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1 Giugno 2026
Ultima modifica: 1 Giugno 2026 ore 10:43

Oltre i pregiudizi: la voce di Souheir per la dignità delle donne

La testimonianza di Souheir Katkhouda (ADMI) al progetto ALMA: «Uomini e donne hanno pari valore davanti a Dio. La violenza nasce dall'ignoranza, non dall'Islam».
Oltre i pregiudizi: la voce di Souheir per la dignità delle donne
Foto di Souheir Katkhouda
In un momento storico in cui il dibattito pubblico su migranti, seconde generazioni e violenza si accende spesso tra slogan e polemiche, la testimonianza dell'italo-siriana Souheir Katkhouda offre una prospettiva diversa: quella di un Islam che promuove la dignità della persona e che si impegna per la prevenzione della violenza. Durante una recente formazione online del progetto nazionale ALMA, Katkhouda ha raccontato il lavoro portato avanti da anni dalle donne musulmane in Italia, tra dialogo interreligioso, educazione e sostegno concreto alle vittime.
C'è un'Italia che fa meno rumore dei più recenti talk show e delle polemiche social. Un'Italia che ogni giorno costruisce ponti, occasioni di ascolto e messaggi che creano coesione. È l'Italia delle associazioni, delle comunità e delle persone che lavorano insieme per prevenire la violenza sulle donne e combattere discriminazioni e stereotipi.
Tra queste voci c’è quella di Souheir Katkhouda, fondatrice e presidente dell’Associazione delle Donne Musulmane d’Italia (ADMI), intervenuta recentemente in una formazione del progetto nazionale ALMAComunità etnico-religiose in rete per prevenire lo sfruttamento delle donne migranti, promosso dalla Comunità Papa Giovanni XXIII e finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità.
Il suo intervento è stato molto più di una lezione: è stato un dialogo propositivo e un invito a guardare oltre i pregiudizi.

Donne musulmane, cittadine italiane, protagoniste del cambiamento

L’ADMI nasce nel 2001 dall’iniziativa di donne appartenenti alla prima generazione di immigrate in Italia. L’obiettivo? Favorire integrazione, partecipazione sociale e valorizzazione del ruolo femminile all’interno della comunità islamica e della società italiana.
Da allora, l’associazione ha promosso incontri, attività culturali, dialogo interreligioso e iniziative contro il radicalismo e la violenza, collaborando anche con istituzioni e reti territoriali.
Souheir Katkhouda rappresenta oggi una figura importante di questo percorso. Una donna musulmana originaria di Aleppo, quella terra martoriata da anni di conflitti, in cui Souheir ha studiato in una scuola cristiana, crescendo all'epoca in un clima di rispetto tra persone di diverse religiose. Da trent’anni in Italia, il marito medico, lei ha di recente terminato una tesi di laurea all’Istituto Bayan (Istituto Italiano di studi islamici e umanistici). Dove ha trovato la motivazione per impegnarsi a favore delle donne e insieme alle donne musulmane ce lo racconta lei stessa. «Nel 2000 ricevetti un invito ad intervenire ad una conferenza internazionale promossa dal Dipartimento pari opportunità dal titolo provocatorio “Il Corano è contro le donne”. Da lì ho capito che era necessario un approfondimento importante sulla religione e questione femminile: ero per la prima volta davanti a più di 200 persone, proprio io una donna musulmana col velo, era il mese della donna, era la prima volta che partivo con l’aereo da sola a Roma per una conferenza internazionale. Era iniziato il tempo di conoscere, informarsi, approfondire il ruolo della donna nella nostra religione».

«Uomini e donne hanno lo stesso valore davanti a Dio»

Uno dei messaggi più forti riguarda proprio il tema della dignità della donna nella prospettiva islamica.
Katkhouda ha ricordato come il Corano affermi che uomini e donne siano stati creati da un solo essere umano e abbiano pari valore davanti a Dio. Non solo. «Esistono nel Corano interi capitoli dedicati alle donne e a Maria, segno di un riconoscimento spirituale e sociale della donna rivoluzionario per l’epoca in cui l’Islam nacque».
Secondo la presidente dell’ADMI, principi come dignità, libertà, uguaglianza e responsabilità personale fanno parte dell’identità islamica da oltre quattordici secoli. Un messaggio importante, soprattutto oggi, quando spesso l’Islam viene raccontato solo attraverso stereotipi o semplificazioni.

