Il 20 maggio si è celebrato il 489esimo anniversario della prima apparizione. A Mellea, in provincia di Cuneo, un santuario immerso nella natura è meta di pellegrinaggi ma anche luogo dove molte persone ritrovano la vita grazie ad una struttura di accoglienza della Comunità Papa Giovanni XXIII.
L’avvenimento straordinario che porta alla notorietà il piccolo borgo di Mellea, situato in provincia di Cuneo, accade il 20 maggio 1537.
Il nome “Mellea” richiama il miele; forse significa anche che è un luogo in cui ci sono diverse piante adatte per le api, come le acacie, i tigli, i ciliegi. Mellea di Farigliano si trova proprio in mezzo al verde di queste piante e lì nei pressi scorre il fiume Tanaro.
La Domenica di Pentecoste del 1537 un certo Antonio Di Momigliano, molto malato e tanto storpio da camminare a carponi, è di passaggio in quei luoghi alla ricerca di un rimedio per il suo lungo e disperato male. Oltrepassato il Tanaro riesce a risalire un tratto tra le scarpate e le boscaglie finché, affaticato e stanco, si ferma prima di affrontare l’ultima salita.
Improvvisamente gli appare «(…)in una luce abbagliante una Signora vestita di bianco», seduta su un sasso. Antonio, sospinto da un’ispirazione del cuore, fissa il proprio sguardo sulla «bianca signora» che lo guarda con dolcezza e gli chiede dove sta andando e per quale motivo.
Pieno di fede e di fiducia Antonio risponde che è alla ricerca di qualcuno che possa dare un po’ di sollievo alla sua malattia. La «Signora» si manifesta e gli dice: «Levati in piedi, perché qui vi è una Vergine che fa miracoli». Antonio riesce ad alzarsi sulle gambe e si sente guarito; piange di gioia e non smette di baciare il sasso sul quale era seduta la Madonna, provando dentro il proprio cuore un senso di profonda gratitudine verso Nostra Signora delle Grazie.
Da Farigliano e dai paesi vicini iniziano ad arrivare numerose persone, ciascuna di esse con tanta speranza nel cuore e con desiderio di guarigioni; in quel luogo proseguono altri fatti straordinari e il passaggio di tanti fedeli cresce notevolmente, tanto che le Autorità di Farigliano si rivolgono al Vescovo di Alba (dal quale dipendono) per ottenere il riconoscimento di questi fenomeni soprannaturali. A conclusione di un’indagine accurata, il Vescovo Monsignor Marco Girolamo Vida (1485-1566) dichiara «veri e autentici» i fatti accaduti e autorizza la costruzione di una cappella dedicata alla Beata Vergine.
Anche durante i lavori continuano ad avvenire diversi prodigi: una ragazza all’improvviso lascia le stampelle e cammina da sola; un soldato alfiere guarisce inaspettatamente ad un braccio; a un giovane sordomuto ritornano la parola e l’udito. In pochi mesi la cappella dedicata a Nostra Signora delle Grazie è costruita e viene affidata ai Fratelli Disciplinati di Farigliano (una delle Confraternite presenti nel paese).
Il tempo trascorre e, a distanza di un secolo, il 10 aprile 1637, venerdì della Settimana Santa, un pastore diciottenne, Giovanguglielmo Ferrero Di Biagio di Farigliano, si rifugia nella cappella durante una violentissima grandinata; è molto spaventato dalla forza della natura e prega la Beata Vergine per le viti e le piante nei campi; la Madonna appare una seconda volta e Giovangugliemo la vede inginocchiata all’Altare in atto di Preghiera; questo fatto è certificato dal Notaio Bernardo Mancardi il 30 aprile 1637, negli Atti Notarili di Farigliano.
Il succedersi di prodigi documentati nel «Libro dei Miracoli» e il passaggio di tanti fedeli porta le Autorità locali a sostenere gradualmente la costruzione del Santuario per la cui cura pastorale nel 1642 vengono chiamati alcuni Monaci Cistercensi, i quali tengono la reggenza per 5 anni.
Dal 15 febbraio 1647 il Santuario di Nostra Signora delle Grazie di Mellea viene affidato ai Frati Francescani che offrono il loro prezioso servizio per ben 362 anni, fino al 2009.
Secondo alcune fonti, l’Amministrazione Comunale di Farigliano invitò anche Don Giovanni Bosco (1815-1888) a fondare una scuola nel convento e ad assicurare un servizio religioso; il futuro santo viaggiò su uno dei primi treni a vapore della linea Torino - Ceva, fino a Magliano Alpi, per poi arrivare a Mellea in carrozza; in seguito, alcune difficoltà impedirono la realizzazione di questo progetto, così al Santuario di Nostra Signora delle Grazie di Mellea continuò la presenza dei Frati Francescani.
Il passaggio alla Comunità Papa Giovanni XXIII
Nel 2009, a causa della scarsità di vocazioni, in seguito a un discernimento del Vescovo di Mondovì e grazie alla disponibilità della Comunità Papa Giovanni XXIII, il Convento e il Santuario di Nostra Signora delle Grazie di Mellea vengono affidati a quest’ultima Comunità che a luglio 2025, concluse le pratiche burocratiche, ha accettato la donazione da parte dei Frati Francescani.
Questo passaggio storico assume il significato di un maggiore invito a vivere il carisma della Comunità, cioè i Cinque punti della vocazione: 1.condivisione della vita con gli ultimi; 2.condurre una vita da poveri; 3.fare spazio alla preghiera e alla contemplazione; 4.lasciarsi guidare nell’obbedienza; 5.vivendo la fraternità.
