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19 Ottobre 2020

Davvero compri ciò che ti serve?

Il consumo critico può aiutare a distinguere tra bisogni reali e bisogni fittizi
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Economia, fede e società del gratuito: riflessioni e spunti sull'intuizione economica di don Oreste Benzi

Lo scorso 23 settembre, leggendo Pane Quotidiano, sono rimasto colpito dal commento di don Benzi che aiuta a capire un tratto importante dell’Economia di Condivisione: «Quale deve essere il rapporto con i beni della terra? La quantità di beni di cui la persona dispone è data dalla quantità di denaro che possiede. L’uomo che è secondo il cuore di Dio vuole poter disporre solo della quantità dei beni necessari per potere vivere: il cibo, l’accesso alla scuola, la cura della salute, l’abitazione, il vestito. Il lusso, il possesso di più cose, non è necessario per vivere». (commento alla 1ª lettura, Pr 30, 5-9).
Don Oreste Benzi, infaticabile apostolo della carità è stato anche un grande studioso: pur non essendo un economista ha costruito concretamente la Società del Gratuito, una nuova Economia di Condivisione.

Il consumo critico come stile di vita

In macroeconomia la quantità dei beni di consumo e beni strumentali corrisponde al reddito (i beni prodotti all’interno di un sistema economico) e rapportando ciò a una persona, sappiamo che la quantità di beni che questa dispone equivale al suo reddito. Per questa equazione, se tutti  domandano una quota maggiore di beni e servizi  non necessari per vivere dignitosamente, allora  aumenta il reddito o prodotto interno lordo. Questa crescita del reddito (aggregando i redditi individuali parliamo di PIL) ci sembra un aspetto positivo legato allo sviluppo economico,  visto che viviamo nella società del consumismo; ma  quasi non prestiamo attenzione al modo in cui questa crescita genera una disuguaglianza nei redditi.
Nella società del gratuito don Oreste Benzi richiama alla semplicità, all’essenzialità e alla sobrietà indicando in esse la maturità e la virtù della persona, mentre il possesso di più cose e il lusso favoriscono l’ingiustizia distributiva.
Come si spiega economicamente questa ingiustizia distributiva? Per incrementare i fatturati (redditi) le aziende, attraverso la funzione del marketing, puntano sul suscitare i bisogni fittizi negli individui, facendo leva sul desiderio di emergere, di sentirsi superiori, proprio come scriveva don Benzi nel commento di Pane Quotidiano sopra citato.

Bisogni primari e bisogni fittizi nella Società del Gratuito

Le imprese hanno così studiato la differenziazione del prodotto per rispondere ai bisogni secondari dell’uomo, alimentando in tal modo la distorsione del concetto di utilità. Di fronte alla scelta di acquisto di un prodotto capita di arrendersi ai bisogni fittizi lasciando da parte la razionalità. Per esempio la maglietta che costa 10 euro al mercato la possiamo trovare con il medesimo tessuto in un negozio del centro città a 80 euro perché quella maglietta porta una firma, un marchio che ci fa sentire un po’ speciali. Questo comportamento genera incremento di reddito, ma questo reddito favorisce un profitto sproporzionato (per semplificare sono la differenza tra gli € 80 e gli € 10 del valore di mercato) che paghiamo con le nostre scelte di acquisto all’imprenditore che ha saputo creare il marchio e al pubblicitario che ha saputo creare la pubblicità.
Purtroppo capita che persone meno abbienti, per emulare quel gruppo di individui che hanno voluto mettersi in evidenza acquistando prodotti differenziati, siano disposte a pagare un prezzo più alto, talvolta perdendo potere di acquisto per altri beni necessari. Ecco quindi la prima fonte di diseguaglianza nei redditi. Il reddito è dunque cresciuto a livello nazionale ma ciò ha generato diseguaglianza: alcuni imprenditori hanno aumentato il proprio profitto anche in maniera significativa, alcuni managers hanno accresciuto il proprio stipendio, ma sono molti quelli che hanno perso una parte del proprio reddito disponibile rinunciando a beni più necessari.

Il meccanismo che crea bisogni fittizi nella società del profitto

Una volta innescato il meccanismo che fa leva sulla nostra voglia di emergere, il sistema si autoalimenta: il consumatore che ha raggiunto uno status con l’acquisto di un prodotto, vedendo che altri lo hanno imitato, dovrà cercare altri prodotti per personalizzare il suo status. D’altra parte anche l’impresa, per alimentare facili profitti, cercherà di creare nuovi bisogni fittizi intercettando nuovi consumatori con una comunicazione pubblicitaria martellante e creando una cultura votata al “senso di casta” attraverso il cinema, la televisione e il web.
Il  maggior valore dei beni di lusso genera un aumento del PIL; a fronte di ciò, da una parte gli stipendi di operai e impiegati che producono questi beni voluttuari restano pressoché invariati, dall’altra pochi imprenditori realizzano lauti profitti e qualche manager ottiene premi su obiettivi che incrementano il loro reddito.
L’economia di condivisione vuole spezzare questo meccanismo distorsivo che genera crescita per pochi. Nella Società del Gratuito infatti la produzione stessa è regolata dal bisogno reale di tutti e non dal bisogno fittizio di alcuni.
Come fare? È distaccandosi dai beni non necessari che indurremo le imprese a non creare una spinta per la differenziazione dei prodotti, cosicché la produzione sarà regolata dai bisogni reali delle persone.