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29 Settembre 2021

Transizione ecologica: a che punto siamo?

Mentre i prezzi di luce e gas aumentano, l'Italia deve impegnarsi per non perdere i fondi destinati all'energia pulita.
Foto di Cornell Fruhauf
Organizzare il lavoro dei prossimi 3 mesi è cruciale per il futuro della transizione ecologica. Se l'Italia non soddisferà almeno 42 delle 51 condizioni previste, rischia di perdere la possibilità di richiedere gli altri fondi previsti per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Nel mese di luglio 2021, l’Unione Europea ha promosso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) dell’Italia del valore di 235 miliardi di euro. Il 30% di questi sono destinati alla transizione ecologica del nostro Paese, che significa meno emissioni e più energia pulita. A che punto siamo?
La sensazione che si sta vivendo ora è quella di calma piatta. O, almeno, apparentemente. Come se la concitazione di negoziare l’accordo con Bruxelles e far approvare il piano avesse prosciugato tutte le energie. Oppure, come se la fase pratica di investimenti arrivasse in automatico, senza troppi sforzi ulteriori.
 
Altrimenti non si spiegherebbe perché il tema della transizione ecologica sia ancora così teorico, tra minacce di ritorno al nucleare e invettive contro “gli ambientalisti da salotto”. Mentre tutto finisce in polemica, insomma, i cambiamenti climatici inanellano temperature record e siccità pure nel mese di settembre.
Al nostro Paese rimangono poco più di 3 mesi per poter presentare il primo rendiconto e ricevere il primo versamento nel 2022, termine entro cui dovrà soddisfare 42 delle 51 condizioni previste per il 2021. Quasi il doppio del numero medio per trimestre previsto dal Recovery dal 2022 in avanti.
 
Non si tratta di misure che riguardano l’ambiente, almeno non per ora: tante, infatti, sono norme burocratiche mentre altri sono passaggi parlamentari, per esempio, sulla legge delega di riforma della giustizia, sulla revisione delle politiche attive del lavoro, sulle riforme quadro di disabilità e università.
Il rischio per le misure ambientali, però, esiste: se queste 42 condizioni non verranno soddisfatte, Bruxelles potrebbe non “vidimare” la rendicontazione per questo semestre, impedendo così la successiva richiesta di fondi. Il rischio di ritardi sostanziali è concreto, dunque, organizzare il lavoro dei prossimi tre mesi è cruciale per il futuro della transizione ecologica.
 
«C'è una grande aspettativa sulla nostra leadership da parte delle giovani generazioni. Il nostro successo verrà misurato sulla nostra capacità di rispondere alle loro istanze con azioni ambiziose» ha detto il premier Mario Draghi durante la tavola rotonda sul clima, organizzata dall’assemblea generale delle Nazioni unite a New York lo scorso 20 settembre.
 
Il ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani ha commentato, in un’intervista all’Espresso, che: «Il nucleare da noi al momento non è un’opzione. Noi puntiamo sulle rinnovabili, soprattutto fotovoltaico ed eolico. Anche perché da questo punto di vista in Italia abbiamo una fortuna: nel XXI secolo siamo come le nazioni ricche che prima avevano il petrolio. Con il più alto irraggiamento per metro quadro in zona ricca, siamo gli Emirati Arabi del futuro. L’attuale aumento del prezzo del gas ci sta indicando che questa è l’unica strada: se non vogliamo avere bollette energetiche stratosferiche, dobbiamo sfruttare questa potenzialità, superando le resistenze con soluzioni innovative».
 
Quelle del premier e del ministro sono delle bellissime parole che però hanno bisogno di essere trasformate in fatti. Non c’è tempo per i ritardi: in uno studio presentato il 4 settembre scorso, la fondazione Enel e dal forum Ambrosetti hanno evidenziato come di questo passo il target di riduzione della CO2, fissato dalla UE al 2030 al 55%, verrà raggiunto dall’Italia con 29 anni di ritardo facendo venire meno investimenti per 424 miliardi di euro.