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19 Maggio 2020

Svezia: porti e porte aperte nonostante il virus

Durante l'epidemia di Covid-19 il Paese scandinavo ha evitato la chiusura di negozi, bar, ristoranti, senza interrompere i servizi a favore delle persone più svantaggiate. Che sia la strategia migliore?
Foto di Jonathan Nackstrand
Laura Lanni, missionaria in Svezia: «Qui sono state usate raccomandazioni e non divieti, puntando sul senso di responsabilità verso la collettività»
Il Covid-19 si può contenere in modo diverso in Europa? A quanto pare in Svezia sì. Non c’è stato mai un lockdown vero e proprio nel Paese scandinavo. Una linea d’azione che dà nell’occhio rispetto al resto d’Europa. Scuole superiori e università chiuse, over 70 in auto-isolamento e divieto di raduni di più di 50 persone. Ai cittadini è stato chiesto di rispettare le regole di distanziamento sociale, lavorare da casa e viaggiare solo per necessità, ma la maggior parte dei negozi, bar e ristoranti sono rimasti aperti.


Nonostante gli oltre 2mila morti - per la maggior parte anziani nelle case di cura - e le comprensibili controversie interne alla politica, pochi giorni fa il capo del Programma di emergenze sanitarie dell'Organizzazione mondiale della sanità, Mike Ryan, ha sottolineato come il modello svedese abbia anticipato la fase di convivenza col virus. «La Svezia ha messo in atto misure di salute pubblica molto forti. Quello che hanno fatto di diverso è che si sono basati su un rapporto di fiducia con la cittadinanza. In Svezia, stanno capendo come convivere con il virus in tempo reale». 

Chiese e servizi sono rimasti aperti per senzatetto e migranti

Ma il problema più grande restano gli esclusi. Nella città portuale di Malmö, terza città della Svezia, convivono infatti 178 nazionalità diverse. Qui, nonostante la riduzione delle attività, la vita continua. Molti sostengono perché un distanziamento sociale nello stile di vita in fondo c’è sempre stato. Così pure sono rimaste aperte le porte delle chiese e dei servizi per chi una casa non ce l’ha: senzatetto e migranti. Anche le unità di strada sono sempre attive ma in una forma nuova e originale per garantire un panino a tutti: chiese aperte con momenti di preghiera e incontro per disoccupati, senzatetto o persone con problemi di dipendenza, accompagnati da colazione, spuntino o cena. Il tutto in chiesa.
Laura Lanni, missionaria in Svezia, mentre prepara panini da distribuire ai più poveri.

«Malmö è una città accogliente - spiega Laura Lanni, missionaria della Comunità Papa Giovanni XXIII trasferitasi lo scorso anno con la sua famiglia nella città svedese. Oggi impegnata come volontaria con “Hela Människan”, ente che raduna Chiese diverse nell’impegno per una vita dignitosa per tutti. «La popolazione è cresciuta molto rapidamente negli ultimi 20 anni, con quasi 350.000 abitanti, di cui circa un 35% immigrati, o meglio “nuovi svedesi” come veniamo chiamati qui. Nell’organizzazione “tradizionale” della società svedese lo Stato si fa carico del welfare e le Chiese si occupano solo del culto e della parte “spirituale” secondo la visione luterana della società. Nel 2000 la Chiesa svedese ha scelto di non essere più Chiesa di Stato e, dal 2015, la pressione migratoria è stata così forte da spingere ad una maggiore collaborazione tra Stato, Chiese e privato sociale, per dare risposte alle emergenze, con dormitori, distribuzione di cibo e momenti relazionali e spirituali, cercando di dare risposte abitative o sostegno economico per chi soffre un vuoto di relazioni profonde e rischia di rivolgersi agli ambienti della criminalità». 

Accoglienza per i più fragili: ecco la parola d'ordine di tutte le Chiese

Carretto per i poveri
La "cargo bike" (un carretto) per la distribuzione di panini e caffè ai poveri in Svezia.
Foto di Laura Lanni

