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6 Maggio 2026

«Difficile studiare a stomaco vuoto». Nel deserto del Turkana mense e pozzi contro la fame climatica

«Difficile studiare a stomaco vuoto». Nel deserto del Turkana mense e pozzi contro la fame climatica
Foto di Simone Ceciliani
Simone Ceciliani, che vive in Kenya da 15 anni, racconta come sul lago Turkana, in Kenya, pastori di etnie diverse lottano contro l'estrema aridità causata dal cambiamento climatico. La Comunità Papa Giovanni XXIII, dal 2017, risponde con mense scolastiche per 900 bambini e pozzi d'acqua potabile. Orti, fattorie e desalinizzatori uniscono le piccole comunità locali, grazie anche a finanziamenti della Regione Emilia-Romagna.
La contea di Marsabit, sulle rive del lago Turkana, è una delle regioni più remote del nord del Kenya.
Le sue strade polverose di terra grigia attraversano piccoli villaggi di pastori dai vestiti variopinti.
È un territorio abitato da diverse comunità – Turkana, Samburu, Gabra, El-Molo e Rendile – con tradizioni differenti ma oggi unite dalla stessa sfida: sopravvivere ai cambiamenti climatici, che rendono la terra sempre più arida e mettono in crisi la loro economia di sussistenza.
Una sfida difficile, che la Comunità Papa Giovanni XXIII ha scelto di fare propria. Il perché e il come ce li racconta Simone Ceciliani, membro dell’Associazione che da 15 anni vive stabilmente a Nairobi.
 
Simone, da quanto tempo la Comunità è in Turkana?
«I primi viaggi risalgono al 2017. L’idea è nata ascoltando i racconti dei Padri della Consolata, che gestiscono diverse parrocchie nella zona, oltre a quella di Kahawa West che frequentiamo a Nairobi. Ci parlavano della grande povertà di questo luogo e così abbiamo deciso di andare a vedere.
Abbiamo fatto il primo viaggio con un gruppo di giovani della parrocchia di don Mario, allora responsabile di zona. Una volta rientrati, ci siamo chiesti cosa fare concretamente.»
 
Come avete pensato di agire?
«Dopo quel primo viaggio ho continuato a tornarci, una o due volte lanno. Per capire le priorità ci siamo confrontati con le comunità locali, che hanno chiesto fin da subito un aiuto per le mense scolastiche nei villaggi e per l’accesso all’acqua.
In questo percorso di conoscenza, ci siamo appoggiati alla parrocchia di Loiyangalani, sempre gestita dai Padri della Consolata.
È una parrocchia immensa: dal villaggio più a nord, Moite, a quello più a sud, Gatab, ci sono circa 170 km - quasi come da Bologna ad Ancona - che si percorrono in sette ore di macchina.
Sul territorio abitano diverse etnie, tanto che fin da subito ci è stato consigliato di aiutare più comunità possibili per essere interlocutori di pace credibili in caso di conflitti. È la linea che abbiamo scelto di seguire.»

pozzo in Turkana
In Turkana, una delle regioni più aride del Kenya, la Comunità Papa Giovanni XXIII sta scavando dei pozzi per aiutare le popolazioni locali.
Foto di Simone Ceciliani
Turkana bambina al pozzo
In Turkana, una delle regioni più aride del Kenya, la Comunità Papa Giovanni XXIII sta scavando dei pozzi per aiutare le popolazioni locali.
Foto di Simone Ceciliani
danza bambini masai
Danza di alcuni giovani in Turkana, Kenya
Foto di Simone Ceciliani

 
Quando sono partiti i primi progetti?
«Nel 2023 abbiamo avviato le prime mense scolastiche.
Il nostro obiettivo non era distribuire cibo alla gente: nel contesto della scuola, dare cibo ai bambini permette loro di frequentare le lezioni e ricevere un’istruzione.
Qui la gente fa la fame, se va bene mangia una volta al giorno. È difficile pensare che un bambino possa studiare a stomaco vuoto, sapendo che a scuola non mangerà niente.
Garantire colazione e pranzo tutti i giorni dal lunedì al venerdì è stato un motore dell’educazione.»
 
Avete riscontrato dei miglioramenti a livello scolastico?
«I risultati sono stati immediati, sia nelle iscrizioni sia nel rendimento.
Siamo passati da 500 a 600 alunni già nel primo trimestre, arrivando a 700 iscritti alla fine del primo anno.
Oltre al cibo, abbiamo assunto insegnanti e cuoche, migliorando la qualità dell’offerta educativa: nonostante laumento degli studenti, il rapporto con i docenti è rimasto sostenibile. Oggi sosteniamo cinque scuole governative nei villaggi di Altuwo, Dakaye, Moite, Gatab e Kanakorot e paghiamo lo stipendio di sette insegnanti e cinque cuoche. Nel villaggio di Gatab siamo riusciti a riaprire l’asilo parrocchiale, fermo da anni. In totale raggiungiamo circa 900 bambini.» 
 
