Secondo il progress report di ECCO sul Piano nazionale integrato per l'energia e il clima, nel 2025 le emissioni sono tornate a salire. Trasporti ed edifici sono i settori più in ritardo, e mancare gli obiettivi europei potrebbe costare fino a 5,7 miliardi di euro.
Il 2030 si avvicina, ma la transizione energetica italiana invece di accelerare rallenta. Nel 2025 le emissioni di gas serra sono tornate a crescere di circa 9 milioni di tonnellate di CO2 equivalente rispetto all'anno precedente. Per rispettare gli impegni presi con l'Unione europea, entro il 2030 il Paese dovrà tagliarne ancora circa 95 milioni rispetto ai livelli del 2025, cioè un quarto delle emissioni nazionali in cinque anni. Lo dice il
progress report 2026 sul Piano nazionale integrato per l'energia e il clima (PNIEC),
presentato il 19 ottobre a Roma da ECCO. Il think tank italiano per il clima pubblica ogni anno questo rapporto per misurare, settore per settore, a che punto è il Paese.
Gli obiettivi più difficili da raggiungere riguardano
trasporti, edifici, agricoltura, rifiuti e piccola industria. Sono i settori regolati dal
Regolamento europeo Effort Sharing, che li riguarda perché sono esclusi dal mercato europeo del carbonio (EU ETS). Per ciascuno Stato membro i loro target di riduzione sono vincolanti. Al ritmo attuale, però, l'Italia rischia di non rispettarli. Le proiezioni ISPRA riportate nel rapporto dicono che tra il 2021 e il 2025 il Paese ha già superato il proprio tetto di circa 30 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, e che l'eccesso salirà a 39 milioni entro il 2030. Lo sforamento andrà compensato comprando diritti di emissione, con una spesa stimata tra 3,8 e 5,7 miliardi di euro.
«
Il ritardo nella transizione lo paghiamo due volte: in bolletta e nei conti pubblici, fino a 5,7 miliardi per compensare le emissioni in eccesso», ha detto
Chiara Di Mambro, direttrice Strategia Italia ed Europa di ECCO. Secondo Di Mambro la legge di bilancio potrebbe cambiare rotta. Potrebbe usare la flessibilità concessa da Bruxelles per elettrificare i consumi e cominciare a riequilibrare tasse e oneri, che oggi rendono l'elettricità più cara del gas. Andrebbe poi anticipato il finanziamento del Piano sociale per il clima, che vale oltre 9 miliardi ma non sarà operativo prima del 2027: «Sono risorse che servono subito alle famiglie più esposte al caro energia».
Il rapporto critica anche il modo in cui vengono usate le risorse pubbliche. Secondo ECCO, una governance incoerente delle politiche su energia e clima e la mancanza di una strategia di finanziamento chiara fanno sì che i fondi si disperdano. Il PNRR si chiude con appena il 45 per cento dei fondi destinati alla transizione effettivamente spesi.
Tra il 2012 e il 2024 lo Stato ha incassato 18,2 miliardi dalle aste ETS, ma secondo le rendicontazioni pubbliche solo il 9 per cento di quei proventi è andato a misure per il clima.
Auto elettriche ed edifici, i grandi ritardi
I trasporti sono il primo settore per emissioni in Italia, con oltre il 30 per cento del totale. Il PNIEC prevede 4,3 milioni di auto elettriche in circolazione entro il 2030. Ad agosto 2026, secondo i
dati di Motus-E, erano 445mila, circa un decimo dell'obiettivo. Grazie agli incentivi dedicati,
tra la fine del 2025 e il 2026 le auto elettriche sono arrivate al 9 per cento delle immatricolazioni, contro il 22 per cento della media europea. Quando a giugno gli incentivi sono finiti, il mercato è tornato ai livelli precedenti. Secondo ECCO le risorse disponibili oggi sono poche e divise tra troppe tecnologie diverse.
Nel settore civile la quota di rinnovabili termiche non cresce da cinque anni, e l'Italia non ha ancora recepito la direttiva europea Case Green. Gli strumenti che funzionano meglio restano sottofinanziati: il Conto Termico, per esempio, ha esaurito i fondi di un intero anno in un solo mese. Quelli che funzionano meno, invece, restano quasi inutilizzati. Del Fondo nazionale per l'efficienza energetica sono stati spesi solo 18 milioni di euro sui 284 disponibili.
Gas e rinnovabili, i segnali contraddittori
La domanda italiana di gas è ancora più bassa di 11,2 miliardi di metri cubi rispetto al 2019. Nel 2025 i consumi sono tornati a salire del 2,1 per cento, spinti dalla produzione termoelettrica (+7,2 per cento), ma la tendenza di fondo resta al ribasso.
Quello che manca, secondo ECCO, è una strategia per uscire dal gas, che è un passaggio necessario per raggiungere la neutralità climatica nel 2050. Alcune scelte di investimento vanno anzi nella direzione opposta e allungano la dipendenza oltre il 2030. È il caso della metanizzazione della Sardegna, che non si concluderà prima del 2033.
Le rinnovabili sono il dato più positivo del rapporto, ma la crescita non basta ancora. Nel 2025 sono stati installati circa 7 gigawatt di nuova potenza, mentre per centrare il target al 2030 ne servirebbero 10 all'anno. A frenare il settore sono i tempi lunghi delle autorizzazioni e la cosiddetta saturazione virtuale della rete. Cresce anche l'energia pulita prodotta e poi persa: nel 2025 il curtailment, cioè i distacchi degli impianti dalle reti di alta e altissima tensione, ha sprecato circa
802 gigawattora, più del doppio rispetto al 2024. Famiglie e imprese, intanto, non vedono ancora i benefici in bolletta.
Il prezzo dell'elettricità dipende ancora in gran parte da quello del gas, e tasse e oneri pesano molto di più sulla bolletta elettrica che su quella del gas. Secondo ECCO anche la decisione di rinviare al 2038 l'uscita dal carbone manda agli investitori un segnale incerto.
Elettrificazione e industria, il nodo dei prezzi
Secondo
Eurostat, la quota di consumi finali coperta dall'elettricità è sostanzialmente ferma al 23 per cento. Nel 2024 l'elettricità copriva il 49 per cento dei consumi nei servizi e il 40 per cento nell'industria. Nel settore civile si fermava al 21 per cento e nei trasporti al 2. Uno degli ostacoli principali è proprio il rapporto tra il costo dell'elettricità e quello delle fonti fossili:
l'Italia è tra i Paesi europei in cui l'elettricità costa di più rispetto al gas.
Per l'industria, gli incentivi alla decarbonizzazione sono frammentati e di breve periodo. Non c'è una strategia che sostenga sia gli investimenti sia i costi operativi, e questo pesa in un momento di forti pressioni internazionali sui prezzi dell'energia e sulla competitività. Il caso dell'ex Ilva è, per ECCO, il simbolo di questa situazione. Anche sulle tecnologie considerate chiave per la transizione, cioè idrogeno rinnovabile, biometano e
cattura e stoccaggio della CO2 (CCS),
l'Italia è ancora molto lontana dagli obiettivi 2030, nonostante i nuovi strumenti di sostegno. «La decarbonizzazione dell'industria italiana rimane uno degli aspetti più critici della transizione energetica nazionale», ha concluso Di Mambro. «L'assenza di una strategia unitaria continua a frenare una trasformazione strutturale del comparto manifatturiero».