Li ho rivisti qualche mese fa a Bruxelles. Eravamo nel cuore dell’Europa, al Parlamento Europeo, per celebrare il Centenario di Don Oreste Benzi. Franco Giavatto e Giovanna Inì erano lì, a portare la loro voce, a testimoniare i loro sentimenti, le loro vite cambiate, trasformate dalla rivoluzione della condivisione a cui ha dato vita il sacerdote riminese. Una voce, la loro, che mi ha riportato a quando, una sera di tanti anni fa spalancarono la loro porta di casa non per un colloquio formale, ma per invitarci a cena. Con quella naturalezza disarmante che demolisce ogni barriera, ci avevano fatto sedere alla loro tavola, e già allora avevo intuito che la loro non era carità da salotto, ma condivisione pura.

A Bruxelles hanno ricevuto applausi, ma è a Scicli, nel profondo sud della Sicilia, terra di luce accecante e ombre lunghe, resa celebre dalla fiction del Commissario Montalbano, che si gioca la partita vera. Qui, lontano dai riflettori, accade qualcosa di più potente di una sceneggiatura: la realtà si fa accoglienza. Sposati da trentatré anni, due figli naturali, Franco e Giovanna hanno aperto non solo una porta, ma un varco nel muro dell’indifferenza. Una scelta piena di luce, bella e difficile generata dall’amore, che con la sua potenza abbatte ogni confine. La loro Casa Famiglia "Santa Chiara" è un approdo sicuro, una casa sempre aperta a chi ha perso la rotta, a chi ha bisogno di braccia aperte. Un luogo dove la matematica del dare non sottrae mai nulla, ma moltiplica. È qui che hanno scelto di trasformare la propria esistenza in un "sì" quotidiano.
Franco: «Prima di allargare la nostra famiglia avevamo i nostri lavori. La nostra era una famiglia ben organizzata: io lavoravo come autista in un’azienda agricola, Giovanna era dipendente presso uno studio di consulenza, appassionata di numeri. Eravamo in quattro, con i nostri due figli naturali, Marco e Leandro. Poi, nel marzo del 2009, conosciamo la Comunità Papa Giovanni XXIII. Siamo rimasti affascinati dal suo essere Vangelo incarnato, nell’oggi, nell’accogliere il suo essere e trasformarlo in bene per l’altro e per te stesso. Abbiamo sin da subito sentito la sensazione di trovarci al posto giusto, in quel posto tanto desiderato e dove ti senti subito a casa.»

Franco: «Giovanna ha fatto un bel salto nel vuoto: ha rotto l’organizzazione ben studiata e ha scelto di farsi dono per quanti il Signore ci avrebbe fatto incontrare. Siamo passati dalla progettazione alla precarietà, o meglio, all'abbandono in Dio. Scelta che ha significato un cammino di coppia, intimo e spirituale, un dialogo nuovo tra di noi, ma approfondito su ciò che il Signore diceva ad ognuno di noi e del suo progetto di felicità. Abbiamo scelto, dunque, di essere mamma e papà a tempo pieno di chi è solo, di chi è emarginato, di chi ha bisogno di una seconda possibilità. Così abbiamo lasciato i nostri lavori che amavamo, per dedicarci a tempo pieno all’accoglienza, fulcro della casa famiglia.»
Giovanna: «Questa scelta, così bella e travolgente, è stata condivisa con i nostri figli Marco e Leandro, che ancora bambini, a 7 e 10 anni, hanno accolto tutto con gioia ed entusiasmo. Si lasciano guidare come i bimbi sanno fare. Pian piano hanno sperimentato che questa scelta coinvolge la loro vita, la nostra famiglia. Sanno esserci in ogni accoglienza, aiutarci nei momenti di difficoltà, fare spazio a sempre nuovi fratelli e sorelle che chiedono attenzioni e aiuto. Alle volte anche ribellarsi, ma sempre nella docilità di figli. Ma anche noi genitori stiamo imparando a essere docili ai figli, a comprendere il loro essere, la loro vita, e a rimodularci per entrare in sintonia. È un lavoro costante su noi stessi, sulla nostra coppia, ma necessario per entrare in dialogo con loro.»

Franco: «Non capivamo, allora, che il dono erano i figli che il Signore ha pensato per noi, tutti. Ognuno con la sua originalità, la sua vivacità, le sue fragilità. Dal 2010 ad oggi la nostra casa famiglia ha rigenerato nell’amore diversi figli con disabilità: Giacomino, arrivato a 3 anni, oggi 19enne, la sorella Chiaretta di 17 anni, Ilary oggi 23enne, Marcellino 12 anni. Poi ci sono due gemelli di 5 anni, andati in altra famiglia lo scorso 10 novembre e altri due bimbi andati in adozione. Tutti protagonisti in armonia di una meravigliosa storia di amore e di gratuità.»
Come si fa amare qualcuno come un figlio e poi lasciarlo andare via? E chi altri bussa alla vostra porta oltre ai bambini?
Giovanna: «La casa famiglia ci insegna proprio questo: amare e lasciare andare, come ogni amore adulto sa fare. Ma non ci sono solo bambini. Anche persone adulte — chi con un percorso di recupero da dipendenze, chi con un percorso alternativo al carcere, chi in attesa di un figlio da voler proteggere e far nascere — hanno imparato a vivere la famiglia insieme ai nostri figli. Loro sono maestri di vita, ci insegnano che le ferite possono diventare feritoie, le fragilità trampolini per volare. Sono tante vite intrecciate alla nostra, quanta gioia e anche quanta sofferenza e dolore, ma abitate e vissute in comunione con la Comunità Papa Giovanni XXIII e la comunità locale.»

Giovanna: «Con Franco diciamo spesso che la nostra casa famiglia non è nostra, appartiene a quanti la vogliono abitare. Insieme camminiamo nel percorso della vita, nella quotidianità, nel tessuto sociale dove viviamo - nella scuola, nella parrocchia, nei centri sportivi, nella diocesi, per le vie del paese - ma insieme portiamo la gioia e la forza dell’essere l’uno dono per l’altro, l’uno complementare all’altro, alle volte opposto, ma mai muri. Siamo ponti di alleanze, ponti di amicizie, ponti di gioia delle piccole cose. È bello ogni anno camminare con 25 volontari della parrocchia che si sperimentano ora in cucina, ora con i compiti, ora con letture di favole con i nostri piccoli. Viviamo e condividiamo le gioie e le difficoltà di ognuno in una reciprocità di fiducia e preghiera.»
«La nostra casa famiglia è abitata da tanti giovani, alcuni non credenti, forse i tanti, ma cittadini attivi della nostra società, pronti ad accogliere i nostri figli e camminare con loro. Sono pronti a esserci là dove noi non possiamo: nella scuola, nei gruppi scout, nell’alternanza scuola lavoro, nelle gite. Perché noi genitori non bastiamo! Non bastiamo ai nostri figli. Nel mondo ognuno deve prendere la sua piccola parte, farla propria, con le proprie qualità e i propri limiti. Insieme possiamo costruire quella che don Oreste chiamava e sognava Società del gratuito: una società in cui ognuno può dare e ognuno può ricevere, un’armonia di relazioni per cui nessuno è solo. Nessuno!»