Topic:
31 Dicembre 2021
Ultima modifica: 31 Dicembre 2021 ore 07:57

Ramonda: «Un anno impegnativo, ma il bene vince sempre»

Intervista di fine anno al presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII. Tra i fatti del 2021 la beatificazione di Sandra Sabattini e il Decreto papale che rinnova i vertici dei movimenti.
Foto di Riccardo Manassero
Un dialogo a tutto campo sulle principali sfide che ha dovuto affrontare quest'anno una comunità come la Papa Giovanni XXIII, in prima linea nella condivisione con i più poveri ed emarginati. E ora anche nella "cura del creato".
Quattordici anni fa ha dovuto affrontare la fase forse più difficile della storia della Comunità Papa Giovanni XXIII: la morte improvvisa del fondatore, don Oreste Benzi. «È il momento della responsabilità» aveva detto allora Giovanni Paolo Ramonda, che in quanto vice responsabile generale aveva dovuto prendere temporaneamente le redini dell’associazione, fino alla convocazione dell’assemblea generale che lo ha indicato come successore di don Benzi alla guida della Comunità.
Ruolo che ha ricoperto fino ad oggi, con il suo stile sobrio, da laico, sposato, papà di casa famiglia, garantendo il cammino nel solco del carisma tracciato da don Benzi e riconosciuto dalla Chiesa, ma anche favorendo l’espansione delle attività associative in nuovi settori e raddoppiando il numero di Paesi del mondo in cui esse si svolgono, oggi 42, nei cinque continenti.
Una realtà complessa ed estesa non facile da gestire, che ha visto per lui il moltiplicarsi di incontri e di viaggi, tra cui molti all’estero.
Poi l’arrivo del Covid, l’isolamento forzato o almeno il distanziamento sociale, che per una Comunità basata sulla condivisione diretta di vita con i più poveri, sul fare famiglia tutti insieme sotto lo stesso tetto, è come dire a un cuoco che può cucinare ma senza toccare gli ingredienti. Ma spesso è proprio quando troviamo un ostacolo sulla solita strada da percorrere, che ne scopriamo di nuove.

In questa intervista di fine anno, tracciamo con Ramonda il bilancio di un 2021 in cui non sono mancate le difficoltà, ma anche i momenti belli, come la beatificazione di Sandra Sabattini, e le soprese, come il decreto di Papa Francesco che impone un ricambio al vertice di movimenti ecclesiali dopo dieci anni. Che per lui sono già passati.
Ma partiamo dalla pandemia, che nonostante siano passati quasi due anni dal primo lockdown del 2020, e la scoperta e la somministrazione dei vaccini giunti ormai alla terza dose, resta il tema centrale dei notiziari visto il recente nuovo aumento dei contagi.

«La pandemia non ci ha impedito di accogliere i poveri»

Ramonda, il 2021 è stato l’anno della ripartenza dopo le chiusure, però restano molte limitazioni e misure di distanziamento sociale. Come ha influito sul modo di operare nella Comunità Papa Giovanni XXIII, c’è stata una riduzione nella attività di accoglienza?
«Non c’è stato un rallentamento. La Comunità ha continuato la vita di accoglienza con le migliaia di persone accolte nei vari tipi di strutture e nelle famiglie. Certo questa scelta ha richiesto maggiore impegno, perché molti ragazzi accolti non potevano andare a scuola, gli adulti al lavoro o nei centri diurni, e quindi per i responsabili delle case famiglia e delle famiglie aperte l’impegno di cura è stato ancora più accentuato. Un ruolo importante l’hanno avuto le nostre cooperative, che appena si sono potute riaprire le attività hanno dato lavoro anche a nuove persone in difficoltà a causa del Covid. Anche l’accoglienza dei profughi è continuata, pur nel rispetto delle norme previste.»
 
E le Unità di strada che incontrano i senza dimora o le vittime della prostituzione? Hanno continuato ad operare?
«Durate il lockdown ci siamo attenuti alle regole, c’era solo qualche persona che andava ad incontrare questi fratelli e sorelle offrendo la possibilità di lasciare la strada e di poter raggiungere anche loro un luogo sicuro. Poi quando c’è stato un allentamento delle misure, anche le Unità di strada hanno ripreso ad uscire.»
 