Ogni religione può dare un contributo importante contro la violenza

Katkhouda ha affrontato anche un tema delicato: quello dei comportamenti violenti o discriminatori verso le donne diffusi in alcune realtà familiari o comunitarie. La sua posizione è chiara: la violenza non nasce dall’Islam, ma «da ignoranza, tradizioni patriarcali e retaggi culturali che nulla hanno a che vedere con i principi religiosi».
«Nel matrimonio islamico - ha spiegato - esistono diritti e doveri reciproci». L'armonia è il valore alla base dei rapporti tra uomini e donne. Le donne inoltre hanno diritto all’indipendenza economica, possono lavorare, possedere beni e gestire autonomamente il proprio patrimonio. E soprattutto, nessuna violenza può essere giustificata usando la religione.
Anche rispetto ai versetti del Corano spesso strumentalizzati nel dibattito pubblico, Katkhouda ha sottolineato l’importanza di affidarsi a studiosi qualificati e al modello di comportamento del profeta Muhammad, che — ha ricordato — non ha mai usato violenza contro le donne e ha sempre condannato i maltrattamenti.

Le seconde generazioni cambiano il racconto

Particolarmente interessante le parole dedicate alle giovani donne musulmane nate e cresciute in Italia. «Ci sono ragazze che studiano, lavorano, fanno politica e volontariato nel sociale». Giovani che vivono ogni giorno tra identità multiple. Giovani che diventano anche un ponte tra culture e religioni diverse. Certo, restano problemi come l'islamofobia e le discriminazioni. Ma «le nuove generazioni stanno costruendo un modo più libero ed equilibrato di vivere la propria identità».
Ed è proprio qui che il progetto ALMA assume un valore speciale: creare ascolto e collaborazione tra realtà diverse per prevenire la violenza, superare quelle visioni, quei linguaggi e quei comportamenti che portano a sfruttamento sessuale, violenza psicologica, matrimoni forzati. E promuovere invece relazioni sane tra ragazzi e ragazze e uno scambio propositivo per diffondere messaggi comuni e condivisi sulla dignità umana.

Le narrazioni che dipingono i musulmani come "incompatibili con la cultura italiana" servono spesso solo ad alimentare paure e tensioni sociali. Per questo il dialogo interreligioso diventa fondamentale per conoscersi, smontare stereotipi e costruire comunità più unite, senza violenza di genere.

Contro la violenza: ascoltare le vittime ed educare al rispetto

Tra le esperienze raccontate da Souheir Katkhouda che vive a Milano c’è anche il Progetto Aisha, attivo da dieci anni in Lombardia.
Un’iniziativa concreta che offre ascolto, supporto psicologico e legale alle donne vittime di violenza, lavorando insieme alle reti antiviolenza del territorio.

Non si tratta solo di assistenza, ma anche di prevenzione: laboratori, arte, formazione, educazione all’autonomia economica e momenti di confronto per aiutare le donne a riconoscere situazioni tossiche e trovare il coraggio di chiedere aiuto. «Oggi guardando i Tg ogni giorno, il numero dei femminicidi ci spaventa. In Italia sembra ci sia una lotta tra uomo e donna, ma cosa stiamo facendo prima di arrivare alla violenza agìta sulle donne? come ci stiamo impegnando rispetto alla relazione tra maschi e femmine? Prevenire significa prima di tutto educare».
A partire dalla famiglia prima di tutto. E dai modelli che bambini e ragazzi seguono ogni giorno online. Occorre partire al contrario dal rispetto reciproco tra genitori, dall’ascolto, dalla capacità di comunicare senza aggressività.
Ma anche scuole, associazioni, comunità religiose e social network hanno una responsabilità enorme nella formazione dei giovani.
In un tempo attraversato da odio online, polarizzazione e fake news, servono più spazi di incontro reale e meno slogan. Perché la violenza contro le donne non si combatte dividendo le persone tra “noi” e “loro”, ma costruendo insieme una cultura della dignità e dell’umanità condivisa.
 
 
 

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