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9 Maggio 2020

Quarantadue anni fa veniva ucciso Aldo Moro. Padre della giustizia riparativa

Il 9 maggio è il giorno della memoria per le vittime del terrorismo.
Vittime e carnefici negli "anni di piombo". Molti di loro si sono incontrati per intraprendere un cammino di riconciliazione. «La riduzione delle recidive attraverso un percorso riparativo, non solo repressivo, è un dato statistico comprovato» ha dichiarato la presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia.
Il 9 maggio di 42 anni fa, in via Caetani, in pieno centro a Roma, in una Renault 4 venne rinvenuto il corpo senza vita di Aldo Moro. Ucciso dalle Brigate Rosse dopo 55 giorni di prigionia. Aveva 61 anni e quattro figli avuti dalla moglie Noretta. Un uomo che aveva donato l'intera vita allo Stato. Si laureò in giurisprudenza a 22 anni con il massimo dei voti, superando tutti gli esami con la lode. Nel pieno della guerra si incontrò clandestinamente con altri esponenti dei movimenti cattolici per gettare le basi della futura Democrazia Cristiana. A trent'anni venne eletto all'Assemblea Costituente per la redazione della nostra Carta Costituzionale. Divenne più volte Ministro, cinque volte Presidente del Consiglio, segretario della Democrazia Cristiana ed infine Presidente della stessa.
L'omicidio Moro fu l'apice degli “anni di piombo”, il terrorismo italiano negli anni '70.

L'incontro tra vittime e carnefici

In un recente libro Angelo Picariello, giornalista di Avvenire, indaga quegli avvenimenti non da un punto di vista dei complotti, dei servizi segreti deviati, di chi manipolava le brigate rosse. Temi su cui si sono scritti fiumi di libri, dossier, indagini parlamentari. Nel suo libro Picariello parla di persone: delle vittime e dei loro carnefici. Uomini e donne che rimasero affascinati da ideali rivoluzionari - alcuni si definivano “nuovi partigiani” appartenenti a “movimenti di liberazione” - e che poi si ritrovarono ad impugnare una pistola. Chi conosce le vicende umane sa che è molto sottile il confine tra la strada sbagliata e quella retta. 


Angelo Picariello, giornalista di Avvenire, dibatte sul tema con Giovanni Ricci, figlio dell'autista di Aldo Moro, Giovanni Grasso, direttore ufficio stampa della Presidenza della Repubblica, Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII

Il ibro si intitola Un'azalea in via Fani: l'azalea è il fiore che Franco Bonisoli, uno degli uomini del commando che trucidò i cinque agenti di scorta di Moro, ha posto alcuni anni fa sulla lapide commemorativa che ricorda la strage di via Fani. Oggi molti dei protagonisti di quegli anni si sono rincontrati: carnefici da una parte e parenti delle vittime dall'altra. In questi anni in Italia sono avvenuti, senza tanti clamori, numerosi incontri, in alcuni casi vere riconciliazioni. La forza - immensa - del perdono. Agnese Moro, figlia del grande statista, e Franco Bonisoli, il terrorista, hanno girato l'Italia per raccontare insieme le vicende di quegli anni a migliaia di giovani.

«Il bisogno del nemico manifesta la debolezza di chi lo crea»

«Nessuno ha da trarre vantaggi diretti da queste esperienze. - si legge nel libro - Chi ha sbagliato ha pagato, ed è cittadino libero, ormai. Chi ha pagato perdendo una persona cara sa che niente e nessuno potrà restituirgliela. Ma tutti ne sono usciti arricchiti, come liberati da un pesante fardello, da poter finalmente portare insieme.»
I giovani hanno guardato questo cammino con estremo interesse. «Immersi come sono in quella fiera della “nemicità” rappresentata dai social, hanno potuto sperimentare direttamente dove può portare la spirale dell’odio e quanto è stato difficile venirne fuori. - scrive Picariello - Ma il bisogno del nemico manifesta la debolezza di chi lo crea. Il nemico richiede sempre il rispetto di un cliché che giustifichi l’odio. Per romperlo è bastato stare insieme.»
Agnese Moro racconta che la sua vita rimase bloccata tra il 16 marzo e il 9 maggio 1978 - i 55 giorni della prigionia del padre - ma «se ognuno resta paralizzato nella sua condizione di reo o vittima, il rischio è quello di rimanere prigionieri nella fissità del passato».

La giustizia riparativa è più efficace

Nel libro viene infine riportato un intervento della professoressa Marta Cartabia, attuale Presidente della Corte Costituzionale: «Il bisogno di giustizia non si esaurisce con la sentenza. La condanna è solo l’inizio di un percorso. Si tratta di ricostruire, rammendare un tessuto relazionale che è stato lacerato dal reato. Favorire percorsi di riconciliazione non solo è giusto, ma anche efficace - spiega. - La riduzione delle recidive attraverso un percorso riparativo, non solo repressivo, è un dato statistico comprovato. Lo conferma il fatto che le nostre carceri in gran parte sono popolate da detenuti di ritorno. La punizione da sola non è in grado di estirpare quel germe di male e di violenza che vorrebbe combattere. Si travisa invece il concetto di certezza della pena, dimenticando principi e finalità che la Costituzione impone alla pena stessa. Lo Stato vince davvero quando i conflitti sono risanati, mentre soffre se la società è divisa, frammentata e conflittuale, che è un po’ il segno della nostra epoca», conclude Cartabia. 
Questo metodo ha un nome: si chiama “giustizia riparativa”. La troviamo nella nostra Costituzione all'articolo 27: «Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato». Un principio scritto e voluto da un giovane costituente, un giurista che si chiamava Aldo Moro.