Dopo le mense, sono arrivati i progetti idrici.
«Già nel 2022 ero stato in loco con un fratello comboniano molto conosciuto e rispettato in nord Kenya, Fratel Dario, che di mestiere fa il “rabdomante”: cerca cioè lacqua percependo le vibrazioni emesse dalle falde acquifere con una verga o una bacchetta biforcuta. Grazie ai suoi metodi, ha già scavato centinaia di pozzi sia in Kenya che in Etiopia.
Nel 2023 sono poi tornato con un idrogeologo, che ha confermato tre punti in cui scavare nei villaggi di Moite, Altuwo e Dakaye.
Abbiamo quindi avviato una raccolta fondi attraverso la piattaforma Dai ci stai” della Comunità, coinvolgendo una rete di sostenitori e ottenendo anche due finanziamenti pubblici dalla Regione Emilia-Romagna.»

Simone Ceciliani e bambini in Turkana
Foto di Simone Ceciliani
Simone Ceciliani e gruppo
Foto di Simone Ceciliani
Simone Ceciliani e gruppo bambini
Simone Ceciliani insieme a un gruppo di bambini che va a scuola, grazie agli interventi messi in atto in Turkana (Kenya) dalla Comunità Papa Giovanni XXIII
Foto di Simone Ceciliani
Simone Ceciliani e bambini
Simone Ceciliani insieme a un gruppo di bambini che va a scuola, grazie agli interventi messi in atto in Turkana (Kenya) dalla Comunità Papa Giovanni XXIII
Foto di Simone Ceciliani

 
Quali risultati avete raggiunto finora?
«A Gatab abbiamo riparato il sistema idrico che rifornisce la scuola dove è attiva la mensa. Abbiamo anche avviato un orto e una fattoria per galline e capre in collaborazione con Cadis, un’organizzazione che ha seguito la parte tecnica.
Ad Altuwo abbiamo perforato recentemente un pozzo con risultati ottimi in termini di quantità d’acqua (50 metri cubi all’ora). Abbiamo fatto le analisi sulla sua qualità e i risultati hanno indicato che è potabile e non salata. Ad agosto installeremo una pompa solare, insieme alle infrastrutture necessarie per la distribuzione nel villaggio.»
 
Altri progetti per l’immediato futuro?
«A breve interverremo in altri due villaggi. A Gas realizzeremo un impianto a osmosi inversa, ossia un desalinizzatore: qui ci sono già dei pozzi, ma l’acqua è salata e non potabile. Lo stesso intervento sarebbe necessario anche a Moite, ma prima di procedere aspetteremo l’esito delle indagini idrogeologiche dell’UNESCO, che sta valutando la possibilità di individuare una falda di acqua dolce.
Collaborare con altre organizzazioni presenti sul territorio è fondamentale: permette di coordinare gli interventi ed evitare sovrapposizioni.»
 
Come vedi il percorso della Comunità in Turkana?
«In questi anni ho spesso avuto la percezione di una Presenza che ci accompagnava.
Il progetto mense è partito il 23 gennaio. Il giorno prima era venuto a mancare Antonio Perricciolo, missionario amico della Comunità: è stato il primo ad andare in Turkana e, attraverso i suoi racconti, ci ha spinti a partire. Ci teneva tantissimo e io penso che, se fosse ancora con noi, ora vivrebbe lì.
Noi siamo partiti con fede, senza sapere se saremmo riusciti a garantire una presenza stabile. Dopo pochi mesi, però, è rientrato a Nairobi Teddy, un amico della Comunità che ha vissuto la nostra presenza a Nairobi fin dall’inizio: ha conosciuto missionari storici come Massimo Barbiero e André Volon e ha vissuto a Baba Yetu, la nostra prima casa di accoglienza nella baraccopoli di Soweto. È venuto con me nel primo viaggio dopo lavvio del progetto e ha scelto di restare. Oggi fa l’insegnante nel villaggio di Moite, è una presenza umana incredibile per i bambini che vivono nella scuola, fa il catechista e monitora l’andamento della mensa.
Nel 2025 un altro giovane keniota che sta facendo il percorso per entrare a far parte della Comunità, Suleiman, ha scelto di vivere per un anno a Gatab, dando un contributo importante al progetto di riparazione del sistema idrico e all’implementazione dell’orto e della fattoria della scuola.
Sentiamo una forte partecipazione anche dall’Italia: ci interfacciamo con tante persone e diversi uffici della Comunità che ci accompagnano, facendoci sentire parte di qualcosa di più grande. Sono segni belli, che ci incoraggiano ad andare avanti.»

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