Stefano Vitali, l'uomo del miracolo alla guida della Fondazione Benzi
Il nuovo Direttore della Fondazione Benzi traccia la rotta del suo mandato: «Tradurre la profezia del fondatore per il mondo contemporaneo, partendo dalla sua straordinaria umanità e dal legame con la beata Sandra Sabattini»
Stefano Vitali già segretario di don Oreste e destinatario del miracolo di Sandra Sabattini, assume la direzione della Fondazione Benzi. L'obiettivo del nuovo mandato è trasformare l'eredità del "prete dalla tonaca lisa" in una proposta culturale viva e universale.
Stefano Vitali, l’uomo del miracolo alla guida della Fondazione Benzi
Già segretario di don Oreste e destinatario del miracolo di Sandra Sabattini, assume la direzione della Fondazione Benzi. L'obiettivo del nuovo mandato è trasformare l'eredità del "prete dalla tonaca lisa" in una proposta culturale viva e universale.
di Nicoletta Pasqualini
Dopo undici anni trascorsi a coordinare i progetti missionari della Comunità Papa Giovanni XXIII in giro per il mondo, Stefano Vitali è il nuovo Direttore della Fondazione Don Oreste Benzi. Nominato a febbraio 2026, succede a Valter Martini alla direzione dell’ente nato nel 2017, per custodire e rilanciare l'eredità spirituale e sociale del "prete dalla tonaca lisa”.
Classe 1967, riminese, Vitali è responsabile di una casa famiglia a Rimini insieme alla moglie. Dal 2009 al 2014 ha ricoperto il ruolo di Presidente della Provincia di Rimini.
È stato segretario personale di don Oreste dal 1994 al 1999 e la sua stessa vita è segnata da un evento straordinario: è infatti il destinatario del miracolo di guarigione, avvenuto per intercessione di Sandra Sabattini, che ha portato la giovane riminese alla beatificazione.
Lo abbiamo incontrato per capire come intende guidare questa nuova stagione della Fondazione.
Un linguaggio laico oltre i recinti comunitari
Stefano, come porterai la tua esperienza sul campo dentro un lavoro che sembra orientato soprattutto all’approfondimento culturale e allo studio?
«Il punto di partenza è non dare nulla per scontato. Spesso, chi vive in Comunità da tanti anni rischia di considerare le opere, il modo di stare con i poveri e la vocazione stessa come qualcosa di acquisito. Ma dietro tutto questo c’è un’intuizione di don Oreste che è stata, prima di tutto, una scelta di campo profetica all'interno della Chiesa. Non si trattava solo di fare "opere di carità", ma di proporre un modo nuovo di essere cristiani nel mondo. Questo percorso culturale ed ecclesiale deve essere oggi un patrimonio per tutti. Più passa il tempo, più quel messaggio rischia di annacquarsi se non lo alimentiamo. Aver vissuto a stretto contatto con lui mi ha fatto capire che dobbiamo amplificare l'intuizione e il percorso di don Oreste, la sua visione della Società del gratuito e non nasconderle dentro l'istituzione. La Fondazione deve servire a questo: mantenere vivo quello che io chiamo lo "spirito del fondatore”».
Stefano Vitali in Burundi, durante una delle numerose visite alle missioni della Comunità Papa Giovanni XXIII compiute per conto della ONG Condivisione fra i popoli.
Foto di Archivio Condivisione fra i popoli
Nella tua vita sei stato segretario di don Oreste, ma anche Presidente della Provincia e oggi amministri altri enti. Quale di queste anime porterai in Fondazione?
«Credo che la fusione di queste esperienze sia un valore. Essere stato "fuori", a contatto con persone che non necessariamente hanno una vocazione comunitaria ma vivono valori immensi, mi ha insegnato tantissimo. Don Oreste non può essere rinchiuso in un “recinto comunitario”: la Comunità che lui ha fondato non è l'unico destinatario del suo messaggio. Il mio compito è trovare un linguaggio che sappia parlare alla "gente normale", in grado di affascinare anche chi non va in chiesa. Dobbiamo tradurre la profezia di don Oreste per il mondo contemporaneo.»
L'uomo dietro al mito: l'eredità di don Oreste
Quanto conta, in questo tuo nuovo incarico, l’aver visto don Oreste agire nel quotidiano, lontano dai riflettori?