Questo per quanto riguarda l’Italia, ma la Comunità Papa Giovanni XXIII è presente in 42 Paesi del mondo: com’è la situazione nei diversi Paesi?
«Ci sono state situazioni difficili. In alcuni casi da due anni i missionari vivono esclusivamente nella missione, senza poter tornare in Italia anche solo per una visita a parenti ed amici. La loro scelta è stata messa alla prova ma i nostri missionari sono meravigliosi. Abbiamo cercato di supplire all’isolamento con i contatti con line, che si sono moltiplicati. In alcune situazioni, poi, siamo davvero in prima linea, come tra i profughi di Lesbo con i giovani di Operazione Colomba, e ora si sta andando tra i più disperati ai confini della Bielorussia. I giovani hanno questa vivacità di saper andare incontro ai poveri anche in nuove forme.»

Ecologia integrale, una nuova consapevolezza

Accanto alla condivisione con i poveri, che caratterizza la Comunità fin dal suo nascere, quest’anno avete approfondito il tema dell’ecologia integrale, che lega la cura dell’essere umano fragile a quella dell’ambiente. Una intuizione che si appresta a diventare strutturale, integrando la mission dell’associazione. È così?
«Sì. Il tema è stato approfondito molto, coinvolgendo soprattutto i nostri giovani impegnati nel percorso “Laudato si’” promosso da Papa Francesco, che hanno incontrato nel corso dell’anno tutte le zone della Comunità. Nel nuovo Direttorio che stiamo preparando ci sarà proprio un nuovo capitolo dedicato alla “cura e custodia del creato”, che quindi rientrerà ufficialmente tra le linee attuative del nostro carisma in questo momento storico.»
 
Sono state individuate anche scelte operative in tal senso?
«Un cambiamento molto evidente è stata la drastica riduzione dei viaggi, sia in auto che in aereo. Prima è stata dovuta al lockdown ma ora è diventata una scelta stabile. In questo modo abbiamo ridotto spese, emissioni inquinanti e rischi. La scoperta interessante è che, utilizzando le possibilità offerte dalle tecnologie digitali per gestire riunioni "on line", oggi ci incontriamo molto di più e con una partecipazione di gran lunga maggiore, da tutte le parti del mondo in cui siamo presenti.»
 
Altre scelte?
«C’è un gruppo di lavoro che sta raccogliendo le esperienze più virtuose per farle diventare patrimonio comune. Si va dal recupero e riutilizzo dei materiali, all’auto produzione, alla scelta di prodotti biologici, magari coltivati e confezionati dalle nostre cooperative che inseriscono persone svantaggiate. Importante in ogni caso il consumo critico, perché ogni volta che acquistiamo o non acquistiamo un bene o un servizio contribuiamo al cambiamento sociale.»

Le emergenze

Guardando alle persone che bussano alle porte della Comunità, c’è una povertà che tu avverti oggi come prioritaria?
«I bisogni a cui abbiamo risposto in questo anno sono molteplici, ma se devo sceglierne uno direi che questa pandemia ci ha aperto gli occhi in particolare sugli anziani. Rappresentano la nostra storia, che in molti casi abbiamo visto morire rinchiusa in veri campi di concentramento, e questo non deve più succedere. Occorre rilanciare la territorialità, la possibilità che i nostri anziani e in generale tutte le persone fragili vivano nel loro ambiente, al centro e non ai margini della comunità civile ed ecclesiale. Come Comunità abbiamo sempre accolto le persone anziane, ma dovremo investire ancora di più in questo campo.»
 
In questi ultimi mesi dell’anno abbiamo visto una gara tra miliardari per organizzare viaggi spaziali di pochi minuti in favore dei super ricchi, e contemporaneamente migliaia di persone ammassate lungo i muri e fili spinati che dividono Paesi ricchi e Paesi poveri. Come superare questa contraddizione?
«La via della giustizia è la condivisione, affinché a tutti sia garantito il necessario, a costo anche di togliere a chi ha molto. Occorre una scelta politica forte in tal senso. Nella dottrina sociale della Chiesa la proprietà privata va finalizzata al bene comune. Lo Stato ci deve essere, non si può lasciare che il mercato che si regoli da solo, tanto più con la concentrazione attuale di ricchezza nelle mani di poche multinazionali. Noi cristiani dobbiamo essere attenti a queste dinamiche e prendere posizione sulle ingiustizie, sull’esempio di Papa Francesco, o di Desmond Tutu che abbiamo ricordato in questi giorni. La nostra non è una religione spiritualistica, è un verbo che si fa carne e trasforma la vita personale e sociale.»

