempo. Però tramite l’ECOSOC, il Consiglio Economico e Sociale, la società civile ha la possibilità di partecipare direttamente agli eventi e alle negoziazioni.»
 
In che modo?
«Le ONG si possono accreditare presso l’ECOSOC se hanno certi requisiti: devono dimostrare, ad esempio, che contribuiscono sul campo a perseguire gli obiettivi delle Nazioni Unite, che sono presenti in vari Paesi del mondo, che hanno una gestione trasparente e libera da rapporti con corruzione e terrorismo. Le ONG possono fare interventi scritti, orali, organizzare eventi paralleli durante le varie sessioni del Consiglio per i diritti umani e compiere un'azione di advocacy e di lobby, cioè possiamo contattare i delegati dei vari Stati e presentare le nostre posizioni o richieste.»

Dalla solidarietà reattiva a quella preventiva

Quando in Zambia curavi i malati, o li accoglievi in casa, vedevi subito i risultati. Qui sembra invece che gli obiettivi di pace e cooperazione internazionale siano ben lontani  dall’essere raggiunti. 
«È vero: da medico, ma anche da semplice membro della Comunità che accoglie i poveri, vedevo subito i risultati, mentre qui – ed è l’aspetto più difficile da accettare – si semina oggi e i risultati si avranno magari fra 30 anni quando gli Stati recepiranno nelle loro legislazioni quei principi per certi aspetti rivoluzionari che noi oggi proponiamo. Però vorrei anche offrire una visione positiva del lavoro che si sta facendo alle Nazioni Unite.»
 
Quale?
«La nostra azione sta facendo passare, sia pur lentamente, una cultura diversa.»
 
Cosa te lo fa pensare?
«Alcuni risultati concreti che abbiamo già ottenuto, ad esempio sul tema della solidarietà internazionale, che alle Nazioni Unite è molto importante. Come Comunità fin dall’inizio abbiamo lanciato un principio innovativo, che è uno dei capisaldi del pensiero del nostro fondatore, don Oreste Benzi: passare dalla solidarietà post factum, di tipo riparativo, alla solidarietà ante factum, cioè preventiva, intervenendo sulle cause delle ingiustizie anziché sulle conseguenze. Un’idea assolutamente nuova in questo ambiente, che stata fatta propria dall’esperto indipendente sulla solidarietà internazionale. Oggi questo concetto rivoluzionario circola nei rapporti, è andato a finire anche all’università. È una nuova cultura che pian piano passa. Dunque non direi che il progetto per cui è stata creata l’ONU sta fallendo, anche se però è in crisi.»
Ginevra, Palazzo delle Nazioni Unite
Foto di Alessio Zamboni

Una riforma per rafforzare il ruolo delle Nazioni Unite

In che senso?
«C’è un grosso problema finanziario, di liquidità, con gli Stati Uniti che non sostengono più e molti Stati che versano le quote in ritardo. E poi è in corso un forte attacco al multilateralismo - che l’ONU rappresenta nella sua massima espressione - da parte dei nuovi nazionalismi e populismi. Bisognerebbe invece rafforzare il ruolo dell’ONU, anche attraverso delle riforme. C’è già un processo di riforma iniziato dall’ex segretario generale Kofi Annan, espresso nel documento “In larger freedom”. Contiene spunti di riforma molto belli, anche se si tratta di un processo lento.»
 
Gli Stati che compongono l’ONU non hanno lo stesso potere. Solo cinque sono membri permanenti del Consiglio di sicurezza – Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Regno Unito, – e hanno potere di veto. Sono gli Stati che hanno vinto la Seconda guerra mondiale. Dopo 75 anni non sarebbe ora di cambiare?
«Chiariamo: gli Stati non hanno lo stesso potere per quanto riguarda il Consiglio di sicurezza, mentre nell’Assemblea Generale partecipano e votano tutti gli Stati per cui non c’è disuguaglianza. Certo le risoluzioni dell’Assemblea sono sostanzialmente esortazioni non vincolanti, non si applicano sanzioni, mentre il Consiglio le può applicare. Il Consiglio andrebbe sicuramente riformato tenendo conto del cammino fatto in questi decenni dalla famiglia umana, e l’Assemblea dovrebbe diventare una sorta di Parlamento  mondiale, pur salvaguardando la sovranità degli Stati che è un concetto fondamentale delle Nazioni Unite. Ma parallelamente andrebbero riformate anche altre istituzioni internazionali come il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale, dove il potere degli Stati ricchi è molto più forte rispetto a quello dei Paesi in via di sviluppo.» 
 
Se fosse chiesto a te di riformare l’ONU, su cosa punteresti?
«L’ONU deve anzitutto rimanere super partes e garantire il multilateralismo, perché solo questo può favorire una soluzione pacifica dei conflitti. Va cambiata sicuramente, come dicevamo, la struttura del Consiglio di sicurezza e poi andrebbe colmato il divario tra New York, dove c’è la sede centrale, e Ginevra, dove ci si occupa soprattutto di diritti umani, perché non è scontato che il linguaggio dei diritti umani passi in tutte le sedi. Va potenziata la presenza della società civile, che invece in questo tempo, complice anche le limitazioni dovute al Covid-19, si è indebolita e ha uno spazio di azione più ristretto. Andrebbe migliorato il collegamento tra le varie Agenzie dell’ONU, che a volte rischiano di agire ognuna per conto proprio. Inoltre penso che sarebbe giusto anche rivedere i criteri con cui si gestiscono le spese.»
 
In che senso?
«Perché fare incontri in hotel 5 stelle o viaggiare in business class? Con un'amministrazione più sobria questi soldi che potrebbero essere risparmiati e usati in maniera più proficua.»

La principale minaccia per l’umanità

Al momento della fondazione dell’ONU, ciò che ha spinto le nazioni a collaborare, come si legge nel preambolo della Carta delle Nazioni Unite, è stata la spinta “a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità”. Oggi la principale minaccia per l’intera umanità sembra essere quella ambientale. Da quanto puoi percepire, c’è consapevolezza da parte dell’ONU di questa emergenza? 
«Sì, sono diversi anni che si sta parlando del climate change ed è percepita come la minaccia più grande, la sfida del futuro. I vari special rapporteur ne parlano e si sta pensando di dare un mandato specifico su questo tema. Noi come Comunità siamo già intervenuti varie volte e l’abbiamo fatta diventare una priorità trasversale assieme al diritto allo sviluppo, alla pace e alla solidarietà internazionale. C’è anche una risoluzione specifica dell’ONU su questo tema.»
 
Sei fiduciosa che questa azione possa invertire la rotta?
«L’ONU si è mossa e ha collocato il tema dei cambiamenti climatici al top dell’agenda, ma l’efficacia è legata alla volontà politica degli Stati di rispettare gli impegni. E dipende anche dalle piccole scelte quotidiane che ognuno di noi può compiere. Ogni crisi è un’opportunità. La pandemia da Covid-19, così come i cambiamenti climatici, ha evidenziato ancora di più che siamo tutti interconnessi e soggetti alla catastrofe se non andiamo nella direzione di una fraternità vera universale, come ci ricorda Papa Francesco nella nuova enciclica Fratelli tutti