Proprio in questa città così variegata, cresciuta in fretta economicamente grazie ai cantieri navali ma anche allo sviluppo delle nuove tecnologie, c’è un quartiere noto perché vi è cresciuto il calciatore figlio di immigrati dall’Ex-Jugoslavia, Zlatan Ibrahimovic. Si tratta di Rosengård, con un’alta concentrazione di migranti. Qui ha scelto di vivere, in modo del tutto originale, anche un prete della Chiesa luterana di Svezia, Per Kristiansson, insieme alla sua famiglia. Ha accolto in casa migranti senza documenti e ha fatto dichiarazioni pubbliche coraggiose a favore di coloro che vivono in clandestinità anche per anni. Ha iniziato nel 2015 ad occuparsi dei più dimenticati, nel servizio di pastorale della città di Malmö. Sono soprattutto afghani, somali o migranti dell’area balcanica. I più vulnerabili e in aumento sono rumeni e bulgari (per lo più di etnia rom) che sopravvivono con l’elemosina.
Per chi ha chiesto asilo la vita poi si fa ancora più dura, come testimonia la proposta del partito più conservatore di estendere il termine di attesa per presentare una nuova richiesta dopo un rifiuto, dagli attuali 4 ai 10 anni. Un’odissea infinita… «Tra i tanti che incontriamo, penso a M. un migrante europeo, da poco diventato papà. Dopo settimane vissute all’aperto e in auto con sua moglie, ora lui dovrà continuare ad arrangiarsi mentre mamma e figlio hanno finalmente un alloggio. Vorrebbero tornare nel loro Paese d’origine, ma quei confini sono chiusi. E a causa del Covid-19 e delle regole delle autorità svedesi, non possono nemmeno vivere come una famiglia!».
Ma come si stanno impegnando le Chiese in questo senso, oltre a tenere le porte aperte per chi ha bisogno di cibo e relazioni significative? Il dialogo confessionale porta i suoi frutti?
«Un'iniziativa avviata dal nostro arcivescovo è il programma “Un mondo di vicini. Pratica interreligiosa per la pace" – racconta il prete luterano ricordando quanto è stata preziosa in questo dialogo la visita di Papa Francesco nel 2016 - attraverso cui la Chiesa svedese vuole promuovere la convivenza pacifica e un'Europa umana, caratterizzata da sostenibilità sociale e spirituale. Una società in cui le persone proteggono il loro vicino e difendono i valori democratici di base. Questo programma garantisce una mappatura delle esperienze di accoglienza operate da Chiese diverse e crea momenti di incontro e confronto sulle buone prassi, aperti a diverse confessioni cristiane. Di recente inoltre, il Consiglio cristiano di Svezia ha inviato un appello al primo Ministro, sottolineando come i più deboli nella società siano colpiti da Covid-19. Qui la visita del Papa ha portato a una stretta collaborazione tra la parrocchia cattolica di Lund e la cattedrale luterana, che da anni hanno scelto di vivere momenti congiunti di preghiera ecumenica più volte al mese».

I giovani svedesi, motore del cambiamento

Svezia sprakcafe
Negli sprakcafè, presenti in ogni quartiere, persone madrelingua svedesi aiutano gli stranieri nella pratica della lingua svedese.

Sono molti i giovani impegnati nella promozione dei diritti umani e nel sostegno sociale alle fasce più deboli, o nell’aiuto scolastico per i giovani immigrati. Sono attivi soprattutto nei numerosissimi språkcafè ovvero momenti d’incontro in cui, in ogni quartiere, persone madrelingua svedesi aiutano gli stranieri nella pratica della lingua, in sinergia con le biblioteche o con le associazioni di volontariato. Per Kristiansson ci tiene a sottolineare che ci sono tanti che non si sono fermati di fronte alla pandemia. «Sia a Malmö che a Lund sono molto numerose le organizzazioni di attivisti che vedono impegnati soprattutto i giovani sul fronte dei diritti umani, della partecipazione democratica, del civil courage (pratiche nonviolente di intervento sociale contro le discriminazioni, ndr). È molto bello vedere che tanti si impegnano a costruire modalità inclusive rispetto alla diversità etnica». Le ONG non si scoraggiano e lavorano per la convivenza pacifica e i diritti garantiti a tutti perché nessuno resti ai margini senza identità. Trovano sostegno da enti municipali, regionali, statali e dall'Unione Europea e se questo non basta, cercano il supporto da fondazioni private mettendosi in rete con altre organizzazioni europee. Non stupisce allora che in questa terra del nord Europa, dove appare spesso che l’unione fa la forza, anche una giovane altolocata, come la principessa Sofia di Svezia si sia messa subito all’opera, dopo un corso di formazione specifico, per dare sostegno a infermieri e medici dell’Ospedale di Stoccolma.

Svezia e Italia: due approcci diversi durante la pandemia

Le differenze col nostro Paese sono evidenti ma per tenere le “porte aperte”, di certo il senso di responsabilità civile deve essere allenato da anni. Laura Lanni non ha dubbi: la comunicazione è fondamentale per passare dalla paura e dalla diffidenza ad uno sguardo di fiducia e accoglienza. «Quello che mi ha colpito – sostiene la missionaria italiana - è il fatto che qui sono state usate raccomandazioni e non divieti, contando sull’alta fiducia verso le istituzioni e il senso di responsabilità verso la collettività: “Abbiate cura gli uni degli altri e mantenete le distanze”, recitano i cartelli affissi ovunque. La campagna mediatica ha evitato totalmente le metafore belliche usate dalla nostra stampa, creando un immaginario fatto di amici e traditori, favorendo il depotenziamento delle procedure democratiche, esaltando l’eroismo dei sanitari invece di rispondere dei tagli alla sanità, e rilanciando il mito della guerra come energia di mobilitazione positiva. Qui si cerca un’energia positiva nella cura reciproca». 
Solo nei prossimi mesi, tra luci e ombre dei paesi europei, potremo capire quale modello sociale avrà salvato più vite.


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