Sandra Sabattini, un punto di riferimento

Tra i fatti salienti avvenuti nel 2021 c’è la beatificazione di Sandra Sabattini, il 24 ottobre.
«Sandra come ogni santo è una stella piena di luce che illumina la notte. Per la nostra Comunità è un grande segno che appena dopo 50 anni dalla sua nascita ci sia già una beata proprio perché ha vissuto in pieno il nostro carisma. È un punto di riferimento per i giovani la vita così apparentemente normale di questa ragazza che si trasforma in una vita piena, di condivisione con i poveri, di ricerca della giustizia. Sandra ci insegna la disponibilità totale a vivere l’oggi di Dio con la consapevolezza che la vita è un dono.»
 
Una proposta di santità per tutti?
«Sì, soprattutto se stiamo accanto ai poveri. Mi ha colpito una mamma di casa famiglia che durante un incontro ha detto: “Noi siamo santi perché teniamo sulle nostre ginocchia questi bambini cerebrolesi che sono santi innocenti, noi siamo santi per partecipazione”.»

Il decreto di Papa Francesco che rinnova i vertici dei movimenti ecclesiali

L’11 giugno scorso Papa Francesco ha emanato un decreto sull’esercizio di Governo nella associazioni internazionali di fedeli, in cui si dice tra l’altro che i mandati nell’organo di governo non possono avere durata superiore a 5 anni e che la stessa persona non può rimanere in carica per più di 10 anni. Come leggi questo intervento del Papa?
«Io penso che nella continuità ci sia un valore ma deve essere una continuità che si rinnova. Penso che Papa Francesco sia arrivato a questa decisione perché doveva affrontare situazioni specifiche, ma la sua è stata una scelta profetica, che indica a tutti un cammino.»
 
Cosa cambia per la Comunità Papa Giovanni XXIII?
«Nel nostro statuto non c’era un limite al rinnovo dei ruoli di responsabilità, sia per i responsabili di zona che per il responsabile generale. Io nell’assemblea del 2020 avevo ricevuto dall’assemblea il terzo mandato…»
 
Però quando sei stato rieletto, nel tuo intervento hai detto che forse non avresti concluso i sei anni dell’incarico. Una premonizione?
«Io ovviamente non sapevo nulla delle intenzioni del Papa. Però avevo la percezione che tre mandati sono tanti. Ho accettato perché, in accordo con mia moglie, ho scelto di non sottrarmi alle chiamate che il Signore ci fa. Ma ora è arrivato il decreto, l’indicazione è chiara.»
 
Concretamente cosa succederà?
«Sicuramente dovremo modificare lo Statuto nella parte che riguarda la durata dei mandati e il rinnovo delle cariche. Può essere l’occasione anche per rivedere altre parti, oltre che per completare il lavoro sul nuovo Direttorio che era già in corso. Lo Statuto dovrà poi essere approvato dalla Santa Sede. Quindi dovremo rinnovare le cariche per alcuni responsabili di zona che hanno già superato i 10 anni di mandato e per il responsabile generale, che sarà votato dall’assemblea dei delegati.»

Il decreto papale stabilisce che il moderatore, che per la Papa Giovanni coincide con il responsabile generale, trascorsi dieci anni non potrà più essere rieletto. Per te sono già passati.
«Per quanto mi riguarda io sono molto sereno, ho sempre considerato questo incarico come temporaneo mentre quello che mi caratterizza è la scelta della casa famiglia, che condivido con mia moglie fin da quando ci siamo sposati, e alla quale potrò dedicarmi ancora più pienamente.»
 
Ripensando a questo anno appena concluso, c’è un fatto o una immagine che ti ha particolarmente colpito?
«L’infermiera che dopo un turno di lavoro di molte ore si addormenta appoggiando la testa sul tavolo. È il simbolo di chi dona la vita ed è disposto anche a rischiarla per amore. Ci dice che il bene può essere fatto ovunque e che il bene vince sempre. Anche questa pandemia sarà vinta dal bene.»