La Comunità Papa Giovanni XXIII continua il servizio portando il proprio carisma condiviso ogni giorno con gli accolti e con i fedeli che arrivano anche da lontano, in pellegrinaggio, per motivi di fede e devozionali, o per curiosità, o per interessi artistici e culturali. Il passaggio in ogni luogo sacro trova in ogni animo umano motivazioni interiori profonde; umanamente non è sempre facile e possibile descrivere quello che avviene nel cuore delle persone; come affermava Sant’Agostino (354-430), Dio è «(…) interior intimo meo», cioè non è un’entità lontana e irraggiungibile, ma è nel centro più profondo del nostro essere, «(…) più intimo a me di me stesso».
A Mellea convivono insieme due realtà importanti: il Santuario dedicato a Nostra Signora delle Grazie e il Convento che, dalla semplice casetta iniziale, è stato ampliato fino alla struttura attuale ed ha ospitato carismi diversi: le Confraternite (100 anni circa), i Monaci Cistercensi (5 anni), i Frati Francescani (362 anni) e negli ultimi sedici anni la Comunità Papa Giovanni XXIII. Il susseguirsi e l’intrecciarsi tra questi diversi carismi ha arricchito la spiritualità di Mellea.
Anche l’ambiente naturale si è trasformato negli anni e, in base alla sensibilità dei fedeli, si aggiungono nuovi doni simbolici. Recentemente tre giovani sono tornati in modo prematuro alla Casa del Padre e le loro famiglie, assidue fedeli a Nostra Signora delle Grazie e del Santuario, per ricordarli hanno offerto tre mandorli da piantare nel chiostro del Convento.
A Mellea nella Casa di Ospitalità si vivono tante storie di rinascita: un uomo arrivato da lontano, buon lavoratore ma finito senza-tetto, purtroppo si è ammalato e deve fare la dialisi, cura impossibile vivendo per strada; nella «Casa di Ospitalità Don Oreste Benzi» di Mellea ha trovato la possibilità di curarsi e proseguire il suo cammino. Numerose persone sfruttate e vittime di soprusi, violenze e ingiustizie vengono accolte da alcuni membri della Comunità Papa Giovanni XXIII che, insieme a operatori e volontari, le affiancano in un percorso di riscatto, conducendo nel quotidiano una vita di condivisione.
In questo modo ancora oggi, dopo 489 anni dalla prima Apparizione, a Mellea, nella «Casa di Ospitalità Don Oreste Benzi» e nel Santuario dedicato a Nostra Signora delle Grazie, aprendo il proprio cuore si può respirare un clima di miracoli.
«L’uomo che prega fa esperienza della Provvidenza di Dio che conosce le nostre necessità prima ancora che gliele presentiamo. (…) La vita vera è tutta qui, in qualsiasi situazione ci troviamo; tutto è dono per incontrarci con Gesù. (…) Non dobbiamo parlare di affamati, ma di chi affama, non di oppressi, ma di chi opprime. La devozione senza rivoluzione non serve a niente. Una società che mette i vecchi nei ricoveri, che mette gli handicappati in istituto, è una società disumana. Ai poveri bisogna dare le risposte di cui hanno bisogno e non quelle che ci fanno comodo» (Don Oreste Benzi). Mellea, il chiostro con il mandorloNella dimensione biblica il mandorlo è associato alla promessa di Dio verso il popolo, per questo richiama la Speranza; in diversi episodi dell’Antico Testamento compare il mandorlo quale simbolo di vigilanza, fedeltà, vita nuova, i suoi fiori sono anche segno di bellezza e caducità; i tre mandorli sistemati nel chiostro richiamano questi sentimenti nel nostro cuore di fedeli.
La devozione mariana
Nella Chiesa il culto e la devozione verso la Madonna sono molto antichi e diffusi in tutto il mondo, originati perché Maria è sia la Madre di Gesù, «vero Dio e vero Uomo» e sia la Madre nostra. San Paolo VI Papa scrive che Maria Santissima è il «(…) modello dell’atteggiamento spirituale con cui la Chiesa celebra e vive di Divini Misteri» (Esortazione Apostolica «Marialis Cultus»).
Significa che Maria Santissima è per tutta la Chiesa un esempio di fede, di carità e di perfetta unione con Cristo. In particolare, la devozione mariana si è diffusa attraverso due espressioni popolari: l’Angelus (oppure, nel Tempo di Pasqua, cioè dalla domenica di Pasqua fino alla domenica di Pentecoste, dal Regina Coeli) e il Santo Rosario; celebrare Maria Santissima aiuta i cristiani a fare memoria degli eventi di salvezza di cui Dio ha voluto renderla protagonista.
Per questo la Chiesa dedica a Maria Santissima tante feste durante l’anno: il 1° gennaio la Madre di Dio; il 25 marzo l’Annunciazione della Natività del Signore; il 15 agosto l’Assunzione di Maria Santissima; l’8 dicembre Maria Santissima Immacolata; senza dimenticare i mesi mariani di maggio e di ottobre e tutte le feste devozionali locali.
«Maria appartiene ai poveri di Jahvè e ci aiuta a conoscere Dio e la nostra nullità: solo così Dio potrà costruire la storia e noi smetteremo di fare le “nostre storie”. (…) Vi do un segreto per capire la volontà di Dio: andate dalla Madonna; “intortatela” un po’. Io nei casi più difficili mi rivolgo sempre alla Madonna e poi le dico: “Adesso voglio vedere come te la cavi”. In genere, se la cava abbastanza bene e se fa “fiasco” glielo faccio notare. Io ho una fiducia enorme» (Don Oreste Benzi).