«È stato un dono e un privilegio immenso perché mi ha permesso di uscire dal mito ed entrare nella relazione. Ho visto l’uomo, con i suoi limiti e la sua forza travolgente, che ha vissuto il mondo in modo diretto, forte e vivo. Don Oreste non era solo un grande personaggio, ma prima di tutto era un uomo. Raccontare questo don Oreste "umano" è ciò che voglio trasmettere: al di là degli schemi prefissati, una figura che può far crescere le persone oggi.»
Spesso le Fondazioni sono percepite come luoghi "polverosi". Come immagini la tua Fondazione: un centro studi o un laboratorio di provocazioni?
«Non mi è mai piaciuto gestire cose che sanno di naftalina. Certamente c’è una parte fondamentale di studio – penso a tutti i libri che sono stati pubblicati su di lui- ma la Fondazione deve diventare una cassa di risonanza. Per me il centro studi è un luogo dove, una volta studiata la persona e trovato il modo di raccontarla, si esce fuori per gridare quel messaggio al mondo con gli strumenti di oggi.»
Da sinistra: don Oreste Benzi, Stefano Vitali, Kristian Gianfreda, durante una conferenza stampa per la presentazione della "Notte dei senza fissa dimora", quando Vitali era Assessore comunale ai Servizi Sociali e Gianfreda, oggi regista, era responsabile della Capanna di Betlemme.
I nuovi cantieri sul territorio e la forza della base
Ora che i riflettori del Centenario si sono spenti, qual è il "cantiere" più urgente?
«Non dobbiamo disperdere l'energia e il patrimonio del Centenario. Tra i primi cantieri vorrei che ogni anno ci fosse un momento forte di approfondimento sui temi della Società del Gratuito e riprendere il "Premio Don Oreste Benzi" che abbiamo interrotto nel 2020. Inoltre vorrei allargare il perimetro di chi parla di lui, trovando dei veri e propri "ambasciatori del suo pensiero". Ripristinare gesti concreti, come riportare la messa del 2 novembre, in occasione dell’anniversario della morte di don Oreste, in cattedrale a Rimini, celebrata dal Vescovo per riaffermare l'importanza della figura del fondatore anche a livello ecclesiale. Fare in modo che la Fondazione sia proattiva sul territorio, non limitandosi a studiare il fondatore ma indagando sulle nuove povertà per dare risposte, collaborando con le Università e altre istituzioni.»
Come intendi coinvolgere la "base" della Comunità con tutto il suo mondo, in questo percorso culturale?
«Senza la base che accoglie e condivide concretamente la vita con gli ultimi, don Oreste sarebbe solamente un uomo di cultura e non di vita. La forza dell’intuizione di don Oreste è che, a 18 anni dalla morte, le sue opere non sono affondate ma continuano a crescere e a modificarsi. Don Oreste è stato un grande educatore perché ha lasciato una realtà capace di camminare sulle proprie gambe. La vita esprime la sua profezia. La sfida della Fondazione è proprio questa: nutrire la vita della Comunità con la profondità del pensiero del fondatore, affinché non diventi solo "fare del bene", ma resti una scelta di campo rivoluzionaria.»
Sandra Sabattini e la rivoluzione del Vangelo
La tua vita è legata a doppio filo alla figura di Sandra Sabatini, di cui sei stato il miracolato. In che modo questa esperienza influenzerà il tuo lavoro in Fondazione?
«Sandra è la dimostrazione vivente di come le intuizioni di don Oreste portino alla santità. Sono figure diverse – il maestro e l’alunna – ma scinderle è difficile. Dal punto di vista comunicativo sono una potenza: la storia di una giovane normale e quella di un prete anziano che si incastrano perfettamente. Sandra rimarrà giovane per sempre e parla a un pubblico diverso. Insieme mostrano il volto bello della Chiesa che don Oreste sognava. Spingere la sua figura all'interno della Fondazione è un pensiero che maturerà, perché raccontarli insieme è molto interessante.»
Per concludere, se dovessi dare un titolo o uno slogan a questo nuovo corso, quale sceglieresti?
«Più che uno slogan, mi interessa raccontare il "Don Oreste rivoluzionario". Colui che in un tempo di conflitti insegna a fare una rivoluzione pacifica per cambiare il mondo partendo dai poveri; una figura che "non ti lascia in pace" e ti fa pensare. Vorrei presentarlo nella sua umanità, senza troppe elucubrazioni teologiche. Il Vangelo è una storia semplice, e così vorrei raccontare lui: una storia che ti scuote, che non ti lascia in pace, ma che chiunque può comprendere.»