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Il piano AccelerateEU della Commissione europea punta su elettrificazione e rinnovabili per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, ma omette una tassa europea armonizzata sugli extra-profitti delle compagnie petrolifere, stimati a 24 miliardi di euro nel 2024
Ogni volta che il Brent sale,
i costi di produzione restano praticamente fermi. A muoversi sono i margini. E quest'anno — con il petrolio balzato sopra i 100 dollari al barile dopo i raid americano-israeliani sugli impianti iraniani — le major dell'oil & gas
realizzeranno in Europa profitti straordinari per
24 miliardi di euro, tutti scaricati sugli automobilisti. È
la stima di Transport & Environment, pubblicata nelle scorse settimane: al momento del rapporto, le compagnie avevano già maturato 1,3 miliardi di extra-guadagni.
In questo scenario, la Commissione europea ha scelto il 22 aprile, di presentare il piano AccelerateEU, la sua risposta strutturale alle crisi energetiche ricorrenti. Il documento punta sull'elettrificazione e sul risparmio energetico come leve principali per ridurre la dipendenza dai fossili. Pompe di calore, efficienza negli edifici, rinnovabili per il riscaldamento, voucher per le famiglie vulnerabili: l'impostazione, secondo l'European Environmental Bureau (EEB), va nella direzione giusta. Il problema è ciò che manca.
Il piano, pur riconoscendo che gli Stati membri possono tassare i profitti straordinari delle compagnie energetiche, lascia tutto in mano ai governi nazionali. Nessun quadro europeo, nessuna aliquota minima comune, nessun meccanismo condiviso. Una scelta politica che stride con i numeri sul tavolo.
Il copione dei profitti gonfiati durante le crisi non è nuovo.
Nel 2022, dopo l'invasione russa dell'Ucraina, i prezzi alle pompe esplosero e gli automobilisti europei pagarono collettivamente un "premio geopolitico" da 55 miliardi di euro. I margini di raffinazione triplicarono rispetto al 2021. I profitti delle compagnie petrolifere e del gas attive nell'Unione superarono i 104 miliardi di euro, con un balzo del 45% sull'anno precedente. La risposta politica andò in direzione opposta: i governi tagliarono le accise sui carburanti per un totale di 29 miliardi di euro, misura che attenuò i prezzi nel breve periodo ma sostenne la domanda di petrolio, gonfiando ulteriormente i guadagni del settore. Nel triennio 2021-2023, le sovvenzioni medie annuali al fossile nell'Unione europea hanno superato i 103 miliardi di euro.
Sono i conducenti che pagano
«I conducenti pagano, le compagnie petrolifere incassano», ha dichiarato Daniel Quiggin, senior policy advisor di T&E. «Le major hanno ogni incentivo a tenere l'Europa dipendente dai combustibili fossili, perché sono loro a beneficiare dei picchi di prezzo. L'Unione europea dovrebbe reintrodurre la tassa sui profitti in eccesso e investire i proventi nell'elettrificazione e nelle rinnovabili per spezzare definitivamente questo circolo vizioso».
Lo strumento, in realtà, esiste già. Nel 2022 l'UE varò un contributo di solidarietà del 33% sui profitti fossili superiori del 20% alla media 2018-2021, raccogliendo circa 28 miliardi di euro tra il 2022 e il 2023, prima che il meccanismo scadesse. Alcuni Stati spinsero molto più in là: Irlanda al 75%, Slovenia all'80%. Poi il meccanismo è scaduto e non è stato rinnovato.
Chi vuole che resti così non si è limitato ad aspettare. Nel 2024, il Klesch Group — colosso dell'energia e della raffinazione — ha avviato una serie di arbitrati internazionali contro l'UE, la Germania e la Danimarca, contestando proprio quella tassa di solidarietà come violazione del Trattato sulla Carta dell'Energia. Il tribunale arbitrale ha già provvisoriamente ordinato alla Germania di non riscuotere l'imposta dalla raffineria del gruppo. Il caso, ora alle fasi centrali davanti all'ICSID, rischia di diventare un precedente capace di paralizzare qualsiasi futura politica fiscale allineata agli obiettivi climatici.
AccelerateEU e le sue debolezze
È in questo quadro che CAN Europe chiede di trasformare la misura emergenziale in un'architettura stabile. La proposta prevede un'imposta coordinata a livello europeo, con regole comuni — definizione del settore, aliquote minime — e flessibilità di attuazione nazionale. Sul tavolo tre varianti: una tassa aggiuntiva sull'imposta societaria, una tassa sui profitti eccedenti un rendimento normale del capitale del 10%, oppure una tassa sulla ricchezza fossile, che colpisca dividendi, plusvalenze e riacquisti di azioni legati ad attività fossili.
Il piano AccelerateEU mostra anche un'altra debolezza concreta:
non prevede fondi pubblici dedicati né misure vincolanti per sostenere l'elettrificazione alla scala necessaria. La Commissione si affida alla mobilitazione di capitali privati per coprire un fabbisogno stimato in 660 miliardi di euro l'anno fino al 2030. Sul nucleare, intanto, il documento dedica ampio spazio ai piccoli reattori modulari come risposta alla crisi nel breve termine — tecnologia non ancora disponibile su scala commerciale, che l'EEB definisce senza mezzi termini una distrazione.
T&E ricorda che i profitti straordinari da shock geopolitici sono per natura temporanei: una volta che i mercati si stabilizzano, i margini tornano verso le medie storiche. «Attendere la certezza dei dati», avverte l'organizzazione, «significa attendere fino a quando il momento dell'ingiustizia è già passato». Gli 8 milioni di auto elettriche oggi in circolazione nell'Unione hanno risparmiato nel 2025 circa 46 milioni di barili di petrolio importato, per un valore di quasi 3 miliardi di euro — che ai prezzi attuali salgono a 4,7 miliardi. La direzione è quella giusta. La velocità, ancora no.